Lunedì 15 aprile 2024, ore 15:07

Pensioni

Opzione donna tra le spine nel fianco di governo e sindacati

Non c’è pace per Opzione donna. La norma che prevede l’uscita anticipata dal mondo del lavoro per le donne sta causando non pochi malumori, e non solo tra governo e parti sociali, ma anche all’interno della stessa maggioranza.

Da giorni ormai sulla manovra del governo, in particolare sulle norme riguardanti la previdenza, si stanno addensando le nubi maggiori che rischiano di complicare il lavoro avviato dal governo Meloni per portare a compimento la Legge di bilancio.

La misura che contempla la possibilità per le donne di andare in pensione anticipatamente, nella versione contenuta nella manovra 2023 ha incontrato immediatamente il giudizio sfavorevole dei sindacati che l’hanno bocciata come iniqua e discriminatoria. Parere negativo espresso anche da diversi giuristi per i quali essa è incostituzionale nella parte in cui prevede l’acces so alla pensione anticipato con lo sconto di un anno in presenza di un figlio (59 anni) e di due anni con almeno due figli, lasciando escluse le donne che figli non ne hanno.

Sulla tanto discussa norma presentata dal governo si sta concentrando, quindi, l’attenzione di tutti i partiti, anche di quelli della maggioranza, se è vero che solo mercoledì ci sono stati incontri informali tra Walter Rizzetto di Fratelli d’Italia e il ministro del Lavoro, Elvira Calderone, per cercare di smussare gli angoli e trovare una soluzione che possa rispondere alle aspettative e alle richieste di chi vorrebbe stringere le maglie della norma e chi, invece, come i sindacati, sperano in una versione senza vincoli e paletti.

Il problema centrale rimane quello delle coperture: la nuova norma, infatti, solo nel 2023 costerebbe poco più di 20 milioni di euro di contro ai 317 che invece verrebbero spesi mantenendo in vigore la vecchia Opzione donna. Da qui l’impegno di questi giorni a trovare la via d’usci ta, magari con una mediazione che potrebbe essere rappresentata dall’eliminazione del vincolo dei figli, lasciando però in piedi gli altri tre requisiti e cioè solo per donne caregivers, licenziate o dipendenti di aziende in crisi, invalide al 74%, soluzione che metterebbe d’accordo Lega, FdI e Fi, oppure, come da ipotesi delle ultime ore, si potrebbe prorogare per 6-8 mesi la norma nella versione attualmente in vigore, senza cambiare quindi limiti ed età e senza introdurre vincoli, in attesa poi di ridefinire il tutto all’interno di una riforma complessiva del sistema pensionistico.

Una mediazione che, forse, non scontenterebbe nessuno, in primis i sindacati che hanno criticato duramente i provvedimenti prospettati dal governo, in particolare la Cgil che ha definito le misure previdenziali approvate dal Consiglio dei ministri “mol to limitate, largamente insufficienti e, in alcuni casi, addirittura peggiorative rispetto al quadro normativo vigente”. Dichiarazioni che fanno il paio con quelle della Uil che ha parlato di una manovra che non “da’ risposte significative a nessuna delle richieste avanzate dai sindacati”.

Da ciò la decisione adottata sia dalla confederazione di Corso d’Italia sia da quella di via Lucullo di avviare delle mobilitazioni per esternare al governo il proprio dissenso, senza escludere peraltro nemmeno lo sciopero generale come avvenne l’anno scorso. Posizione non condivisa, invece, dalla Cisl di Luigi Sbarra, secondo il quale, nonostante l’insoddisfazione per quanto contenuto nella manovra su rivalutazione pensioni, ritorno dei voucher, flat tax, e la stessa Opzione donna per la quale si chiede di eliminare i vincoli che ne stravolgono l’impostazione attuale, “è sbagliato ricorrere allo sciopero, forma ultima di conflitto”, soprattutto in vista dell’incontro col governo in programma il 7 dicembre, che potrebbe anche essere risolutivo dei problemi ora sul tavolo.

Anna Taverniti

( 3 dicembre 2022 )

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