Lunedì 8 agosto 2022, ore 11:59

Dibattito

Politiche coordinate per ridurre diseguaglianze e dumping

Segretario Visentini, il 25 marzo ricorrevano i 65 anni del Trattato di Roma che dettero vita alla Comunità economica europea. A che punto siamo oggi con la costruzione di un'Europa sociale?
Questo è un anniversario molto particolare. Non solo perché festeggiamo 65 anni dal Trattato di Roma, ma perché mai come quest’anno, in questi 65 anni, ci troviamo di fronte alla prospettiva e alla paura della guerra. L’invasione russa dell'Ucraina ha scosso tutta l'Europa e il mondo. Il processo d’integrazione europea ha garantito via via ai propri membri - sempre più numerosi - di godere del bene più importante al mondo – quello della pace – ed è proprio per questo motivo che la richiesta incessante del Governo ucraino di entrare a far parte dell’Ue è assolutamente comprensibile e condivisibile.
La crisi che abbiamo vissuto in questi ultimi due anni ha aperto gli occhi a chi vuole vedere l’importanza degli aspetti sociali in Europa. Abbiamo l'opportunità di costruire un nuovo modello economico dopo la pandemia, al servizio dei bisogni e del benessere delle persone. Pilastro europeo dei diritti sociali, Piano di Ripresa e Resilienza dell’Ue e Conferenza sul futuro dell'Europa, forniscono le basi fondamentali per disegnare davvero un'Europa più sociale.
Quanto tempo dovremo attendere per un contratto europeo?
Alla luce dei trattati europei, pur nell’ambito di una coordinazione europea sempre più marcata, le politiche sociali e salariali rimangono prerogative nazionali, così come i contratti di lavoro. Tuttavia, la Ces insieme alla Federazioni Sindacali Europee in questi anni ha saputo sviluppare un lavoro importante di coordinamento delle politiche contrattuali, in materia salariale e non solo. E anche l’evoluzione del quadro legislativo europeo sulle questioni sociali può aiutare molto. Inoltre il movimento sindacale europeo ed in particolare le Federazioni Sindacali Europee svolgono un ruolo importante nell’ambito delle imprese multinazionali, attraverso i comitati aziendali europei. 
I sindacati europei chiedono agli Stati membri dell'Unione di definire con le parti sociali le misure necessarie per rafforzare la contrattazione collettiva. Cosa c'è da fare operativamente? E in quali Paesi questo rafforzamento si presenta più difficile?
La contrattazione collettiva gioca un ruolo chiave nei livelli salariali e nel prevenire lo sfruttamento legato a bassi salari. In nove degli 11 Paesi con la più bassa percentuale di lavoratori che guadagnano bassi salari (meno di due terzi della mediana nazionale), più del 70 per cento dei lavoratori gode di salari negoziati dai sindacati. D'altra parte, in tutta l'Ue, 76 milioni di lavoratori (39%) sono esclusi dai contratti collettivi. I Paesi con una maggiore copertura della contrattazione collettiva tendono ad avere una minore proporzione di lavoratori a bassa retribuzione.
Siamo forse entrati dal punto di vista sanitario nella fase post emergenza legata alla pandemia. Sulla ripresa economica incombe invece l'inflazione, aggravata dalle gravi tensioni internazionali, che rischia di vanificare l'impatto positivo del Recovery fund. Questo richiede un’attenzione particolare ai salari. Qual è la strada che va percorsa? 
Negli ultimi due anni abbiamo visto nuove risposte politiche alle sfide portate dalla pandemia, discostandosi notevolmente dall’austerità imposta nell'ultimo decennio. Queste risposte includevano il programma di sostegno all’occupazione SURE e le decine di schemi di mantenimento del lavoro e di sostegno al reddito che sono proliferati nell’Ue dalla primavera del 2020, fino a coprire tutti i paesi Ue. I vincoli fiscali del Patto di stabilità e crescita sono stati temporaneamente sospesi e alcune regole sugli aiuti di Stato e sul diritto della concorrenza sono state allentate. E naturalmente c'è stata un'iniezione senza precedenti di liquidità nell'economia reale con Next Generation EU e le sue declinazioni a livello nazionale.
Senza questo cambiamento di direzione, l'impatto sociale ed economico della pandemia sarebbe stato catastrofico e il progetto europeo sarebbe potuto deragliare fatalmente. Ora è importante che queste risposte politiche nazionali ed europee alla crisi del Covid-19 siano considerate come risposte strutturali alle carenze di lunga data del modello di governance neoliberale. 
Inoltre i salari non stanno seguendo l’inflazione: con circa 3 milioni di europei che non possono più permettersi di pagare le bollette per il riscaldamento (e questo prima dell’invasione dell’Ucraina da parte della Russia), il rischio di un’impennata della “povertà lavorativa europea” è altissimo. 
In Europa e in Italia viene periodicamente riproposto il tema del salario minimo, con il quale però verrebbero meno tutele importanti per la vita dei lavoratori e delle lavoratrici che solo il contratto è nella condizione di garantire. Cosa pensa della situazione italiana? 
L’iter legislativo della direttiva europea sui salari minimi e la contrattazione collettiva è entrato nella sua fase finale, quella del “trilogo”, dove il Parlamento Europeo, il Consiglio e la Commissione stanno negoziando per trovare un accordo. Come sindacato europeo ci siamo battuti fortemente per far sì che questa direttiva vedesse la luce e ci auspichiamo che l’accordo venga trovato al più presto. La direttiva punta infatti a definire requisiti minimi per tutelare i salari nell’Ue, o fissando per legge un salario minimo oppure permettendo ai lavoratori di negoziare con i datori di lavoro tramite la contrattazione collettiva. 
Non tutti i Paesi europei hanno un salario minimo definito per legge: nell’Ue, vi sono 6 stati membri in cui i salari minimi sono tutelati esclusivamente attraverso la contrattazione collettiva, come l'Italia. Questi paesi non saranno obbligati a introdurre salari minimi per legge. 
La contrattazione collettiva e la rappresentanza sindacale hanno giocato e giocano un ruolo fondamentale in Italia nel difendere il lavoro. Tuttavia, non dobbiamo dimenticarci che vi sono dei settori – tra l’altro in forte espansione – dove la negoziazione collettiva e la rappresentanza sindacale sono negate, a fronte di un proliferare di relazioni di lavoro basate su false partite Iva. 
In Europa si guarda al modello tedesco di cogestione, con il coinvolgimento dei lavoratori nella gestione delle imprese. Un modello esportabile ad altre realtà? E quali condizioni?
Il modello tedesco di cogestione dei lavoratori è sicuramente un ottimo esempio di come la democrazia sul lavoro possa essere implementata. Questo modello è peculiare della cultura tedesca e si è sviluppato nel tempo in un contesto storico specifico. In questo senso si può dire che c'è molto da imparare da esso, come l'effetto della partecipazione dei lavoratori sulla competitività e l'efficacia di un'azienda. Tuttavia, è difficile replicare il modello semplicemente importandolo in un altro Paese.
Come si sta evolvendo in Europa la contrattazione di fronte alle trasformazione digitali e all'estensione dello smart working?
La pandemia ha accelerato l’innovazione e l’uso della digitalizzazione di almeno 10 anni. In certi settori siamo di fronte a un vero e proprio proliferare di piattaforme digitali, che continuano spesso a sottrarsi alle loro responsabilità nei confronti dei lavoratori e della società, generando precarietà e mettendo a rischio la salute e la sicurezza. Mentre le piattaforme pretendono di essere semplici punti di contatto, in realtà impongono veri e propri regimi di lavoro! La Ces insiste sul fatto che la direttiva deve stabilire il diritto dei lavoratori delle piattaforme alla contrattazione collettiva, stabilire regole per la raccolta dei dati e la privacy e promuovere la trasparenza sui metodi di lavoro e nello sviluppo degli algoritmi, dove i sindacati devono essere consultati. Al tempo stesso, deve garantire la salute e la sicurezza dei lavoratori delle piattaforme, combattere le disuguaglianze e affermare chiaramente che non è necessario un terzo status lavorativo per raggiungere questi obiettivi. Una presunzione di occupazione proteggerebbe anche i lavoratori veramente autonomi, garantendo loro il diritto ad organizzarsi in sindacato, a contrattare collettivamente, a godere di diritti e protezioni adeguate.
Giampiero Guadagni
(L’intervista integrale è stata pubblicata sul Working paper 24/22 della Fondazione Tarantelli)
 

( 8 aprile 2022 )

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