Lunedì 8 agosto 2022, ore 11:37

2 Giugno

Ripensare la Festa della Repubblica per ripensare la storia dell’Italia contemporanea

Il 2 giugno si celebra la “Festa della Repubblica” in memoria delle elezioni del 1946 quando i cittadini italiani furono chiamati a scegliere con un referendum istituzionale la forma dello Stato: vinse la Repubblica con uno scarto di due milioni di voti, ma nel Sud e nelle Isole si affermò la Monarchia ottenendo oltre il 65% dei consensi. Contemporaneamente venne eletta l’Assem blea costituente che aveva l’obiettivo di elaborare la Costituzione. L’Italia si affacciò alla democrazia politicamente divisa. Il 35% degli elettori votò per la Dc (Democrazia cristiana), mentre le sinistre (socialisti e comunisti) raggiunsero il 38%. Il Partito d’Azione, che con le Brigate “Giustizia e Libertà” aveva dato un contributo significativo alla Resistenza, elesse soltanto due deputati. Le donne elette, che votarono alle politiche per la prima volta, furono ventuno (9 comuniste, 9 democristiane, due socialiste, una dell’Uomo Qualunque) su 585 deputati. Fin dai primi tempi si delinearono perciò tre grandi “partiti di massa”: il Pci superava i due milioni di iscritti, la Dc un milione e duecento mila, il Psi le cinquecentomila. Anche l’associazio nismo era molto diffuso: l’Azione cattolica con due milioni di aderenti, la Cgil unitaria contava con oltre 5 milioni e settecentomila iscritti. La Coldiretti di Paolo Bonomi, di cui fu Presidente per trentasei anni (1944-1980), dominava incontrastata il settore agricolo. Dopo vent’anni di dittatura fascista e di eliminazione di ogni libertà di pensiero e di espressione emergeva una forte volontà di partecipazione e queste organizzazioni svolgevano una capillare funzione pedagogica. Nel 1977 (governi di “solidarietà nazionali”) la festività del 2 giugno, insieme con altre di carattere religioso, venne sospesa durante il periodo di austerità economica e venne fatta coincidere con la prima domenica di giugno, ma fu ripristinata dal Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi con le celebrazioni del 2001. Gli atti parlamentari delle discussioni all’Assem blea costituiscono documenti di grande valore etico politico perché i rappresentanti di ogni schieramento s’impe gnavano nello studio e in approfondimenti che meritano ancora oggi attenzione e rispetto. Si confrontavano diverse culture che in gran parte facevano riferimento a tre componenti: socialista/ comunista, cattolico/democristiana e liberal/democratica. La Costituzione venne approvata con 458 favorevoli e 62 contrari; la firmarono: Enrico De Nicola (liberale, Capo provvisorio dello Stato), Umberto Terracini (comunista, Presidente dell’Assemblea costituente) e Alcide De Gasperi (democristiano, Presidente del Consiglio dei ministri). Da notare che in quel periodo si era esaurita la fase dei governi d’unità nazionale provenienti dalla Resistenza, con l’espulsione, nel mese di maggio, delle sinistre dal governo; ciò nonostante, si mantenne l’im - pegno unitario nella stesura della Costituzionale repubblicana. In occasione del decimo Anniversario della Liberazione, Franco Calamandrei affermava con una certa amarezza: “Era caduto il fascismo e la monarchia, ma non vi era stata una rivoluzione che avesse cominciato dal far tabula rasa di tutto l’ordinamento precedente, per poi mettersi a ricostruire con nuovi materiali su un terreno sgombro dalle macerie.” Intanto a livello internazionale l’unità antinazifascista lascia il passo a una nuova contrapposizione: da una parte l’Occidente con l’egemonia statunitense e dall’altra il blocco sovietico sotto il controllo dell’Urss del dittatore Stalin: nel settembre 1947 nasceva il Cominform, che riuniva i partiti comunisti al potere nei paesi dell’est e quelli della Francia e dell’Italia, seguiti dalla costituzione della Nato nell’apri le 1949. La divisione del paese influì anche nel movimento sindacale che si divise in tre tronconi: la Cgil, la Cisl e la Uil. Il primo decennio del dopoguerra fu caratterizzato da un ingente sforzo di “ricostruzione nazionale” fino a considerare il periodo 1956-1963 come quello del “miracolo economico” italiano, al quale diedero un notevole apporto le rimesse dei nostri emigranti all’estero. L’occupazione industriale rappresentava il 37,4% della popolazione attiva e il reddito nazionale cresceva con un saggio d’incremento annuo di oltre il 5%. Alla televisione nasceva la rubrica pubblicitaria “Caro sello”. Cominciarono a diventare popolari le auto Fiat Seicento e Cinquecento e nelle case si diffondevano gli elettrodomestici, mentre

al cinema appariva “La dolce vita” di Federico Fellini. Nel 1957 l’Italia si presenta a pieno titolo tra i sei firmatari dei Trattati di Roma che istituiscono la Cee (Comunità economica europea) e l’Eura tom. La scelta europeista - grazie all’impegno determinante di Alcide de Gasperi supportato da Altiero Spinelli e dai federalisti del Mfe - seguirà, con alti e bassi, nei decenni successivi, fino ad arrivare all’attuale Unione Europea presieduta dalla tedesca della Cdu Ursula Von Der Leyen, frutto di un accordo delle sinistre col Ppe. Nel pensare l’evoluzione dell’Italia non dobbiamo dimenticare il ruolo delle lotte sociali e sindacali degli anni ’70 che raggiusero obiettivi di libertà e di maggiore uguaglianza: dallo Statuto dei lavoratori (legge 300) alla riforma sanitaria (compresa quella dell’abolizione dei manicomi ideata dallo psichiatra Franco Basaglia), dalla vittoria progressista nel referendum sul divorzio alla legge di parità uomo donna in materia di lavoro, al nuovo diritto di famiglia, all’interruzione volontaria della maternità. Dopo l’Ottantanove, con l’ab battimento del muro di Berlino e la dissoluzione dell’Urss e dei regimi dei paesi dell’Est Europa, anche in Italia entra in crisi il sistema politico repubblicano che aveva contraddistinto il quarantennio del dopoguerra. Alle elezioni del marzo 1994 emerge un nuovo attore politico, che anticipa altri paesi occidentali: il partito-azienda che col nome calcistico di “Forza Italia”, diventa il primo partito e conquista la maggioranza, nel Nord alleata con la “Lega” di Umberto Bossi (Polo delle libertà) e nel Sud con “Allean za nazionale”, ex Msi (Polo del buon governo). Fino al 2011 sembrava raggiunta l’alternanza tra due schieramenti al governo (il centro destra e il centro sinistra, capeggiati rispettivamente da Silvio Berlusconi e da Romano Prodi), ma poi s’interrompe col “governo tecnico” del Presidente Napolitano presieduto da Mario Monti (già commissario europeo per dieci anni) e coi governi di “larghe intese” (2013-2018) di Enrico Letta, Matteo Renzi e Paolo Gentiloni. Le ultime elezioni del 2018 provocano un altro cataclisma con la vittoria di un nuovo protagonista: il Movimento “Cinque stelle” che ottiene il 32% dei voti e che, alleato con la Lega di Matteo Salvini (17,3% dei voti), forma il governo di Giuseppe Conte (giurista e docente universitario), il quale, a sua volta, nell’estate 2019, cambierà alleato facendo nascere il “Conte II” insieme al Pd. Infine, nel 2021, arriviamo a un altro governo tecnico del Presidente Mattarella capeggiato dall’ex governatore della Bce, Mario Draghi. Per capire questa trasformazione della dinamica politica è utile la lettura del recente libro di Guido Formigoni che nella sua “Storia essenziale dell’Italia repubblicana” (il Mulino) colloca la storia del paese in una dimensione internazionale che ne riconosce cause e influenze globali. Il nono capitolo è appunto dedicato al crollo e alla trasformazione del sistema politico repubblicano (1989-1994); il decimo capitolo all’emergere faticoso di un bipolarismo politico nell’orizzonte europeo (1994-2001), poi alla stagione berlusconiana in una società divisa (2001-211), infine alla crisi di sistema e agli interrogativi sul futuro (2011-2021). Dopo la risposta sulla pandemia, e con il progetto europeo Next Generation-EU si delinea, afferma lo storico Formigoni, un superamento della stagione dell’austerità, nella linea di un rilancio economico ecologicamente e socialmente più sostenibile e quindi più equo e lungimirante.

Salvatore Vento

( 2 giugno 2022 )

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