Lunedì 6 dicembre 2021, ore 16:19

Quotidiano di informazione socio‑economica

Demografia

Se le soluzioni suggerite rischiano di aggravare il problema

La denatalità è ormai al centro di un discorso pubblico che la considera come un problema perché la diminuzione del numero dei nuovi nati, ossia dei figli di persone inserite a pieno titolo entro una comunità di riferimento (i “cittadini”, giusto per intenderci), introduce elementi di criticità da molti punti di vista, non da ultimo quello economico. Tuttavia, questa la mia tesi, finché anche i “lati oscuri” di tale discorso non saranno adeguatamente chiari è almeno probabile, se non proprio certo, che le soluzioni suggerite rischino di aggravare il problema, piuttosto che risolverlo. Qui indicherò soltanto due di tali lati oscuri, impliciti nel discorso, o meglio nella retorica, sulla denatalità, a partire dalla constatazione che mentre quest’ulti ma è considerata un problema, la natalità, ossia il suo opposto, è considerata invece un valore da preservare.

Ciò che prima di tutto colpisce è la frequenza con la quale natalità fa rima con maternità, nonostante tutte le migliori intenzioni di farla rimare anche con paternità e più ampiamente con genitorialità. Insomma, la natalità, e di conseguenza anche la denatalità, rientrano a pieno titolo fra le tematiche “di genere” e tuttavia il riferimento più immediato è a uno solo dei due generi attualmente ammessi – al genere femminile, alle donne. In questo senso, pare che la denatalità sia un problema alla cui soluzione potrebbero (e dovrebbero) contribuire prima di tutto quegli individui umani che si ritiene abbiano più direttamente a che fare con la sfera del “na scere”, e ciò spiega anche perché, per quanto scorrettamente, natalità faccia più rima con maternità che con paternità: perché è (principalmente) un affare da donne.

Infatti, la retorica del discorso sulla (de)natalità si fonda sull’usuale idea secondo cui una donna sarebbe sempre disponibile a farsi madre, se non si frapponessero ostacoli al suo divenire tale. Ciò conduce tuttavia a chiedersi: chi sarebbe deputato a individuare tali ostacoli e a rimuoverli? La risposta più immediata sarebbe ovviamente: lei stessa. Ma le cose non stanno proprio così, perché la soluzione viene invece affidata a una collettività – attraverso quella sua attività co-costruita che chiamiamo “politica” – della quale fanno parte anche gli uomini (l’altro genere, quello per cui (de) natalità fa rima con paternità). E per quanto possa non far piacere sentirselo ricordare, dentro quella collettività ci sono anche coloro (uomini, donne e “altri”) per i quali la (de) natalità potrebbe non essere affatto un problema e che potrebbero persino ritenere che sarebbe meglio impiegare tempo, energie e risorse per occuparsi di altro.

Insomma, il discorso sulla denatalità corre il rischio di escludere almeno coloro che non vogliono più essere identificati e identificate con la funzione biologico-riproduttiva come “dovere sociale”. E del resto, non sono poi così lontani i tempi nei quali proprio “le donne” hanno combattuto per affrancarsi dalla riduzione al ruolo di madri, individuando tutte le opportunità per non assumerlo. Non si dovrebbe infatti dimenticare, come sempre più spesso accade, che alla retorica sulla natalità come valore da recuperare si contrappone l’identifi cazione di diritti riproduttivi come “diritti fondamentali” o “diritti umani” da garantire a ciascun individuo, ma in particolare alle donne. Essi includono la contraccezione e l’aborto, sancendo così, in definitiva, un diritto a non essere madre, che peraltro continua a essere molto difficile da esigere e realizzare, anche come portato del rafforzamento di un discorso centrato sulla rivalutazione della maternità.

Certamente, le lotte per conquistare diritti sessuali e riproduttivi hanno contribuito anche a diffondere l’idea che la maternità sia in qualche modo un diritto da far valere nei confronti della collettività, la quale è chiamata a garantire, attraverso “politiche” dedicate, che si possa effettivamente diventare madri, rimuovendo gradualmente tutti gli ostacoli che non lo permettono. Da questo punto di vista, le particolari previsioni che dovrebbero agevolare le donne-come- madri non sono altro che il tentativo di rendere effettivo, esigibile e realizzabile tale “dirit to” e appaiono come un avanzamento sulla via di un’effettiva “pari tà di genere”.

Ma il “lato oscuro” del discorso sta nel fatto che in condizioni di de-natalità esso può far ricorso a tutte le strategie retoriche intese a far sì che “la donna” torni a interiorizzare la maternità come un dovere, piuttosto che come un diritto che può non essere esercitato senza subire conseguenze sul piano del riconoscimento

sociale. Perciò, non pare che le donne debbano soltanto gioire per l’attuale pressante attenzione alle “politiche per la famiglia” e per le varie rappresentazioni circolanti che intendono (ri) convertirle alle “gioie della maternità”. Si tratta infatti di una rinnovata richiesta di recuperare il proprio ruolo “natura le”, continuando così a intendere la maternità come il fondamentale contributo delle “don ne” allo sviluppo della comunità in cui sono inserite, assumendosi il ruolo di riprodurla insieme a tutti i suoi valori.

Si passa qui alla seconda questione scomoda che intendo sottolineare. Infatti, natalità continua a far rima anche con nazionalità, se essa è intesa come una sorta di dovere nei confronti dei pienamente- membri del gruppo sociale di riferimento, ossia di un “Noi” coeso ed essenzialmente diverso da tutti gli “Altri”, nonostante l’onnipresente riferimento alla dimensione globale nella quale siamo tutti chiamati a vivere. La denatalità, e il connesso discorso teso a recuperare il valore della natalità come soluzione, è di fatto un problema locale che affligge (se così si preferisce pensarla) soltanto una parte del globo, visto che nel loro complesso gli esseri umani non sembrano aver smesso di “cresce re e moltiplicarsi”, con tutte le ben note conseguenze per quella ormai onnipresente “sosteni bilità” pure esplicitamente tematizzata come un problema. Per tal via, però, si corre il rischio di arrivare a una situazione almeno apparentemente paradossale.

Da un lato, infatti, si sostiene che in “altri” luoghi che non sono “il nostro” ci si debba battere affinché la maternità si configuri come un diritto che può non essere esercitato, mentre dall’altro “qui da noi” si mettono in opera varie strategie di persuasione morale affinché le donne recuperino il valore della maternità, anche come una sorta di dovere civico. Naturalmente, sia detto a scanso di equivoci, ciò non significa che non debbano essere elaborate e messe a disposizione garanzie a tutela di chi voglia usufruirne, perché questo è il compito di un ordine politico che voglia dirsi davvero democratico. Ma proprio qui sta il punto: che le politiche a favore dell’aumento della natalità devono scaturire da una richiesta chiara e inequivocabile da parte degli individui interessati (donne, uomini e “altri”), per evitare di sfociare in una qualche forma d’imposizione.

Più in generale, infine, la connessione fra natalità, maternità e nazionalità potrebbe condurre alle più variegate proposte tese a scongiurare il pericolo di una scomparsa del “noi” a favore di un emergere del “lo ro”, ovvero anche di una mescolanza che ci farebbe diventare entrambi “altro”. Ciò, per quanto inconsapevolmente, ostacola l’emer gere di un dibattito esplicito sulla possibilità d’in dividuare opzioni alternative che superino gli ormai obsoleti confini che dividono gli umani in entità dotate di confini territoriali (gli “stati”) e valoriali (le “nazioni” o “culture”). Anzi, il tentativo di preservare tali entità sembra stridere fortemente con la simultanea consapevolezza di vivere in un’epoca di compiuta globalizzazione, per la quale esse risultano inadeguate, perché appartenenti a un passato nel quale il locale (“noi”) poteva ancora ritenere di prevalere sul globale (“tutto il resto”). È dunque con uno sguardo finalmente globale che anche la denatalità come problema dovrebbe essere più correttamente affrontata.

Flavia Monceri

(Professore Ordinario di Filosofia politica all’Università del Molise)

( 9 agosto 2021 )

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