Lunedì 8 marzo 2021, ore 13:33

Quotidiano di informazione socio‑economica

Fondazione Pirelli

Impresa e cultura

Umanesimo industriale. Antologia di pensieri, parole, immagini e innovazioni (a cura della Fondazione Pirelli), un libro di grande formato (24,5 x 28,5 cm e 2,5 kg di peso) suddiviso in tre grossi capitoli: impresa, valori, cultura; la rivista Pirelli 1948-1972; fatti e persone nel tempo. Ogni parte è ricca di contenuti che stimolano la riflessione e il confronto con la situazione attuale. Le imprese, afferma Marco Tronchetti Provera, vivono d’innovazione e di tradizione, come patrimonio essenziale di conoscenze ed esperienze. La frase - Tradizione non è culto delle ceneri ma custodia del fuoco - ha ispirato molte iniziative e rappresenta il filo conduttore della cultura d’impresa. Pirelli nella sua storia è sempre stata fabbrica: luogo d’innovazione, di ricerca e inclusione sociale, premio al merito di chi sa e fa, con competenza e passione, sguardo attento alle persone. “Pirelli rivista d’informazione e di tecnica” nacque con lo scopo dichiarato di saldare la cultura tecnico scientifica e la cultura umanistica, commissionando alle firme più autorevoli dell’epoca articoli e inchieste arricchiti da illustrazioni d’autore o reportage realizzati dai grandi maestri della fotografia. L’Archivio storico conserva la collezione dei 131 numeri originali e l’intero fondo fotografico della Rivista. Un totale di circa 6000 immagini, di cui 3500 quelle pubblicate a corredo degli articoli originali e quasi 2500 quelle inedite. La redazione è stata guidata nel tempo da Leonardo Sinisgalli e Vittorio Sereni, Giuseppe Luraghi, Arturo Tofanelli e Arrigo Castellani. Una rivista, dice Antonio Calabrò, ha un senso se è un ponte: tra culture diverse e perfino conflittuali, tra esperienze, inclinazioni, visioni differenti della storia e del mondo. Come aveva auspicato Vittorini, nell’apertura del primo numero de “Il Politecnico” (29 settembre 1945), la cultura non doveva essere consolatoria, ma doveva proteggere dalle sofferenze. Elio Vittorini e Alberto Pirelli apparivano uniti nel gusto d’essere protagonisti vigili del cambiamento, nell’idea d’una forte assunzione di responsabilità verso la ripresa economica e civile del paese. Non è un caso che Vittorini avesse pubblicato nella rivista Pirelli alcuni brani inediti di un suo romanzo abbozzato, “Le città del mondo”; un siciliano che a Milano aveva trovato il posto giusto per fare promozione culturale. Diceva Alberto Pirelli che ogni contributo alla civiltà meccanizzata va inquadrato nei più alti livelli culturali e sociali della vita anche se nella rivista avrebbero parlato loro, uomini dell’azienda. Anzi, aggiungeva, che i collaboratori esterni potevano meglio sfuggire al fatale inaridimento del tecnicismo ad oltranza e lievitare la materia con la loro arte, sensibilità e fantasia. La costruzione del Grattacielo Pirelli tra gli anni 1956-1961 diventa il simbolo concreto del progresso. Lo progetta l’architetto Gio Ponti mentre il calcolo delle strutture in calcestruzzo armato è di Pier Luigi Nervi, molto attento alle nuove tecnologie: 32 piani e 127 metri di altezza, che merita l’appellativo di “Pirellone”. A sua volta, dirà Gillo Dorfles, l’architettura è la sola arte che mescoli sempre l’utile e il bello, il dato estetico e il dato pratico, la norma tecnica e l’impulso creativo, il sogno e la realtà. Il giovane Umberto Eco (aveva 29 anni), quando ancora eravamo nella fase iniziale del dominio televisivo, scrive “la fenomenologia di Mike Bongiorno” e le sue considerazioni sulla Tv suscitano scalpore perché attacca direttamente un personaggio davvero popolare che, secondo lui, “non si vergogna di essere ignorante e non prova il bisogno di istruirsi”. Per Eco, invece, una civiltà democratica si salverà solo se farà del linguaggio dell’immagine una provocazione alla riflessione critica e non un invito all’ipnosi. Anche il grande tema sociale del superamento dei manicomi trova il suo spazio con l’intervista a Franco Basaglia e le citazioni degli esponenti dell’antipsichiatria, gli inglesi David Cooper e Ronald Laing. Basta guardare con attenzione le copertine della rivista per capire come viene rappresentato lo spirito dell’epoca: Coppi e Bartali nel 1949, Enzo Ferrari al posto di guida nel 1954, il progettista della Fiat Dante Giacosa che presenta la nuova 500, il dipinto di Guttuso nel 1959. Alberto Cavallari racconta, attraverso interviste, le dinastie operaie alla Pirelli come quella dell’autista “Capozzo Gaetano che nel 1917 entra in fabbrica e sposa l’impiegata Brugna Luigia e ha due figli, Mario e Rosetta, che nel ‘36 e nel ‘42 entrano anche loro in fabbrica. Rosetta sposa poi l’operaio Michele Tortora”. La costituzione nel 1953 del Centro culturale Pirelli, diretto da Silvestro Severgnini con lo slogan “la cultura è pane”, apre una nuova stagione di coinvolgimento dei dipendenti e dei rapporti con la città. Fulvio Roiter ne “La strada del caucciù” racconta come viene coltivata la materia prima per la gomma nei diecimila ettari di terreno comprati in Brasile. Ci vogliono almeno sette anni prima che dal seme si sviluppi una pianta capace di dare lattice. Qualche volta, scriveva Arrigo Castellani nel 1958, la conduzione della Rivista mette a dura prova la nostra calma, ma in realtà ci diverte, come ci diverte tutto il nostro lavoro che è molto vario e ci pone in contatto con artisti, scrittori, architetti, giornalisti: tutta gente almeno singolare, a volte un po’ strana, sempre piuttosto interessante. Tra questi personaggi merita di essere ricordato il testo e le foto di Fosco Maraini che ci portano in Giappone nell’isola Hekura, detta delle pescatrici. Le donne hanno un ruolo di primo piano nel mondo del lavoro. Sono loro, le donne-mare, che vanno a pescare immergendosi nell’acqua tra i 15 e i 18 metri di profondità, che scivolano fra i ciuffi d’alghe con movimenti lenti uguali, di composta eleganza, elementi integranti del paesaggio incantato che le circonda; ogni tanto raccolgono una conchiglia, poi, dopo un tempo che sembra senza fine, tornano veloci alla superficie respirando due o tre volte con un tipico sibilo e gettando le prede nei cesti della barca. Si tuffano una decina di volte, per circa un’ora. Il lavoro continua fino alle 4 del pomeriggio. Il periodo dell’Obon, ovvero la visita dei morti ai loro cari, diventa una festa gioiosa e non di mestizia. Nelle case si preparano pasti in miniatura e si ceca di rallegrare il loro breve periodo di permanenza tra i vivi, con danze, feste e con serene espressioni di giocondità familiare. Gian Arturo Ferrari presenta un’analisi comparata con altre tre riviste, a partire da “Comunità” di Adriano Olivetti, il cui primo numero esce nel marzo 1946. Completamente diversa dalla rivista Pirelli anche se alcuni intellettuali collaborano con entrambe. Se l’Olivetti come azienda era assente da Comunità, Pirelli non solo è presente con il proprio logo, ma costituisce il titolo stesso della rivista. Il pubblico di Comunità è un pubblico di intellettuali, quello di Pirelli è immaginato come il ceto medio evoluto e urbano, che è il vero protagonista della ricostruzione. L’altra, “Civiltà delle macchine”, nasce nel 1953 per opera di Giuseppe Luraghi, che dalla Pirelli era passato a Finmeccanica con l’incarico di direttore generale. La dirige Leonardo Sinisgalli, ingegnere e poeta. Richiama una rivista d’arte d’alta qualità. Il suo proposito è quello di partire dalle macchine per ricostruire la nuova nozione di civiltà. Viene chiesto a grandi firme del mondo letterario di esprimere un pensiero sulla presenza delle macchine nella nostra epoca. Segue in ordine di tempo, nel 1955, “Il Gatto selvatico”, espressione dell’Eni, e si presenta più dimessamente come rivista aziendale a testimonianza di una cultura industriale che ha già preso forma. Più che prodotti, l’Eni fabbrica impianti di estrazione, di trasformazione, di distribuzione. Il direttore è il poeta Attilio Bertolucci. Come si può constatare tutte queste grandi imprese cercano un dialogo fecondo col mondo culturale e artistico dell’epoca.

Salvatore Vento

( 8 marzo 2021 )

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