Lunedì 1 marzo 2021, ore 10:58

Quotidiano di informazione socio‑economica

Filosofia

Ritorno alla dialettica

di STEFANO CAZZATO

C’è una piccola storia dietro questo libro, una storia personale intendo, in cui forse molti studenti di filosofia, una volta diventati autocoscienti del significato della loro disciplina, si riconosceranno. A me è successo così, ad ogni modo.

Il libro mi passò accanto già alla sua uscita, nel 1987 (anche perché studiavo a Pisa e Remo Bodei, che lì insegnava, era uno dei miei professori) ma all’epoca me ne dimenticai, tutto preso da letture più radicali e inattuali, che non rinnego affatto, Nietzsche, Heidegger, Foucault, insomma quelle cose lì. Come poteva attirarmi dunque un libro su Hegel, che partiva da un suo frammento, da “un pre-testo hegeliano” per svolgere un’analisi senza sconti della modernità, quando ero tutto preso dallo Zarathustra?

L’idea stessa di una filosofia sistematica, che si reggeva sulla dialettica, su un pensiero forte, non remissivo, mi allontanava da quell’oggetto, nonostante avessi e ho una stima notevole verso il suo autore, scomparso da poco, uno dei pochi filosofi che, fra l’altro, si faceva capire.

Scomposizioni” è tuttavia un grande libro, e non solo perché sta ancora qui a parlarci, a molti anni di distanza, in una “forma riveduta, aggiornata e fortemente ampliata”, non solo perché ha contribuito alla Renaissance hegeliana, ma perché ci riconciliava con il pensiero di Hegel, e ce lo faceva capire - incrociando sapere filosofico, letterario e religioso - attraverso un’interpretazione nuova, non dogmatica, non irrigidita, dei concetti di intero, di totalità, di sintesi, di verità, quei concetti che normalmente vanno sotto il termine dialettica.

La dialettica, dunque, e non il sistema, lo strumento che sblocca la stasi e la rassegnazione, che mette in movimento la storia, che la apre, senza attese millenaristiche, al futuro, che la rende, se non giustificabile, almeno comprensibile in un’ottica più generale.

La dialettica come dispositivo concettuale che dà un senso alle lotte e ai valori, alle fatiche e alle speranze, che rende possibile una vita che sia di più e di meglio della vita semplicemente “offerta e permessa”. Proprio da qui partiva il frammento hegeliano, dal fatto che oltre l’immediatezza, la falsa coscienza, la rinuncia, il mero dato dell’esistente quale si manifesta a noi sotto forma di un finto assoluto, di una finta natura, ci siano nuove possibilità inesplorate, scatti, superamenti, accelerazioni, alterità, un orizzonte di attese realistiche. E che alla vita offesa ci può essere riparo. Che si può vedere la luce dopo e grazie il paziente e oscuro lavoro della talpa.

In un’epoca, quella postmoderna, segnata dalla decostruzione dei valori del progresso, della temporalità, dell’impegno politico e della soggettività, dal crollo dei grandi ideali emancipativi e dei fini, a vantaggio dell’attimo, delle pulsioni, delle strategie, dell’interiorità e del benessere individuale, Bodei, in anticipo sui tempi, provava a ripensare insieme, dialetticamente appunto, individuo e storia, felicità individuale e eticità, singolo e comunità, identità e diversità, passato e futuro, ideale e reale, perché nella scomposizione, nel destino parziale, unilaterale, degli individui ripiegati su stessi, in un confortante ma illusorio privato, e indifferenti alla storia, egli vedeva, proprio sulla scia di Hegel e dei nodi della sua epoca, la malattia del secolo scorso ma anche del secolo che stava arrivando.

E infatti, con la speranza di una ricomposizione delle scissioni moderne, e soprattutto post-moderne, così si conclude il suo libro: “La dialettica può configurarsi anche come una strategia che insegna ad utilizzare le contraddizioni in funzione dello sviluppo e dell’espansione dell’individualità. In essa la scissione, l’accettazione del rischio e della sofferenza, la lotta nella realtà e nei concetti sono le premesse per poter ritornare a sé più coscienti e più forti. Ad ogni ostacolo superato, ad ogni contraddizione confutata, ad ogni dolore sopportato e vinto, ad ogni sfida cui si è risposto efficacemente, l’identità si consolida e l’alterità viene inglobata. Il soggetto - vuoto, inerte, senza valore nella sua immediatezza – è perciò continuamente spinto fuori di sé, invitato a confrontarsi e a mediarsi con il mondo, a levigarsi ed affilarsi nella sua dura e ruvida cote”.

Remo Bodei, Scomposizioni. Forme dell’individuo moderno, il Mulino, 2020

( 1 marzo 2021 )

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