Mercoledì 17 aprile 2024, ore 16:46

Mostre

Un antropologo che fa il fotografo

di ELIANA SORMANI

Dopo le mostre su Henri Cartier-Bresson e Ropert Capa, il MUDEC, ribadendo il suo interesse verso la fotografia di reportage e documentaria, presenta dal 10 febbraio al 30 giugno 2024 nel suo spazio dedicato alla fotografia (Mudec Photo) una coloratissima monografica dedicata a Martin Parr, uno dei più affermati fotografi britannici viventi. La mostra, curata direttamente dall’artista insieme a Magnum Photos, dal titolo “Short & Sweet”, ripercorre cronologicamente la carriera del fotografo attraverso oltre 60 scatti selezionati tra i suoi più iconici, un’installazione formata da un corpus di oltre 200 immagini (Common sense), e un’intervista inedita. L’esposi zione si inserisce perfettamente in quella che è la mission del Museo delle Culture, che da due anni è impegnato ad avvicinare sempre di più il suo pubblico a tematiche antropologiche e sociali grazie ad una narrazione visiva dell’arte attraverso i linguaggi del contemporaneo. In questo senso nessuno più di Martin Parr è interprete di questa visione poiché si può definire a tutti gli effetti un antropologo che fa di professione il fotografo e questo grazie alla sua straordinaria capacità di guardare all’ordinarietà del vivere quotidiano attraverso la lente del suo obiettivo, sempre alla ricerca del dettaglio perfetto in grado di disegnare l’uomo contemporaneo.

A partire dagli anni Ottanta, mentre si va delineando la sua poetica focalizzata intorno all’ordinaria banalità della vita quotidiana, egli rivoluziona la storia della fotografia documentaria introducendo il colore, che fino ad allora era usato solo in ambito pubblicitario. I suoi scatti saturi di luci e brillantezza cromatica, ironici e irriverenti, ma mai provocatori o offensivi, si posano su quelle che sono le contraddizioni e le peculiarità della nostra società caratterizzata dal consumismo, dal lusso, dal cibo o dal turismo di massa, sintetizzando quelle che sono le nevrosi dell’uomo moderno.

Come lo stesso fotografo dichiara egli presenta nelle sue foto le cose così come sono senza mai giudicare ciò che guarda, narrando la vita così come si manifesta. Dalle sue immagine emerge quella che è la società contemporanea “vetrinizzata”, dedita alle apparenze, in cui vita pubblica e privata si mescolano continuamente, poiché l’uomo è spinto a mettere in mostra continuamente se stesso e le proprie abitudini, fino ad apparire a volte eccessivo e ridicolo, goffo e bizzarro, ma non per questo brutto o cattivo, semplicemente reale. Egli mostra al pubblico ciò che l’uomo è, ciò che rischia di essere e ciò che non vorrebbe essere e questo con un acuto senso dell’umorismo che fa venire voglia di prendere la vita con bonaria leggerezza, come lui stesso dichiara “Si può imparare di più sul Paese in cui si vive da un comico che dalla conferenza di un sociologo”. In fondo in un mondo pieno di guerre, di violenze e di tragedie a volte c’è bisogno anche di sorridere.

Non solo fotografo ma anche grande collezionista di cataloghi fotografici raccolti in tutto il mondo e dunque studioso del genere, Martin nato nel Regno Unito, a Empson nel 1952, eredita dal padre la passione per la fotografia e si dedica agli studi fotografici tra il 1970 e il 1973 frequentando il Manchester Polytechnic.

A partire dal 1975, a ventitre anni, con la compagna e futura moglie Susie Mitchell inizia quella che sarebbe stata una lunga collaborazione con gli abitanti di Hebden Bridge, una cittadina dello Yorkshire. Per 5 anni mentre Susie scrive i resoconti della vita quotidiana lui ne fissa le immagini in foto in bianco e nero, dando origine a quella che sarebbe diventata la serie “The Non-conformists”, un documento storico relativo all’indipendenza dall’an glicanesimo di Stato dell’Inghil terra settentrionale, con cui si apre la mostra milanese. A spiccare sono le fotografie di agricoltori, allevatori, operai e colletti blu, appartenenti in particolare ai Nonconformisti (il nome deriva dalle cappelle metodiste e battiste che stanno nascendo in quegli anni nella zona), che vengono immortalati durante le loro attività quotidiane, colti in atteggiamenti o situazioni bizzarre, ironiche e divertenti, come Mr. Tom Greenwood ripreso mentre pulisce una porta in bilico su una scala a pioli o alcune signore anziane riprese nella cappella battista mentre fanno una pausa tea con dolci. “Come modo per sovvertire le regole tradizionali”, che chiedevano di scattare fotografie in condizioni di luce e tempo ideali, volendo occuparsi di un’os sessione britannica, tra la fine degli anni ‘70 e l’inizio degli anni ‘80 si dedica alla meteorologia scattando una serie di fotografie in condizioni avverse. Serie sempre in bianco e nero che verrà pubblicata nel 1982 con il titolo “Bad Weather”, in cui l’artista rivolge l’attenzione più alle reazioni delle persone che non al paesaggio avvolto in un clima tipicamente britannico. A partire dal 1982 e fino al 1985 si dedica al suo primo progetto a colori, “The last resort”, rubando l’uso audace e saturo delle tinte forti al mondo pubblicitario americano. Il reportage dagli inconfondibili colori è condotto in modo satirico dal fotografo sulle spiagge di New Brigton, sobborgo balneare in declino di Liverpool, dove si focalizza intorno alle famiglie a basso reddito in vacanza evidenziando una nuova società consumistica che è andata a sostituirsi nostalgicamente al mondo operaio e ai suoi valori. Iconiche risultano le immagini di famiglie e,o bambini che giocano tra rifiuti abbandonati o all’ombra di macchine da lavoro, piuttosto che circondate da tradizionali paesaggi di vacanza estiva. Sempre legata al tema del consumo e degli sprechi di massa risulta la serie “Com mon sense” installazione quasi pop che copre due grandi pareti della sala centrale della mostra, costituita da oltre 200 fotografie in formato A3, selezionate tra le 350 esposte dall’artista nell’omo nima mostra del 1999. Presentato come un’ampia e compatta serie di immagini dai colori vivaci, sintesi degli elementi a cui l’artista aveva lavorato tra gli anni Settanta e Ottanta, espressione dell’ossessiva ricerca visiva di Parr di tutto ciò che è volgare, stonato e assurdo, il progetto aveva conquistato il Guinness dei Primati Record in quanto allestito contemporaneamente in 41 sedi di 17 paesi. Abbandonato l’in tento narrativo, fondamentale risulta l’attenzione di Parr ai dettagli, attraverso i quali egli riesce a dipingere in modo realistico la società e la sua cultura, così come interessanti e insoliti, nonché audaci, risultano gli accostamenti

di oggetti kitch, ripresi spesso da angolature inedite, come l’imma gine che funge da copertina del catalogo della mostra edito da Sole 24ORE Cultura. A partire dagli anni ‘90 lo sguardo di Parr si allarga al resto del mondo, pur rimanendo il suo spirito profondamente britannico e tra il 1989 e il 2008 si dedica al turismo di massa standardizzato immortalando in diverse parti del globo il turista omologato che ha trasformato il desiderio di cultura in una farsa, tesa esclusivamente allo svago e alle apparenze. Anche il nostro paese con Venezia, Pisa e altre città è oggetto di osservazione di Parr che sembra volerci mettere di fronte ad un modello di turismo paragonabile al sogno annacquato di Las Vegas. Anche la danza, forma d’arte insieme alla fotografia tra le più democratiche, è oggetto tra 1986 e il 2018 della ricerca di Parr, che si sofferma sui movimenti dei corpi, sui particolari dei volti, sui make up e sugli abiti di quella che è considerata un’attività culturale e naturale da svolgere nel proprio tempo libero senza pudori e liberi da ogni freno inibitorio. Tra il 2010 e il 2018 l’attenzione di Parr ritorna a posarsi esclusivamente sull’Inghilterra con il progetto “Establishment”, documentando ciò che significa essere inglese oggi, attraverso i comportamenti e i rituali delle elite che rappresentano il paese. Oggetto dei suoi scatti sono i centri del potere inglese, sia culturale come politico, con l’obiettivo di mostrare come le convenzioni sociali si ripetono nel tempo con quelli che sono i clichè tipici del popolo britannico, i suoi usi e le sue piccole ossessioni. Seguendo quella che è poi una tradizione tipica del popolo inglese e cioè la “fotografia da spiaggia” nel 2013 produce la serie “Life’s a Beach”, in cui mostra scatti provenienti dalle spiagge di tutto il mondo. Le fotografie presenti in mostra vanno dal 1986 al 2018 e documentano diversi aspetti della vita da spiaggia.

Martin Parr non ha trascurato durante gli anni di dedicarsi anche alla moda e ai costumi dei diversi popoli scattando fotografie di costume in tutto il mondo confrontabili in tutto e per tutto agli scatti fatti tra il 1999 e 2019 per riviste di moda e in occasione di sfiliate che hanno dato origine alla serie “Fashion” in cui con ironia e divertimento evidenza le debolezze dell’umanità.

La mostra, che segue un ordine cronologico di pubblicazione delle diverse serie fotografiche, come indica il titolo “Short & Sweet” (Breve & Dolce), è solo una sintesi dell’immensa produzione fotografica dell’artista, che ha scelto le immagini più iconiche da mostrare al pubblico, quelle che insieme alla genuinità e al realismo umoristico riescono a rendere il percorso della mostra nella sua leggerezza, curioso e divertente, come in fondo è la vita stessa “breve” e “dolce”, aiutando il visitatore guardare, come una cartina tornasole, dentro di sé per riappropriarsi del suo tempo libero, che deve essere goduto divertendosi, senza farsi sopraffare dall’omologazione e dal consumismo.

Martin Parr, “Short & Sweet”, MUDEC-Milano, 10.02.24/30.06.24

( 21 febbraio 2024 )

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