Domenica 18 aprile 2021, ore 7:22

Quotidiano di informazione socio‑economica

Sandro Penna

Un sintesi di due pianeti contrapposti

di STEFANO PETRUCCI

Scriveva sui bordi dei giornali che raccattava in giro. Dormiva incollato a una stufa elettrica. Mangiava solo omogenizzati. Non apriva mai le finestre del monolocale in via della Mola dei Fiorentini, nel centralissimo Rione Ponte di Roma, dove morì nel 1977. Usciva di rado. Ogni tanto però saliva su una vettura con autista e si faceva portare nel verde della periferia, a prendere aria. Eppure si diceva disperato, ai limiti dell’indigenza: nel bar sotto casa aveva sistemato una scatola con la scritta “Offerte per Sandro Penna”. Sandro Penna, appunto. Nato a Perugia nel 1906 e vissuto a cavallo tra l’Umbria e Roma, dove la madre Angela si era trasferita nel ’22, appena scoperto che il marito Armando era tornato dalla guerra con la sifilide. Per Pier Paolo Pasolini, Cesare Garboli e il suo mentore Elio Pecora, è stato il maggior poeta italiano del Novecento. Giudizio contestabile (anche Umberto Saba, Eugenio Montale, Carlo Emilio Gadda e Alfonso Gadda lo adorarono) solo perché molto più che a quel secolo Sandro Penna sembra appartenere all’antichità classica, prezioso reperto della poesia latina e greca. Probabilmente è stato l’ultimo poeta assoluto, di certo uno dei più rivoluzionari. Dopo di lui solo Alda Merini e Amelia Rosselli, poetesse loro malgrado, distanti dal mondo letterario e immerse in quello vero. Sandro Penna pare una sintesi dei due pianeti contrapposti, una miscela rara di leggerezza, voglia di vivere, malinconia. Un unicum lontano dallo stesso Pasolini, pure amico di scorribande notturne a caccia di giovani amori maschili. Pure in anni di feroce omofobia, Penna quanto e più di Pasolini trovò il coraggio di esprimereattraverso la sublimazione della forma, neutralizzando il contenuto trasgressivo con la grazia assoluta: Sempre fanciulli nelle mie poesie! Ma io non so parlare d’altre cose. Le altre cose son tutte noiose. Io non posso cantarvi Opere Pie”. Di sé era solito dire di essere intriso da “una strana gioia di vivere anche nel dolore”. Un sentimento che lo accompagnò attraverso una vita difficile, vissuta in semipovertà, in un isolamento che ne pregiudicò, almeno da vivo, la fortuna letteraria

Splendidi i versi finali della poesia che meglio narra la sua solitudine: “Le porte del mondo son chiuse: serrate alla pioggia, serrate alla luce”.

 

( 18 aprile 2021 )

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