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Gilet gialli, cosa c'è dietro l'utopia barricadera

Distruggere vetrine per restare vivi e mandare un segnale alle elites? Le cose possono evolvere, anche rapidamente. E magari la protesta rumorosa potrebbe generare qualcosa di più istituzionale. E nell’attuale vuoto politico europeo, anche un partito dei gilets gialli potrebbe dire la sua. Alla quarta settimana di contestazione, mentre Macron fa promesse alla nazione e decreta in diretta tivvù “lo stato di emergenza economica e sociale”, arrivano puntuali le sirene ammaliatrici del potere. Non c’è solo l’aumento del salario minimo a sostenere l’utopia barricadera. Un sondaggio Ipsos per il Journal du Dimanche, rileva che se oggi presentassero una lista per le elezioni europee del prossimo maggio, i gilets gialli otterrebbero il 12 per cento dei consensi. Tutti voti sottratti al nuovo Rassemblement national di Marine Le Pen e alla France Insoumise di Jean-Luc Mélenchon. Se si votasse a metà dicembre per il rinnovo del Parlamento europeo, il partito più votato sarebbe la coalizione En Marche-Modem del presidente Macron con il 21 per cento delle intenzioni di voto, poi Rn con il 14, Europe Ecologie-Les Verts con 13 e al quarto posto i nuovi sanculotti. Nell’ipotesi invece dell’assenza del movimento dei gilets gialli, il partito di Marine Le Pen salirebbe al 17 per cento, mentre Melenchon passerebbe dal 9 al 12 per cento. Scenario interessante, dunque, ma per ora quasi impossibile, poiché il movimento dei gilets gialli si è sempre dichiarato a-politico. E cosa fanno i sindacati, a fronte di una protesta che oltre a essere fuori dalle logiche degli schieramenti partitici, sembra anche piuttosto asettica rispetto alle rappresentanze dei lavoratori? In una nota congiunta Cfdt, Cgt, Fo, Cfe-Cgc, Cftc, Unsa e Fsu, rivolta principalmente alle politiche liberiste dell’Eliseo, ricordano che “da mesi”, di fronte “alle disuguaglianze sociali”, invocano “politiche pubbliche portatrici di giustizia sociale”. E che “da mesi” chiedono al governo di “ascoltarli” e di avviare un “vero dialogo sociale”. Un silenzio che probabilmente, osservano i sindacati, ha favorito un clima sociale sempre più degradato, creando le condizioni per la mobilitazione dei gilets gialli, considerati “l’espressione di una collera legittima”. Ora, “il governo con molto ritardo ha aperto le porte del dialogo”. Le “nostre organizzazioni”, scrivono, “s’impegneranno in maniera comune, ognuna con le proprie proposte e rivendicazioni, ogni volta che sarà possibile”. Temi fondamentali come “il potere d'acquisto, i salari, gli alloggi, i trasporti, l’efficienza e l'accessibilità dei servizi pubblici, della fiscalità devono finalmente trovare sbocchi concreti, creando le condizioni sociali per una transizione ecologica efficace ed equa”. Il dialogo e l’ascolto “devono ritrovare il loro posto nel nostro Paese”, ed è per questo che “denunciamo ogni forma di violenza nell’espressione delle rivendicazioni”. Insomma, un fortissimo e reiterato NO agli scontri e alle rivolte di questi giorni, senza trascurare il fatto che chi è all’Eliseo un po’ se l’è cercata.

(Articolo completo di Pierpaolo Arzilla domani su Conquiste Tabloid)

( 11 dicembre 2018 )

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