Sabato 28 maggio 2022, ore 18:05

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Nina Jankowicz e la disinformazione. Così Mary Poppins verifica le fake news

Il Department of Homeland Security (Dhs) americano ha creato il nuovo “Disinformation Governance Board (Dgb)”. La notizia arriva pochi giorni dopo che Twitter ha accettato l’offerta del fondatore di Tesla Elon Musk di acquistare Twitter per 44 miliardi di dollari, una mossa che secondo i critici dell’accordo potrebbe scatenare disinformazione. Ed ecco la risposta del governo a stelle e strisce. “La diffusione della disinformazione può influire sulla sicurezza delle frontiere, sulla sicurezza degli americani durante i disastri e sulla fiducia del pubblico nelle nostre istituzioni democratiche”, è la giustificazione del Dhs. Ma la discutibile notizia sta suscitando scalpore e polemiche nel paese, per tradizione molto attento alla libertà di stampa e di informazione, suscitando una serie di inevitabili confronti con l’orwelliano 1984. “Elon Musk acquista Twitter per salvare la libertà di parola e giorni dopo il presidente Biden annuncia un Ministero della Verità”, ha scherzato un osservatore. “È come se stessimo vivendo un mix di romanzi tra Ayn Rand e George Orwell”. 
Ministero della Verità?
Tra i commenti del Wall Street Journal c’è già chi scrive che è probabile che il nuovo comitato per la governance della disinformazione promuoverà semmai una maggiore sfiducia pubblica. Perché le persone ragionevoli possono concordare sul fatto che la “disinformazione” sia negativa, ma un organismo ad hoc sa di censura. Il Dhs rassicura i cittadini citando l’addetto stampa della Casa Bianca Jen Psaki secondo cui il Dgb (la cui sigla a molti fornisce un invito al confronto con il Kgb) svolgerà semplicemente attività che le precedenti amministrazioni presidenziali, inclusa quella di Trump, hanno perseguito. Ma se la Dgb continuerà come al solito, allora perché creare un’organizzazione separata per fare la stessa cosa, e nominare una zarina della disinformazione, Nina Jankowicz, che ha una chiara agenda politica, a guidarla? Sul conto della Jankowicz, la cacciatrice di fake news per conto di Joe Biden, si addensano le principali critiche. Trentatré anni, ricercatrice e studiosa del fenomeno della disinformazione, laurea a Georgetown e solidi studi su Russia e Asia, ha sconvolto il pubblico perché è la stessa che nel 2016 ha espresso sostegno alla campagna presidenziale di Hillary Clinton scrivendo su Twitter l’affermazione che Donald Trump avrebbe incoraggiato l’Isis. Ed è la stessa che definì “prodotto della campagna Trump” la storia del computer di Hunter Biden, il figlio del presidente, storia poi risultata vera e da cui sono emersi legami oscuri con finanziatori stranieri ucraini. Nell’ottobre 2020, in un’intervista al New York Daily News, in piena campagna elettorale per le elezioni di Joe Biden si scoprì poi che Hunter aveva organizzato nel 2015 un incontro con il padre, all’epoca vice presidente degli Stati Uniti, e un alto dirigente del Burisma Holdings (società energetica ucraina in cui Hunter era stato nominato ai vertici). L’esistenza di quei documenti aveva sconfessato Joe Biden che si era detto non essere mai stato coinvolto negli affari del figlio. La notizia sulla veridicità delle notizie è stata poi confermata dal New York Times. Ironia della sorte Twitter, in una delle sue mosse più eclatanti, sospese l’ account del New York Post per aver correttamente riportato che il laptop trovato in un’officina di riparazione di computer del Delaware fosse effettivamente di Hunter, mentre non intraprese alcuna azione contro Jankowicz per aver cercato di screditare la storia per motivi politici motivi. Dal suo curriculum la Jankowicz risulta essere stata consulente del ministero degli Esteri ucraino (in una borsa di studio per le politiche pubbliche del J. William Fulbright-Hillary Rodham Clinton), in programmi di assistenza alla democrazia in Russia e Bielorussia presso l'Istituto Nazionale Democratico ed aver lavorato presso il Think Tank Wilson Center, dove risultava Former Global Fellow. Sicura di sé e delle proprie qualità canore, invita ora il popolo americano a chiamarla “la Mary Poppins della disinformazione” grazie ad una introduzione su Twitter di una parodia TikTok della canzone “Supercalifragilisticexpialidocious”. Buffa, eppure, per l’amministrazione Biden, Jankowicz - come Mary Poppins - è “praticamente perfetta in ogni modo” per dimostrare che siamo tutti “all’altezza” nelle nostre dichiarazioni pubbliche. Dalle dichiarazioni pubbliche dell’amministrazione non è ancora tuttavia chiaro quale autorità eserciterà il consiglio, ma l’addetto stampa della Casa Bianca Jen Psaki ha descritto il consiglio come inteso “a impedire che la disinformazione e la disinformazione viaggino per il paese in una serie di comunità”.
Lo scontro con Elon Musk
L’acquisto di Twitter da parte di Elon Musk e la sua promessa di ripristinare i valori della libertà di parola sulla piattaforma ha proprio scatenato il panico. È importante comunque capire cosa sia “disinformazione”, originariamente “fake news” (prima che la definizione si ampliasse). La disinformazione si riferisce alla diffusione involontaria di informazioni errate a causa dell’ignoranza o a storie fabbricate per scopi politici, senza prove a sostegno credibili? Delle due, la seconda. Certo, la Dgb sulla carta non ha il potere di censurare gli americani, nonostante quanto possa dire Fox News. È rivolto a nazioni straniere, in particolare alla Russia. E la formazione della Dgb è una chiara politicizzazione del Dhs, che già combatteva regolarmente la disinformazione da parte di avversari stranieri in modo non politicizzato. Elevare Jankowicz a capo del board è un atto apertamente politico. Il lancio pasticciato del consiglio di amministrazione con Mary Poppins e Tik Tok potrebbe però anche danneggiare gli sforzi esistenti per identificare e fermare le campagne di disinformazione straniere, che sono state etichettate come una minaccia alla sicurezza nazionale dalle amministrazioni sia repubblicane che democratiche. 
Raffaella Vitulano

( 12 maggio 2022 )

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