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Le mosse del Dragone nel risiko planetario

Ponti, dighe, strade, città e condotte: duemila anni fa i Romani estendevano il controllo sull’Impero attraverso uno straordinario sforzo ingegneristico. Non c’era neppure bisogno di rovesciare governi o di imporre culti. Strano che nonostante i maggiori storici dell’Impero romano siano di scuola anglosassone e che la civiltà romana affondi le proprie origini sulle rive del Mediterraneo, nulla oggi sia più lontano da quella lezione. Così, impegnati a fronteggiare la crisi economica a colpi di macete, costretti a fare i conti con la polveriera mediorientale a cui improvvidamente qualcuno ha dato fuoco, oltreché impegnati in un braccio di ferro suicida con la Russia, non ci accorgiamo del nuovo impero che avanza.

Piaccia o no, stiamo servendo il mondo su un piatto d’argento alla Cina. E Pechino non si sta lasciando certo pregare, investendo in banche, imprese, aprendo cantieri un po’ ovunque e senza disdegnare i titoli di Stato, in primis quelli Usa di cui sono diventati i principali creditori. Ma è soprattutto sul continente africano che il Dragone si sta concentrando. La Cina considera il continente nero un investimento cruciale per il futuro. Negli ultimi dieci anni gli scambi economici tra la Cina e l’Africa sono aumentati di ben sette volte, mentre documenti di Pechino attestano la volontà del governo di trasferire qualcosa come 300milioni di cinesi nel continente nero per risolvere il problema della sovrappopolazione e del consumo eccessivo delle risorse in patria. Una strategia che con ogni evidenza punta a trasformare l’Africa in un vero e proprio continente satellite. Del resto, sono moltissimi i prestiti che le banche cinesi offrono ai paesi africani. Prestiti che chiaramente serviranno ad esercitare pressione sui governi, al momento opportuno. Si è stimanto che gli investimenti economici tra Cina e Africa valgano circa 200 miliardi di dollari. Il caso più noto è quello dell’Angola che, come primo paese esportatore di petrolio del continente, ha concesso alla Cina l’accesso prioritario a questa importante risorsa. Da parte sua il governo cinese si è impegnato a costruire case per mezzo milione di angolani in risposta alla forte emergenza abitativa del Paese: nel 2008, infatti il capo di Stato José Eduardo dos Santos aveva promesso in campagna elettorale di far realizzare un milione di abitazioni in quattro anni. E’ così che, in cambio delle concessioni petrolifere nel paese africano, è sorta la Nova cidad de Kilamba, un nuovo centro abitativo a pochi chilometri da Luanda, realizzato dalla società cinese statale Citic (China international trust an investment corporation) a tutt’oggi quasi del tutto disabitato. Il caso, documentato anche da un servizio della Bbc, non è isolato. Da vent’anni importanti società immobiliari cinesi stanno edificando agglomerati urbani in Africa, in Mongolia e nella stessa Cina. Vere e proprie città con grattacieli, centri commerciali, complessi sportivi, lussuosi palazzi, vie e piazze. Città che potrebbero ospitare milioni di persone ma che sono rimaste completamente deserte. Ciò nonostante, le ruspe cinesi seguitano a lavorare, gli ingegneri a progettare e nuovi faraonici piani ad alimentare una bolla speculativa che vale tre trilioni di dollari.

Ma le mire cinesi non sono rivolte solo all’Africa. Approfittando del conflitto ucraino e delle sanzioni applicate alla Russia, è stato lo stesso Vladimir Putin a consegnarsi nelle mani di Pechino firmando quello che è già stato definito come l’accordo del secolo e che comporta la costruzione di un mega-gasdotto che passa dalla Russia, attraversa la Mongolia e finisce dritto dritto in Cina, lungo un percorso che vede molte delle città fantasma di cui sopra pronte ad ospitare le migliaia di operai che dovranno costruirlo. A dimostrazione che la miopia di taluni va sempre a vantaggio di altri più lungimiranti. Illuminante in questo senso anche l’ultimo faraonico progetto annunciato dal presidente cinese Xi Jinping giusto all’inizio di questa settimana: un piano per la costruzione di più di 40 miliardi di euro di infrastrutture in Pakistan ed il più grande investimento estero mai compiuto della Cina. Il progetto prevede la costruzione di diverse centrali elettriche e di una strada che dal confine tra Cina e Pakistan arriverà fino al porto di Gwadar, sull’Oceano Indiano. Al di là delle implicazioni economiche di questo investimento, l’aspetto più interessante è rappresentato dall’obiettivo geopolitico che lo sostiene, vale a dire la stabilità politica dell’intera area dell’Asia Centrale. Un obiettivo ambizioso in aperta sfida con gli Stati Uniti, che negli ultimi anni sono stati la principale potenza a tentare di stabilizzare - con pessimi risultati - l’area. Lo strumento più utilizzato dagli americani, oltre agli aiuti militari per mantenere in piedi il governo pakistano, è stato quello degli aiuti internazionali pari a cinque miliardi di dollari negli ultimi cinque anni. I cinesi non solo hanno deciso di utilizzare una strategia diversa, cioè investimenti commerciali o prestiti, ma hanno anche deciso di portarli a una scala molto più ampia di quella tentata dagli Stati Uniti. Se il progetto andrà in porto, darà luogo ad un vero e proprio rovesciamento nei rapporti di forza espressi sullo scacchiere geopolitico. E di certo non andrà a vantaggio dell’egemonia occidentale, annientata dalla miopia dei governi che negli ultimi trent’anni si sono succeduti su una e sull’altra sponda dell’Atlantico.

 

( 26 aprile 2015 )

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