I giovani lasciano l’Italia. Sempre di più. Dal 2013 al 2021 il trasferimento dei neolaureati per motivi lavoro è aumentato del 41,8%. Una tendenza diffusa in tutta Europa, ma in Italia, purtroppo, soprattutto in “uscita”. La Commissione europea, per sostenere questo tipo di percorsi, ha stanziato per il programma Erasmus+per il periodo 2021-2027 ben 28,4 miliardi di euro, quasi il doppio dei 14,7 miliardi stanziati per il 2014-2020.
Secondo HousingAnywhere, la piattaforma internazionale di alloggi per studenti e giovani professionisti, la città preferita dai giovani per l’Erasmus è Berlino, seguita da Barcellona, Parigi e Amsterdam.
Secondo le previsioni della Commissione europea, entro il 2027 saranno più di 10 milioni i giovani che decidono di trasferirsi all'estero.
Negli ultimi anni l’Italia ha fatto qualche piccolissimo passo per invertire la tendenza all’aumento dei cervelli in fuga. Il decreto Crescita, nel 2019, ha introdotto degli sgravi fiscali per i laureati che trasferiscono la propria residenza in Italia dopo almeno due anni di lavoro/ricerca all’estero. Per cinque anni, il reddito imponibile di chi torna in patria viene abbattuto del 70% e del 90% se la residenza viene trasferita in una regione del Sud.
La misura ha in parte avuto un effetto. Ma è un effetto minimo se confrontato con la crescita degli espatri. Dal 2011 al 2020, i rimpatri di laureati italiani sono aumentati da circa 4.100 a 13.700 l’anno, ma gli espatri sono aumentati di più: da circa 7.700 a 31.300. La tendenza è più forte per i laureati con meno di 40 anni.
In sostanza i giovani vanno in cerca di migliori mercati del lavoro, maggiore meritocrazia, opportunità di crescita e di autonomia. I dati sono significativi. In quasi dieci anni, il saldo migratorio di laureati italiani (ossia la differenza tra rimpatri ed espatri) è peggiorato del 388% e del 489% per i laureati più giovani.
Fra l’altro, tra il 2002 e il 2016, circa 11.000 ricercatori hanno lasciato l’Italia: è il numero più elevato tra i paesi dell’Unione Europea.
Il predominio del Regno Unito come destinazione dei nostri laureati sotto i 40 anni è cresciuto nel tempo nonostante la Brexit: nel 2011 il 15% di chi partiva sceglieva il Regno Unito; nove anni dopo, questa percentuale è salita al 26%. In valore assoluto, anche il numero di rimpatri dal Regno Unito è aumentato, ma meno rispetto agli espatri (il saldo migratorio è peggiorato da -384 unità nel 2011 a più di -4.000 nel 2020).
Ilaria Storti

