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Vertenze 

L’Ilva rischia di spegnersi 

Nella sfortunata saga dell’Ilva, ll’ultimo colpo di scena arriva dal Tar di Lecce. Il tribunale amministrativo ha dato 60 giorni di tempo ad ArcelorMittal per spegnere l'area a caldo dell'acciaieria. Il Tar ha respinto due ricorsi della multinazionale franco indiana, che gestisce lo stabilimento dal 2018, e di Ilva in Amministrazione straordinaria contro l'ordinanza firmata dal sindaco Rinaldo Melucci il 27 febbraio 2020. L'azienda ha già annunciato appello al Consiglio di Stato ma il countdown omrai è partito. E per il nuvo Governo si tratta della prima grande grana, per quanto non inattesa. Nel corso della pandemia, i Tar hanno più volte “imposto” una linea diversa da quella governativa (vedi i tira e molla sull’apertura della scuola).
Per il Tar le emissioni inquinanti del Siderurgico rappresentano un pericolo “permanente ed immanente”. Per questo l'azienda è chiamata ad ottemperare all’ordinanza del sindaco Rinaldo Melucci del 27 febbraio 2020, che intimava ad ArcelorMittal di individuare e risolvere in 30 giorni le criticità ambientali e, in difetto, di chiudere gli impianti inquinanti entro i successivi 30 giorni.
In ballo, tra dipendenti diretti e dell’indotto, c'è il futuro di 20mila famiglie. E i sindacati tornano in pressing. “Rispettiamo sempre come sindacato ogni sentenza della magistratura, ed in coerenza a ciò, abbiamo preso tempo per analizzare la situazione che la stessa determina - sottolinea il segretario generale della Fim Cisl, Roberto Benaglia -. Ma quanto disposto dal Tar di Lecce circa la chiusura entro 60 giorni della area a caldo della Ex- Ilva di Taranto costituisce l’ennesimo ribaltone giudiziario, una minaccia forte alla vita dello stabilimento e al futuro di oltre 20mila famiglie, proprio mentre stiamo discutendo il nuovo piano industriale”. I sindacati, ricorda Benaglia, sono preoccupati della salute dei cittadini, che, tuttavia, “non si tutela azzerando i problemi”.
Fermare l’area a caldo, sintetizza il leader fimmino, significa “mettere Taranto in ginocchio, e contemporaneamente mettere a rischio il futuro degli altri stabilimenti del Gruppo in Italia”e significa anche “distruggere la capacità di produzione di acciaio italiana proprio nel momento di forte ripresa della domanda, mettendo in difficoltà molte industrie italiane manifatturiere”. La Fim chiede dunque a Draghi e ai ministri Cingolani e Giorgetti di convocare immediatamente tutte le parti ed “assumere subito decisioni e provvedimenti che non mettano in ginocchio il polo siderurgico e che rendano possibile far diventare Taranto il principale produttore di ‘acciaio verde’ in Europa”.

Ilaria Storti

( 15 febbraio 2021 )

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