Domenica 14 agosto 2022, ore 11:28

Lavoro agricolo

“Mai più ghetti”: stop allo sfruttamento dei braccianti

Si chiama “Mai più ghetti” la petizione online lanciata dalla Fai-Cisl sulla piattaforma change.org. L’iniziativa prende spunto dalla mozione proposta dallo stesso sindacato agroalimentare all’attenzione dei parlamentari per impegnare il governo a superare definitivamente la politica delle baraccopoli. 
La mozione impegna il Governo a una serie di interventi, tra i quali: garantire la dignità dei migranti e il rispetto dei loro diritti umani fondamentali, ripensare i procedimenti amministrativi per l’ottenimento dei permessi di soggiorno, rendere operativa la clausola di condizionalità sociale nella Pac dal 2023, promuovere le buone pratiche commerciali nei confronti delle imprese aderenti alla Rete del lavoro agricolo di qualità, intervenire sulle condizioni abitative dei migranti. Intanto on line è possibile sostenere la petizione, che annovera tra i primi firmatari anche Luigi Sbarra, segretario generale della Cisl.
Sono tanti i ghetti sparsi a macchia di leopardo in tutta Italia e censiti dalla Fai-Cisl nel documento “Atlante dei ghetti”, un lavoro di ricerca che raccoglie dati dalle strutture provinciali per mappare gli insediamenti informali in cui risiedono tanti operai agricoli, in maggioranza immigrati, molti dei quali vivono e lavorano sotto ricatto dei caporali. A loro devono pagare i pasti, l’acqua, l’alloggio, senza alcuna protezione igienico sanitaria, senza alcun servizio. A loro devono ogni giorno la possibilità di lavorare: “tu sì”, “tu no”, decidono i caporali ogni mattina.
Gli insediamenti vanno da Bella Farnia, Sabaudia, provincia di Latina, a Lavello, in provincia di Potenza, oppure a Bernalda, nel materano. Da Saluzzo, in provincia di Cuneo, alla Sicilia, con insediamenti a Paternò, oppure a Campobello di Mazara, fino alla Calabria con realtà come San Ferdinando nella piana di Gioia Tauro. In Puglia ci sono l’ex pista di Borgo Mezzanone, il ghetto di Rignano, Borgo Tre Titoli, Borgo Tressanti, il Ghetto di Stornara, piccole baraccopoli ad Andria e Terlizzi. “Sono luoghi di violenza e sfruttamento, raccontano l’incapacità del Paese di gestire l’immigrazione e incanalare forza lavoro nei circuiti della legalità, e invece per tanti anni sono stati legittimati, anzi, continuano a crescere”, ha detto Onofrio Rota, segretario fenerale della Fai-Cisl, incontrando alcuni parlamentari interessati a promuovere la mozione.
Dei ghetti si parla solo quando è troppo tardi: quando scoppia una rissa, o quando le forze dell’ordine devono intervenire perché riscontrano reati particolarmente gravi, ad esempio spaccio, o prostituzione, o tratta di esseri umani, oppure quando muore un bracciante nell’ennesimo incendio, come avvenuto a Rignano pochi giorni fa. Ora il sindacato chiede una svolta. Perché magari il caporalato e i ghetti non rappresentano l’agricoltura italiana, però sono un’onta che riguarda tutti, sulla quale servirebbe un cambiamento di rotta. Perché chi produce il cibo made in Italy non viva più nel degrado, nella solitudine, sotto ricatto. 
Rossano Colagrossi
 

( 7 luglio 2022 )

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