Martedì 26 maggio 2026, ore 20:45

Festival di Trento

Autonomie speciali, dove andiamo?

Il Festival dell’economia di Trento è stata l’occasione per discutere, in quella sede più che in altre, anche del caldo tema delle autonomie speciali. Soprattutto tenendo conto della recente riforma, varata in tempi record, dello Statuto Speciale della Regione Trentino Alto Adige. Provvedimento approvato dal Parlamento il 13 maggio scorso, dopo appena dieci mesi di “gestazione”. Per l’esattezza se ne è parlato il 22 maggio nel corso del dibattito, coordinato da Sebastiano Barisoni, vicedirettore esecutivo del Sole 24 ore, ed alla presenza di Maurizio Fugatti, presidente della Provincia Autonoma di Trento, di Arno Kompatscher, presidente della Regione Autonoma Trentino Alto Adige e del ministro per gli Affari regionali Calderoli. E Barisoni lo ha fatto di par suo: partendo dalla recente data del 13 maggio 2026, passata “in sordina”. Per la precisione parliamo della riforma dello Statuto speciale per le provincie autonome di Trento e Bolzano. Un processo che ha portato queste due realtà alla legislazione esclusiva su materie come commercio, ambiente e fauna selvatica. Una data che è “caduta quasi a pennello” con il momento del Festival dell’Economia e che, in tale solenne occasione, ne è stata il “battesimo del fuoco”. Per Kompatscher parliamo di un percorso che, a livello locale, ha trovato la sua degna conclusione dopo la riforma del Titolo V della Costituzione, rimasta sostanzialmente inapplicata nelle regioni a Statuto Speciale e con la Corte Costituzionale che, per oltre vent’anni, dal 2001, ha seguitato ad interpretare in modo molto restrittivo le competenze di Trentino Alto Adige, Friuli Venezia Giulia, Valle d’Aosta, Sicilia e Sardegna. Una autonomia, quella trentina ed altoatesina, che si sostanzia, come precisato dal suo presidente, su incontrovertibili ragioni storico- linguistiche, cui, però, si connettono quelle economiche collegate ad un governo responsabile. In poche parole, se ambiente ed ecosistema non esistevano nella Costituzione del 1948 e nel primo Statuto del 1972, ora ne sono prerogativa essenziale per renderne più dinamica l’autonomia. “Un territorio poverissimo”- ha concluso l’esponente altoatesino- “che, ora, lascia un residuo fiscale importante allo Stato”. A spiegare meglio i contenuti della stessa riforma è, stato, poi il ministro Calderoli. Un passaggio partito di comune accordo fra tutte e cinque le regioni “speciali”, che, poi, è rimasto prerogativa esclusiva delle due province autonome, le quali si sono trovate a lavorare sinergicamente con il governo, dopo aver attuato al loro interno, stando anche alle dichiarazioni di Fugatti, due specifiche commissioni. E le altre regioni speciali, perché hanno “abbandonato il banco” senza “portare a casa” la riforma per loro? Calderoli, in questo, è stato chiaro nei “distinguo”. Se, da un lato, abbiamo avuto Trento e Bolzano che hanno raggiunto lo storico accordo sulla specialità, per le altre occorre fare delle precisazioni. Nel caso valdostano a rallentare il processo di riforma sono state le questioni relative alla decadenza del presidente. In Friuli, invece, “tiene banco” la richiesta di avere competenza legislativa esclusiva sui beni culturali. Nel caso, invece, di Sardegna e Sicilia, ci si trova ancora “in alto mare” e con la necessità, paventata dal ministro Calderoli, “di cambiare la mentalità dei cittadini in due realtà complesse e difficili”. Se in Sicilia, poi, il dibattito sulla riforma dell’autonomia, proprio di recente ed in vista degli ottant’anni dalla promulgazione dello Statuto speciale, ha trovato, almeno nuove proposte e nuova linfa progettuale (basti anche vedere il recente ed importante convegno organizzato a maggio dall’Università di Catania, n.d.r.), è in Sardegna che la “questione statutaria”, e la relativa applicazione concreta della riforma del titolo V della Costituzione, è ancora di là da venire. Nonostante i proclami e le comparsate istituzionali. Ed in questo è stato lo stesso ministro Calderoli a precisare come, proprio dalla riforma costituzionale del 2001, a “rimetterci” siano state le regioni a Statuto speciale, “trattate peggio di quelle ordinarie” e verso cui la Consulta, con la scusa delle “grandi riforme economiche e sociali”, ha fatto un lavoro “giustizialista”. Fermo restando, il criterio con cui individuare i “L.E.P.” (livelli essenziali di prestazione), per cui si devono trasferire le funzioni e le materie, a fare riflettere, per una autonomia virtuosa, sono i dati economici di Trento e Bolzano. Stando alle dichiarazioni del presidente Fugatti, le due province autonome contribuiscono al bilancio dello Stato per trecentomilioni di euro annui. Autonomie che, si, hanno avuto, ma che, in un circolo virtuoso, hanno e continuano a dare in una forma di responsabilità forte. Che dovrebbe essere per tutte.

Gianraimondo Farina

( 26 maggio 2026 )

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