Lunedì 18 maggio 2026, ore 13:38

Mostre

L'archetipo della disperazione

di ELIANA SORMANI

La storia di un gesto, che attraverso un mito, è giunto fino a noi dal mondo antico, percorrendo i secoli della storia tra memoria e oblio, è il tema centrale della nuova mostra allestita a Milano, dal 13 maggio al 2 agosto, presso la Fondazione Luigi Rovati, con il titolo “Storia di un gesto. Il mito di Meleagro dall’arte classica a Warburg, a Picasso”. Una mostra curata dal Professor Salvatore Settis, che finalmente vede realizzato il suo desiderio di archeologo di veder riuniti insieme per la prima volta tre pezzi, la parte frontale e i due laterali, di uno dei sette sarcofagi romani di Meleagro, databile tra 170 e 180 d.C., le cui parti sono rispettivamente conservate presso la raccolta Brenta Torno (un piccolo museo privato milanese situato nella zona di Santa Maria delle Grazie) e presso il Museo Archeologico di Firenze.

Sarcofago su cui sono riportate in rilievo diverse scene del mito di Meleagro. Un desiderio alimentato dalla curiosità dello studioso di comprendere le ragioni per cui un gesto, quello della disperazione, rappresentato nel mondo antico attraverso la presenza di una figura femminile che si protende con il corpo in avanti mentre volge le braccia all’indietro, sia riuscito ad attraversare i secoli, superando momenti di silenzio, per ricomparire nell’arte figurativa tardo medioevale ed arrivare a noi, mantenendo inalterato il suo significato e divenendo, a tutti gli effetti, un segno convenzionale capace di rappresentare il dolore individuale come quello collettivo. La mostra, di dimensioni ridotte, ma ricchissima di spunti artistici, storici e umani, è suddivisa in tre sezioni, percorribili in tutti i sensi, distribuite in tre sale al piano nobile del museo milanese. Oltre a presentare, come momento centrale il bellissimo sarcofago romano, l’allestimento è un’occa sione per approfondire anche la storia del “gesto

di disperazione”, le cui testimonianze più antiche risalgono a sarcofagi del II secolo dopo Cristo e ad una coppa in argento (presente in mostra) proveniente dagli scavi di Pompei, conservata presso il Museo Archeologico di Napoli, ritrovata sotto le ceneri dell’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. nella casa di Menandro. Sulla stessa è inciso il medesimo gesto di disperazione nella figura di Samele, madre mortale di Dioniso, che incinta di Zeus, chiede al medesimo padre degli dei di mostrarsi in tutto il suo fulgore e ne rimane folgorata. Una delle due donne che l’assistono irrompe in scena da sinistra con le braccia gettate all’indietro in un gesto che verrà codificato come “della disperazione”. Gesto che in seguito sparisce dall’iconogra fia per mille anni, per poi ricomparire intorno al 1300, momento in cui probabilmente gli stessi sarcofagi romani iniziavano ad essere riutilizzati per le sepolture dei nobili, riportando in luce anche la suddetta iconografia, che non a caso si ritrova nelle opere di Nicola Pisano a Siena (1365), come nelle opere di Giotto a Padova e ad Assisi, arrivando, a più riprese, fino a Picasso, come viene spiegato in una seconda stanza della mostra dedicata proprio alle filiazioni del gesto una volta ricomparso nell’iconografia medioevale. Una sala intermedia è incentrata invece su tre tavole, montate in modo da creare dei corridoi di passaggio, in cui sono riportati gli studi di Aby Warburg, uno dei primi studiosi a dare una risposta relativamente alle ragioni della scomparsa per oltre mille anni del “gesto di disperazione” dall’ico nografia convenzionale, dichiarando che il sarcofago da cui fu ripreso il gesto dopo il 1300, divenendo convenzionale, è esattamente il sarcofago ora in mostra a Milano. Una deduzione che lui fa dopo aver rivisto il medesimo gesto di disperazione in un rilievo attribuito a Giuliano da Sangallo, a decoro della tomba di Francesco Sassetti nella sua cappella in Santa Trinità a Firenze. Il riferimento non è ad uno degli altri sette sarcofagi di Meleagro, bensì proprio a questo di proprietà della raccolta Brenta Torno, perché sullo scudo di Meleagro è riportata un’iscri zione straordinariamente interessante che sottoposta ad un’analisi paleografica risulta risalire al 1250, o poco dopo, confermando in seguito la tesi di Warburg, relativa al riutilizzo del sarcofago proprio in tempo per essere visto dagli artisti trecentisti. Il sarcofago di Meleagro non ha un coperchio, poichè è andato perduto e neppure un retro, in quanto venendo accostato al muro il retro non veniva decorato, ragione per cui importanti sono il suo frontale e i due laterali, su cui è riportato il mito di Meleagro. Un mito molto cupo e crudele, che ha come protagonista Meleagro, un nobile nato da un re e da una regina, Altea e Oineo. Dopo la sua nascita le Moire (il destino) rivelarono alla madre che il bambino avrebbe vissuto una vita della durata pari ad un ceppo che stava bruciando sul camino. La madre prese così il ceppo dal fuoco, lo mise sotto l’ac qua e lo spense, per poi nasconderlo nei meandri della casa. Passarono gli anni e Meleagro divenne un giovane molto forte e bello, ma il suo destino fu segnato da una dimenticanza del padre che non fece alcun sacrificio alla dea Artemide. La stessa decise così di punire non solo il re ma l’in tera città di Calidone scatenando nelle campagne circostanti e sulla città un gigantesco cinghiale che devastava tutto, uccidendo molti uomini. Meleagro decise così di convocare tutti gli eroi della Grecia per dare la caccia al cinghiale, una caccia che durò un tempo indefinito, come in tutti i miti. Alla caccia partecipò anche una donna, Atalanta, forte coraggiosa e bellissima, di cui Meleagro era innamorato e che per prima colpì il cinghiale, che poi venne ucciso dallo stesso Meleagro. Nacque a questo punto una disputa su chi avesse dovuto avere le spoglie del cinghiale. Meleagro non ebbe dubbi: spettavano a Atalanta perché era stata la prima a colpire l’animale.

Ma le spoglie vennero contese anche dagli zii, i fratelli della madre, che a loro volta sostenevano di aver colpito il cinghiale e strapparono le spoglie ad Atalanta. Meleagro preda dell’ira, guidato da una furia uccise gli zii. La madre che intanto stava festeg-giando la vittoria del figlio sul cinghiale, quando apprese che lo stesso aveva ucciso i suoi fratelli, fu presa da un dolore atroce non sapendo se far prevalere in lei la sorella, per vendicare la morte dei fratelli uccidendo suo figlio, o la madre, rinunciando a vendicare la morte dei fratelli. Questo si pensa fosse il tema centrale di una tragedia di Euripide, andata perduta, dal titolo per appunto “Melea gro”. E’ tuttavia altamente probabile che Ovidio avesse letto la tragedia perché nelle Metamorfosi è riportato un passo molto lungo riferito a questa storia, in cui è presente un meraviglioso monologo di Antea madre di Meleagro, in cui esprime la sua incertezza sul far prevalere in lei la madre o la sorella. Monologo che ricorda quello di Medea che è incerta se uccidere i figli per vendicare il fatto di essere stata abbandonata o non uccidere i figli perché lei è la madre, rinunciando alla vendetta. Antea poi decide di far prevalere lo spirito di sorella, prende il ceppo e lo getta sul fuoco e Meleagro muore istantaneamente. Nella parte centrale del sarcofago è riportata proprio la morte di Meleagro con donne piangenti e figure disperate tra cui quella che interpreta il gesto della disperazione. Nel laterale destro invece c’è una meravigliosa scena in cui Altea getta con la mano destra il ceppo sul fuoco, mentre con l’al tra mano voltandosi dall’altra parte si copre gli occhi per non vedere il gesto stesso che sta compiendo. Ovidio nei suoi versi descrive esattamente questo gesto con una parola “aversa”, voltandosi dall’altra parte. Interessante la presentazione delle 3 tavole dell’Atlante di Mnemosyne di Warburg in cui viene presentata la ripresa del “gesto della disperazione” presente nella tomba di Sassetti non conoscendo Warburg la presenza di tale raffigurazione in Giotto e in Pisano, sottolineando il fatto che esiste un meccanismo nella memoria che consente di provare la trasmissibilità di immagini nella storia iconografica. Nella seconda sala attraverso una linea del tempo vengono rappresentati i momenti salienti della trasmissione nell’arte del gesto di disperazione grazie ad un video della durata di circa 3 minuti curato da Maria Luisa Catoni e prodotto da Zeranta. Nella stessa sala accanto ad una fotografie di Dora Maar di “Guernica”, scattata nel laboratorio dell’artista, opera in cui Picasso raffigura un personaggio che presenta lo stesso gesto di disperazione, è esposta una selezione di disegni preparatori della medesima opera e il manifesto della storica esposizione milanese a Palazzo Reale del 1953. Il dolore individuale diventa quindi dolore collettivo come accade ancora oggi, quando nel mondo vi sono oltre 56 guerre attive e il dolore viene troppo spesso dimenticato, considerato qualcosa lontano da noi.

La mostra, nella sua triplice dimensione, oltre ad essere uno spunto di alto valore culturale, che unisce archeologia, storia dell’arte e teoria dell’immagine, offrendo una prospettiva inedita sulla continuità e trasformazione dei linguaggi figurativi dall’antichità all’epoca contemporanea, propone anche una riflessione alquanto attuale sul dolore presente anche oggi nella nostra società.

Storia di un gesto. Il mito di Meleagro, dall’arte classica a Warburg, a Picasso. Milano-Fondazione Luigi Rovati, 13 maggio-2 agosto 2026

( 18 maggio 2026 )

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L'archetipo della disperazione

Presso la Fondazione Luigi Rovati-Milano la mostra Storia di un gesto. Il mito di Meleagro dall’arte classica a Warburg, a Picasso

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