Solidarietà intergenerazionale, educazione finanziaria ed evoluzione dei modelli previdenziali: questi i temi affrontati nel corso dell’evento dal titolo “Welfare del futuro” organizzato da Deloitte a Roma e al quale hanno partecipato i principali attori dell’ecosistema previdenziale italiano e internazionale per discutere sui temi riguardanti la previdenza complementare, mettendo a confronto l’esperienza italiana con quella dei principali Paesi europei, alla luce di una società caratterizzata da una trasformazione demografica e pressioni crescenti del sistema previdenziale pubblico. Un contesto nel quale, proprio per sostenere il sistema pensionistico e garantire l'adeguatezza del reddito di quiescenza, entrano in gioco i fondi pensione, con un ruolo sempre più centrale, se si considera che alla fine del 2024 le risorse accumulate dalle forme pensionistiche complementari ammontavano a 243,4 miliardi di euro, con una crescita dell’8,5% rispetto all’anno precedente.
Cifre che, nel 2025, hanno raggiunto 10,4 milioni di iscritti in 273 forme pensionistiche, con risorse destinate alle prestazioni di circa 262 miliardi di euro. Una crescita continua confermata anche nei primi sei mesi del 2026, con prestazioni arrivate a 273,2 miliardi di euro (+4,3% rispetto alla fine del 2025) e quasi 11 milioni di iscritti ai fondi pensione, fondi ai quali Deloitte, insieme a Mefop, ha dedicato il rapporto “La previdenza complementare: lo scenario evolutivo in Italia e nel contesto europeo” presentato nel corso dell'evento aperto da Fabio Pompei, ceo dell’azienda britannica, il quale ha sottolineato quanto la previdenza complementare rappresenti un pilastro sempre più strategico per la sostenibilità del sistema pensionistico italiano. “Le trasformazioni demografiche e le altre principali economie europee stanno causando la contrazione della base contributiva dei sistemi pensionistici pubblici” ha affermato Pompei. “L’invecchiamento della base demografica e la progressiva riduzione delle coorti anagrafiche in età lavorativa aumentano la necessità di rafforzare strumenti capaci di assicurare adeguati livelli di reddito alle future generazioni. È una sfida collettiva a cui tutti dobbiamo prepararci, consapevoli dei grandi cambiamenti in corso”.
Cambiamenti che interessano diversi Paesi, come Italia, Belgio, Danimarca, Francia, Germania, Norvegia, Paesi Bassi, Regno Unito, Spagna, Svezia e Svizzera, i cui sistemi pensionistici sono stati messi a confronto facendo riferimento ai dati Ocse, Eurostat e Commissione europea. I risultati hanno evidenziato differenze significative: Paesi come Svizzera, Danimarca, Paesi Bassi e Regno Unito presentano sistemi complementari consolidati, a differenza di Germania, Francia, Italia e Spagna, con livelli di penetrazione più contenuti e margini sostanziali di sviluppo per il nostro Paese, malgrado la rilevanza quantitativa delle risorse complessivamente gestite.
Diversi anche, tra i Paesi, i meccanismi di partecipazione, includendo sistemi basati sull’adesione volontaria, automatica, obbligatoria o incentivata dalla contrattazione collettiva: in Italia gli asset gestiti dai fondi pensione arrivavano a quota 243 miliardi nel 2024, pari all’11,6% del Pil, a differenza di Paesi come il Regno Unito caratterizzati da meccanismi di adesione obbligatoria con 2.360 miliardi di euro gestiti pari al 63,8 % del Pil e Paesi Bassi con 1.700 miliardi di euro pari al 92,3% del Pil.
Lo studio ha evidenziato anche come il nostro Paese disponga di un sistema articolato di agevolazioni: deducibilità dei contributi, tassazione agevolata dei rendimenti e un trattamento fiscale delle prestazioni progressivamente più favorevole in funzione della durata della partecipazione, con un sostanziale allineamento delle categorie di incentivazioni individuate da ogni sistema presente in Europa, il cui quadro regolamentare attribuisce una rilevanza crescente alla previdenza complementare, come testimoniano le raccomandazioni riguardanti il rafforzamento della partecipazione e una maggiore integrazione dei sistemi pensionistici complementari europei.
Anna Taverniti

