Giovedì 15 gennaio 2026, ore 12:31

Istruzione 

Italiani con diploma sotto la media Ue 

Nel 2024, in Italia, il 66,7% delle persone di 25-64 anni ha almeno una qualifica o un diploma secondario superiore, quota di 13,8 punti percentuali inferiore alla media europea (80,5%): si tratta di un gap particolarmente significativo, poiché questo titolo di studio è considerato il livello di formazione minimo indispensabile per una partecipazione al mercato del lavoro con un potenziale di crescita professionale. Tra le donne la quota raggiunge il 69,4%, mentre si ferma al 64% tra gli uomini; i livelli più bassi si osservano nel Mezzogiorno, in particolare in Campania (58,5%), Puglia (56,9%), Sardegna (56,8%) e Sicilia (56,1%). E' quanto emerge dall'audizione dell’Istat davanti alla Commissione Cultura e Istruzione del Senato nell'ambito dell'Indagine conoscitiva su povertà educativa, abbandono e dispersione scolastica. L'Italia risulta in ritardo rispetto agli altri Paesi europei anche con riferimento all'istruzione terziaria della popolazione più giovane: nel 2024, i 25-34enni in possesso di un titolo di studio terziario sono il 44,1% nell'Ue27 e il 31,6% in Italia; quote più elevate si osservano nel Nord (33,6% nel Nord-ovest e 35,7% nel Nord-Est), le più basse nel Mezzogiorno (26,9% nel Sud e 23,7% nelle Isole). Ai divari territoriali, si sommano quelli di genere: in questa stessa classe di età, le donne laureate sono il 38,5%, contro il 25% di uomini; inoltre, analizzando congiuntamente genere e territorio di residenza, la quota dei laureati varia tra il 42,6% delle donne al Nord e il 21,1% degli uomini nel Mezzogiorno.
Sul totale dei 15-29enni, la quota di Neet è del 15,2% (era del 23,7% nel 2020), ma supera il 20% in Calabria (26,2%), Sicilia (25,7%), Campania (24,9%) e Puglia (21,4%); tra le giovani donne continua a essere più alta (16,6%) rispetto agli uomini (13,8%).
Nell'anno educativo 2022/2023 sono attivi 14.031 servizi per la prima infanzia, con oltre 366mila posti autorizzati (poco meno della metà dei quali a titolarità pubblica). Per effetto di un lieve incremento dell'offerta e del calo delle nascite, continua la graduale riduzione del gap tra numero dei potenziali utenti dei servizi educativi per la prima infanzia e i posti disponibili, anche se tra i territori rimangono differenze consistenti. Dal 2019/20 al 2022/23, il tasso di copertura dei posti rispetto ai residenti sotto i 3 anni è passato dal 27,1% al 30%, risultando tuttavia ancora molto al di sotto della media italiana nel Mezzogiorno (con l'unica eccezione della Sardegna), soprattutto in Campania, Sicilia e Calabria. Valori superiori al 40% si registrano in Umbria, Emilia-Romagna, Valle d'Aosta, Provincia Autonoma di Trento e Toscana. Di fatto, la partecipazione dei bambini (0 -2 anni) ai servizi educativi per la prima infanzia ricalca la geografia delle disponibilità delle strutture sul territorio italiano. Il ricorso al nido d'infanzia riguarda soprattutto i bambini con i genitori occupati: nel biennio 2023-2024, quasi il 60% del totale dei bambini iscritti al nido sono figli di dual earner. Nel caso in cui entrambi i genitori (o l'unico genitore nel caso di famiglie mono-genitoriali) risultino occupati, il tasso di iscrizione è quasi il 60%; se almeno uno dei genitori (o l'unico) non è occupato il valore quasi si dimezza. Inoltre, nel 2023-2024, risultavano iscritti al nido il 49,3% dei bambini con genitori almeno laureati, il 33,0% di quelli con genitori con un diploma superiore e il 22,1% di figli di genitori con al massimo l'obbligo scolastico: il rapporto tra i primi e gli ultimi è oltre il doppio. Nonostante l'aumento degli utilizzatori del servizio, permangono rilevanti differenziali socio-economici nella fruizione. Mentre tra i bambini in famiglie con più alto reddito la frequenza raggiunge il 45%, tra quelli in famiglie caratterizzate da condizioni di svantaggio economico, dalla presenza di un genitore in condizione di inattività o con cittadinanza straniera i tassi di frequenza del nido sono decisamente inferiori, diventando particolarmente bassi quando il bambino vive in famiglie a rischio di povertà o di esclusione sociale.
Giampiero Guadagni

( 8 ottobre 2025 )

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