Sabato 21 marzo 2026, ore 2:16

Giornata mondiale dell'Acqua 

La crisi idrica in Italia costa 13 miliardi l’anno 

La crisi idrica in Italia pesa sulle tasche dei cittadini. Siccità, alluvioni e mancato riciclo costano 227 euro a testa all'anno, il doppio della media europea (112 euro), pari a 13,4 miliardi, ”come se l'economia si fermasse per due giorni e mezzo ogni anno”. A mettere il faro su questa emergenza è la settima edizione del Libro Bianco 2026 della Community Valore Acqua di Teha (The european house Ambrosetti), in vista della Giornata mondiale dell'acqua (22 marzo). L'Italia è ”sempre più esposta allo stress idrico, con poca o troppa acqua nei momenti sbagliati, difficoltà nella raccolta o nella gestione” con ripercussioni consistenti sul sistema produttivo a cominciare dall'agricoltura, che nell'ultimo decennio ha subito un calo della produzione del 7,8%. Nel solo 2024 i danni legati ai cambiamenti climatici per l'agricoltura hanno raggiunto 8,5 miliardi di euro. ”Senza acqua salta il 20% del pil italiano”, avverte Valerio De Molli, ceo e managing partner di Teha Group sottolineando che l'acqua è un elemento fondamentale anche per industria, energia e data center, e abilita complessivamente 384 miliardi di euro di valore e coinvolge quasi 2 milioni di imprese. Il ciclo idrico esteso, che comprende gestione, provider tecnologici, e consorzi di bonifica, ha generato 11,2 miliardi di valore aggiunto nel 2024, che salgono a 31 miliardi considerando l'indiretto e l'indotto.
Nel 2025, la spesa media nazionale per il servizio idrico integrato è stata pari a 411 euro annui per una famiglia di tre componenti (150 metri quadrati), in aumento del 7% rispetto all'anno precedente anche per effetto dell'aumento degli investimenti. Nonostante l'incremento, la tariffa unitaria si attesta mediamente sui 2,6 euro per metro quadrato, rimanendo inferiore alla media europea (3,4 euro per metro quadrato) e confermando un equilibrio tra sostenibilità per le famiglie e fabbisogno di investimenti. Questi dati emergono invece dal Blue book, la monografia sul servizio idrico promosso da Utilitalia.
E continua la crescita degli investimenti nel settore idrico, che nel periodo 2021-2029 si attestano su una media di 90 euro annui per abitante, con un picco nel biennio 2025-2026 legato anche all'attuazione del Pnrr. Un aumento che si riflette sul miglioramento della qualità del servizio, anche se emergono divari tra le gestioni industriali e quelle ”in economia” in capo agli enti locali, diffuse in particolar modo al Sud. Criticità che vanno necessariamente risolte alla luce dei cambiamenti climatici - che hanno portato a una situazione di ”bancarotta idrica” a livello mondiale - e delle nuove direttive europee, che imporranno standard più stringenti sulla qualità e sul trattamento delle acque. Il comparto, evidenzia il presidente di Utilitalia Luca Dal Fabbro, ”si lascia alle spalle la fase del Pnrr con una maggiore maturità industriale e capacità organizzativa. Ora, però, è necessaria una quota di contributo pubblico di almeno 2 miliardi di euro l'anno per i prossimi 10 anni, per portare avanti un piano straordinario di interventi volti ad assicurare la tutela della risorsa e del territorio, che non può ricadere unicamente sulle tariffe”. Nei prossimi dieci anni circa la metà della popolazione italiana sarà coinvolta in rinnovi o nuove procedure di affidamento del servizio idrico, aprendo una fase strategica per il riassetto del settore. Utilitatis ha analizzato 113 concessioni che riguardano 46 milioni di abitanti (80% della popolazione), con un impatto crescente nel medio termine: circa 7 milioni di cittadini entro cinque anni e circa 20 milioni entro dieci anni. Il prossimo decennio, dunque, sarà decisivo per consolidare l'unicità gestionale, rafforzare la capacità industriale e ridurre i divari territoriali.
Va registrato, infine, che l’Italia, secondo l’Atlante dell’Acuq 2026 di Legambiente, è tra i primi Paesi europei per prelievo di acqua potabile, ma ne perde anche tanta, ben 42,4%, a causa della dispersione idrica. Una media nazionale che raggiunge picchi del 60% al Sud Italia contro una media europea del 25%. In alta quota tra il 2000 e il 2023 i ghiacciai alpini e dei Pirenei hanno perso circa il 39% della loro massa, preoccupa lo stato di salute del fiume Po.
Giampiero Guadagni

( 20 marzo 2026 )

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