È tempo di non arrendersi. È tempo di criticare senza pietà. Ma è anche tempo di avere Pietà. Tra gli infiniti possibili che il Kaos genera la riduzione del pensiero e del mondo a un’unica dimensione – caratterizzata da “una confortevole, levigata, ragionevole, democratica non libertà” - è un rischio che non possiamo correre. Mercificazione e spoliticizzazione. Dare un prezzo a tutto perché, in fondo, tutto si può compare. E quando le contraddizioni esplodono prima la censura e poi la guerra. Delineare adesso che forme potrebbe assumere la globalizzazione, a seguito degli eventi storici in corso non è facile, ma la sfida necessaria è portare, almeno un po’, di democrazia politica in ciò che sarà – l’ancora occulto – futuro nomos del mondo. La seguente intervista al filosofo Massimo Cacciari, sul suo ultimo libro Kaos (Il Mulino,2026) scritto insieme a Roberto Esposito.
Prof. Cacciari, gli orientamenti politici sorti all’inizio del secolo scorso: individualismo liberale, socialismo, nazionalismo (Rivoluzione conservatrice: Jünger, Zolla, Evola) possono essere riproposte, anche in parte, per dare una direzione al Kaos o sono segnati dalla consapevolezza di una crisi irreversibile?
Sono tutte posizioni che, oggettivamente, appartengono al mondo di ieri, nei loro contenuti specifici. Se vogliamo intenderli come categorie dello Spirito, certo possiamo essere ancora individualisti o socialisti. Ma se ci riferiamo a cosa si intendeva per liberale, socialista, fascista un secolo fa, non c’è più nessuna relazione con l’oggi.
Oggi, ha ancora senso parlare di “società di massa”?
Sì, ma una massa di individui, solitari, dominati da paure. Le masse per definizioni sono composte da individui, soltanto persone chiuse in sé stesse e che hanno paura del rapporto con l’altro possono formare la massa. Nella sua solitudine, nella sua singolarità, dominato da tutte le paure nel rapporto con l’altro è un elemento della società di massa. La tecnologia alimenta alla perfezione questo sistema, ognuno è perfettamente chiuso in sé ma con l’illusione di partecipare non solo alla massa, ma addirittura di poter entrare in comunicazione con l’Universo. La società di massa si contrasta quando formi aggregazioni specifiche in cui gli individui mantengono la propria coscienza di sé e si confrontano con altre parti, solo così l’individuo non subisce la massa, supera sé stesso rimanendo tale.
Un trat d’union tra politica, società di massa e individui, idonea anche a ricucire lo iato esistente, è l’industria culturale. Che rapporto c’è tra intellettuali e industria culturale?
Il 90% degli intellettuali sono dipendenti statali o di organismi dedicati alla formazione, oppure impiegati all’interno di agenzie di comunicazione. Il rapporto di dipendenza economica è inevitabile ma questo non vuol dire niente perché se fosse davvero intellettuali dovrebbero collocare all’interno di questi strumenti un pensiero critico con contenuti liberi e autonomi. Cosa che difficilmente avviene.
Quale potrebbe essere, allora, il luogo in cui elaborare un pensiero critico nuovo, soprattutto politico, all’altezza di un’opinione pubblica vitale – essenziale in democrazia – e portatrice di un ragionevole dinamismo interno?
Può essere ovunque. All’interno di qualsiasi organismo o da soli in casa, non c’è un luogo privilegiato per elaborare una prospettiva critica sul tempo presente, certo che oggi è molto più difficile perché mancano corpi intermedi che riescano a mantenere una loro specificità e non si confondano con una massa anonima. Questa assenza rende difficile un lavoro intellettuale e politicamente significativo. Questo vuol dire che anche il lavoro intellettuale diventa sempre più solitario…
Sembra che con Peter Thiel, la Tecnica abbia riscoperto il proprio rapporto con il divino, non è più però il furto prometeico, ma qualcosa che si oppone al male. In questa riscrizione in chiave teologica della politica, ci si arma della super tecnica della Silicon Valley e dei valori americani, per cui la difesa dell’Occidente dai nemici diventa un progetto politico quasi messianico. Cosa ne pensa a riguardo? A Lei è chiaro cosa è il Male da combattere?
Il male per Thiel e i suoi è esplicito: tutto ciò che frena lo sviluppo tecnologico e impedisce l’accelerazione innovante che caratterizza il nostro tempo. Comprende ogni politica regolatrice, ordinatrice, ogni diritto che imponga una più equa redistribuzione della ricchezza. Tutto ciò che impedisce all’aristocrazia della Tecnica di produrre. Oggi questo potere cresce sempre più, non si limita a controllare, com’era una volta settori specifici di produzione (es. l’automobile), ma si è esteso all’universo della comunicazione. Controlla il linguaggio. La parola.
Cosa rappresenta l’Anticristo?
Tutto ciò che ostacola e contiene questo processo di dominio. In realtà, è una grandissima macchina ideologica per dire che il nemico è la Cina.
È necessario costruire una forma di resistenza intellettuale a questa ideologia?
Si, sarebbe necessario. Ma diventa ogni giorno più difficile, perché il controllo sulla comunicazione è fortissimo. Il sistema di Thiel non ammette conflitto politico in nessuna forma, questo è l’universo che ci domina, contestarlo è molto difficile.
Nei movimenti sorti dal basso, scesi recentemente più volte nelle piazze e riuniti attorno a un nucleo valoriale comune (pace, ambiente, disuguaglianze…) lei vede l’embrione di un nuovo soggetto politico, che potrebbe contrapporsi alle logiche del capitalismo tecno- finanziario o si tratta dell’ultimo canto del cigno dello spirito democratico?
Non abbiamo altro che sperarlo. Non c’è che quello. Si tratta di movimenti che non hanno forma organizzata, non hanno il potere dell’antagonista e per questo rimangono effimeri. Sono il mondo del sottosuolo e lì si cela anche l’imprevedibile, anche ciò che al momento non ha la forza di esprimersi in modo forte. Occorre osservare come si muove, c’è qualcosa che freme. Un critico deve ascoltarlo, analizzarlo e capire quali potenzialità presenta e provare a dare una strategia. Dovrebbe essere svolto un lavoro maieutico. Il problema è la grande stampa e i media che di fronte a questi fermenti rispondono focalizzandosi sui pochi casi di violenza, demonizzando o deridendo.
Serafina Russo

