Crediamo che siano i corpi esterni a determinare le idee solo perché non siamo sufficientemente attenti all’attività della mente, alle sue operazioni, ai processi che mette in atto. Se riflettessimo sulla percezione, l’immaginazione, l’ap prendimento, la memoria non staremmo nemmeno a parlare dell’esistenza di un mondo esterno, tanto appare chiaro che siamo noi a dare una forma ai corpi. I quali, se non li pensassimo, esisterebbero solo nella mente di Dio.
Rovesciando la filosofia di Locke, secondo cui niente è nell’intelletto che prima non sia stato nei sensi, nel “Trat tato sui principi della conoscenza umana” Berkeley critica la formazione di concetti astratti a partire dall’espe rienza e sottolinea il primato intuitivo della mente che contiene le idee con cui costruiamo il mondo. A mettercele è stato il grande Spirito, che diventa così garante della conoscenza di quei piccoli spiriti, di quelle piccole menti, che sono gli uomini. Niente esiste al di fuori dello spirito, la res extensa cartesiana è liquidata, quelle che chiamiamo cose non sono altro che percezioni o collezioni di percezioni. Da qui la celebre formula “esse è percepi” che risolve l’empiri smo in immaterialismo, poi in idealismo e, tramite l’ideali smo, in spiritualismo. Nelle intenzioni del suo autore, questa metafisica (di cui lasciamo sullo sfondo i dettagli) doveva essere messa al servizio della religione come la religione doveva essere messa al servizio dell’ordine. Se la religione era un benefico strumento di potere, la filosofia non poteva che essere un provvidenziale strumento del credere. Questo, in sintesi, l’o biettivo dell’immaterialismo come ci rivela una recente biografia (Brunello Lotti, Dalla percezione alla metafisica.
Vita e opere di George Berkeley, (Carocci, 2025) che si sofferma anche sulla recezione in area anglosassone di alcune intuizioni nominalistiche e semiologiche del filosofo britannico fortunatamente liberate però dalla tara storica e apologetica. E tuttavia, se riferita al suo tempo, la concezione di Berkeley appare essenzialmente “uno strumento apologetico per combattere le tendenze secolarizzanti dell’illumini smo che avevano corroso la società britannica”.
Tre sembrano le sue preoccupazioni principali: la prima è la fedeltà alla monarchia, attraverso la celebrazione delle virtù dell’ordine e dell’obbe dienza, il che gli consente di avere protezioni potenti e di ricevere incarichi forse non così importanti come quelli che avrebbe desiderato (vescovo in una piccola diocesi di campagna, Cloyne, dove negli ultimi anni della sua vita si mostra attento ai bisogni di una popolazione povera e diseredata). La seconda preoccupazione è quella di delegittimare la scienza, arma di una modernità che nel voler ridurre tutto a materia finisce per allontanare l’uomo da Dio. La terza è quella di combattere gli spiriti liberi, scettici e libertini che minacciano le verità di fede come l’immorta lità dell’anima. Al tema dedica anche un dialogo (Alcifrone) in cui a contendersi la verità sono il sensismo, sostenuto da Alcifrone e Lisicle, e la metafisica cristiana, difesa da Eufranore e Critone. Tuttavia, la vocazione apologetica è sostenuta da un’indubbia passione religiosa che porta Berkeley a immaginare la realizzazione di una colonia cristiana, progetto per il quale mobilita le sue migliori conoscenze e a cui dedica i migliori anni della sua vita. Il luogo prescelto per dare inizio a questa utopia, che prevede anche la costituzione di un college, sono le Bermuda, anche se poi Berkeley cambierà idea strada facendo e si fermerà con la sua famiglia e pochi amici al seguito a Rhode Island. Il Nuovo mondo, luogo di una rinascita, contrapposto al Vecchio mondo, a Londra, simbolo della corruzione, del degrado dei costumi, della rivolta giacobita. Dopo un inizio confortante, anche per la bellezza del luogo, l’esperi mento tanto ambizioso quanto poco finanziato e sostenuto dalla Corona fallirà miseramente per colpa – sostiene il filosofo – dei soliti spiriti liberi il cui veleno rivoluzionario sembra spingersi anche oltreoceano.
In realtà Berkeley, come evidenza Lotti in diverse pagine, era uno spirito più che metafisico, in cui convivevano sottili ragionamenti e intuizioni visionarie, logica e misticismo, filosofia e teologia, realismo politico e donchisciottismo, lungimiranza e complottismo, capacità di analisi della situazione storica e paure apocalittiche, spirito pratico e illusione romantica, un’illusione talvolta spinta a tal punto da fargli accettare e promuovere pratiche più vicine alle convinzioni popolari che alla scienza ufficiale. Come quella volta in cui si convinse delle mirabili proprietà dell’acqua di catrame contro le malattie ad alta mortalità, di cui tratta in “Siris”, l’ennesimo scritto nel quale liquida i sensi mentre riformula a modo suo il platonismo.
Non è che all’epoca non fossero noti alcuni benefici di questa sostanza ma che potesse diventare una benedizione salva-vita, una soluzione miracolosa, è un’afferma zione che può far sorridere, tanto più se pronunciata da un filosofo che nei secoli successivi, oltre a essere molto criticato, riscosse l’in teresse di Mill, Schopenhauer, James, Husserl, Gentile, Ayer e altri, i quali però selezionavano nel suo pensiero quanto era compatibile con il proprio. Tirare un bilancio di un pensatore così controverso è molto difficile. Possiamo ammirarne come un grande prodotto del pensiero l’archittetura del sistema, la progressione idealistica che rivela, i passaggi stringenti che portano dalla materia alla mente e dalla mente a Dio, la radicalità con cui supera il già radicale razionalismo cartesiano, la maniera appassionata, viscerale, con cui si confronta con la tradizione cristiana e con gli orientamenti laici e naturalistici del suo tempo.
Possiamo ammirarne le qualità morali di uomo, forse eccessivamente timoroso di Dio, che si credeva però realmente al servizio di un disegno superiore e dei senza fede. Resta il fatto che “convinto della degenerazione morale e spirituale della società britannica, il prelato e poi vescovo tory, dall’interno della propria confortevole nicchia nella chiesa anglicana, condusse la sua battaglia di retroguardia, sia pure con armi di nuovo conio, e si assunse il compito di restaurare la metafisica cristiana, mosso dalla paura dinanzi a un’epoca sempre più secolarizzata e insieme dalla illusoria speranza di sovvertirne il corso con una semplice metamorfosi della visione.”

