Un raro e prezioso capolavoro “dop pio” di Antonello da Messina (circa 1430-1479), uno dei più grandi innovatori del Rinascimento italiano, sta per entrare nel patrimonio dello Stato italiano. L’opera, realizzata intorno al 1460-1465, unisce un ritratto intensamente umano del Cristo sofferente nella scena dell’Ecce Homo e una raffinata visione di San Girolamo nel deserto sul retro, inserita in un paesaggio poetico di rocce e specchi d’acqua. L’opera di Antonello da Messina doveva andare all’asta il 5 febbraio scorso da Sotheb’s a New York (con una stima tra i 10 e i 15 milioni di dollari) ma è stata ritirata all’ul timo momento dalla vendita degli Old Masters. Un’as senza che ha immediatamente acceso le ipotesi: una garanzia saltata, un accordo venuto meno, o la mancanza di contendenti disposti a sostenere una contesa all’al tezza del valore dell’opera.
In realtà, dietro quel ritiro improvviso si stava consumando una partita ben diversa. Il dipinto era al centro di una trattativa privata con lo Stato italiano, che si è mosso con decisione e in un modo per certi versi sorprendente per assicurarsi una delle rarissime opere dell’ar tista siciliano (sono circa quaranta quelle attribuite con certezza ad Antonello da Messina) ancora in mani private. La cifra pattuita è stata di 14,9 milioni di dollari. Una somma rilevante, ma giudicata congrua dagli addetti ai lavori, considerando l’ec cezionalità del dipinto. Non solo perché le opere di Antonello da Messina appaiono sul mercato con una rarità estrema, ma anche per le caratteristiche uniche di questa tavola: si tratta del primo Ecce Homo realizzato dall’ar tista e dell’unico dipinto noto eseguito su tavola dipinta su entrambi i lati. Tutte le altre versioni del soggetto sono oggi conservate in musei pubblici, dal Metropolitan Museum di New York alla National Gallery di Londra, dal Louvre a Palazzo Spinola a Genova e al Collegio Alberoni di Piacenza.
Annunciando l’acquisizione da parte dello Stato italiano, il ministro della Cultura Alessandro Giuli ha ricordato che “l’opera rappresenta un unicum nel panorama artistico del Quattrocento italiano, punto fondamentale nella strategia di ampliamento e valorizzazione del nostro patrimonio culturale, da mettere a disposizione dei cittadini italiani e dei visitatori provenienti da tutto mondo”. Databile all’inizio degli anni Sessanta del Quattrocento, la tavola misura appena 19,5 per 14,3 centimetri ed è stata oggetto di una lunga e solida fortuna critica. Fu Federico Zeri a renderla nota al pubblico nel 1981, e proprio alla sua ricostruzione si deve l’interpretazione del forte consumo dell’imma gine di San Girolamo, sul verso, come esito di una devozione privata intensa: l’opera sarebbe stata trasportata in una bisaccia di cuoio e ripetutamente baciata e sfregata. Una lettura condivisa anche da Fiorella Sricchia Santoro, tra le massime studiose di Antonello. Negli ultimi decenni il dipinto è stato esposto in importanti rassegne internazionali, dalle Scuderie del Quirinale al Metropolitan Museum di New York, fino alla grande mostra del 2019 a Palazzo Reale di Milano. Non si tratta dunque di una riscoperta recente, ma di un’opera cardine nella produzione dell’artista che contribuì a trasformare l’icono grafia bizantina dell’“uomo dei dolori” in una rappresentazione moderna e umanissima del Cristo sofferente, oltre a diffondere in Italia la tecnica a olio di origine fiamminga. Sul fronte del dipinto, Antonello rappresenta il momento descritto nel Vangelo di Giovanni in cui Ponzio Pilato mostra Cristo alla folla dopo la tortura, con la scritta “Ecco l’uomo”. Il volto di Cristo, segnato dalla sofferenza e coronato di spine, non è idealizzato: il torso nudo si contorce, rivelando giovinezza e vulnerabilità, e lo sguardo diretto coinvolge emotivamente chi osserva. La scena mostra anche l’in fluenza della pittura fiamminga, ma con un’intensità espressiva unica nel suo genere. Sul retro, San Girolamo è ritratto inginocchiato davanti a un libro aperto e a un calamaio, simbolo della sua traduzione della Bibbia in latino. Il paesaggio circostante, delicatamente illuminato, rivela una straordinaria capacità di miniaturizzazione e realismo. Alcuni segni di abrasione suggeriscono che il dipinto fosse un oggetto di devozione attiva, forse persino portato vicino al corpo dal proprietario. L’opera anticipa lo stile di Giovanni Bellini, che fu profondamente influenzato dal soggiorno veneziano di Antonello. Composizioni simili si trovano nelle opere di Bellini come San Girolamo leggente in un paesaggio (National Gallery di Londra) e San Francesco nel deserto (Frick Collection). Nato in Sicilia, formatosi a Napoli e poi attivo a Venezia, Antonello da Messina ha avuto un ruolo fondamentale nell’introdurre le innovazioni della pittura fiamminga nel Sud Italia, contribuendo a un uso pionieristico della tecnica a olio, che gli permise di ottenere straordinarie sfumature di tono e colore. Resta ora da sciogliere il nodo della destinazione museale. Tra le ipotesi più accreditate c’è il Museo di Capodimonte a Napoli, città centrale nella formazione dell’Artista. Ma l’opera potrebbe approdare anche nella sua città natale, Messina. La decisione sarà presa entro due mesi.

