Quando ti avvicini a Mirafiori la fabbrica che dal 1939, anno di fondazione, a qualche decennio fa era il cuore dello sviluppo industriale italiano e simbolo della Torino novecentesca, ti sembra tutto distopico e irreale. C’erano le tute blu, gli operai e gli Agnelli, la sinistra, ma anche i preti operai e il sindacato rosso e quello bianco, il ministro Donat-Cattin, le famiglie provenienti dal Sud, le battaglie per migliori condizioni di lavoro: le vittorie e le sconfitte, il 1980. La vita insomma. Ora tutto pare addormentato, seppure al suo interno tra impiegati e operai sono quasi settemila. Ma tutto sembra invisibile. Non esiste più nessun protagonismo, più di un terzo della fabbrica è abbandonata, archeologia industriale è la voce della fabbrica. Non si costruiscono auto si demoliscono. Non riguarda un quartiere, neppure una città, Torino, riguarda tutta l’Italia e il suo declino. Per questo leggere il bellissimo libro di Niccolò Zancan “L’ultimo operaio”. Canto finale della grande fabbrica, Einaudi, è un documento fondamentale per capire il passato di una comunità e comprendere come il suo futuro sia assolutamente nebuloso, imprevedibile, indefinito e preoccupante. Poetico ma realista il racconto di Zancan riporta non le strutture, la catena di montaggio anonima e automatizzata, ma i volti scavati e invecchiati, stanchi e sconfitti degli ultimi operai, narrando il presente con intensità e impotenza. Con "L'ultimo operaio" l’autore riesce a raccontare la cronaca urticante del nostro presente attraverso uno stile poetico suo peculiare, senza venir meno alla critica sociale e civile. Oggi restano pochissimi addetti alla produzione, ma sono quasi sempre in cassa integrazione. La Fiat non esiste più neppure la FCA, Marchionne è morto da anni, gli Agnelli da più di venti. Anche Gabetti e Franzo Stevens i grandi vecchi sono scomparsi. È rimasta Exor sempre più lontana dalla città, con gli Elkann che promettono e ritirano, con una visione globale, universale, mondiale in cui Torino, per più di un secolo il cuore di tutto, è derubricata ad un hub dimenticato. Cassino, Melfi, Pomigliano, Atessa sono gli impianti moderni in Italia, poi Europa, Africa e America latina. Torino è sempre più lontana. Viola Ardone ha scritto “siamo in presenza dello Spoon River della grande fabbrica”, che pare inutile nella sua dimensione, che taglia il quartiere Mirafiori, in maniera irrimediabilmente definitiva, tra la parte Nord e quella Sud. I cittadini passano distratti quasi come quello fosse il passato e oggi un cimitero senza fiori. Il libro racconta la fine dell'era industriale a Mirafiori attraverso la storia dell'ultimo operaio che va in pensione, descritto come un "canto finale" sulla morte delle grandi fabbriche. Scorrono le immagini degli archivi, di una memoria collettiva che si sta spegnendo con l’uscita degli operai dei due o tre turni. La città che era regolata dagli orari della produzione, tra speranza e alienazioni. Poi tutto si è interrotto è finita un’epoca. I Giochi Olimpici, la città del terziario e della tecnologia, dell’alta cultura degli atenei, ma anche dei grandi interrogativi indefiniti sul futuro. «Lo senti questo silenzio? È la fabbrica che sta morendo». L'ultimo operaio di Mirafiori sta per andare in pensione. L'ultimo che ha indossato la tuta blu, l'ultimo che ha visto l'Avvocato Agnelli e che ha tifato Juventus per riconoscenza. Non è più Cipputi, perché è un operaio ancora più disilluso e solo, essendo ormai uscito persino dalle parole del mondo. Se ne va in dissolvenza, testimone di un passaggio storico. Mirafiori era la più grande fabbrica d'Europa. 4080 persone, donne e uomini, operai addetti alla produzione, ma sono quasi sempre in cassa integrazione. Fissano il vuoto dai palazzi costruiti per loro, che si stanno spopolando come la città che li aveva accolti. Niccolò Zancan è dovuto andare via da Torino per mettere a fuoco le cose. Ed è dovuto tornare per trovare l'ultimo operaio e ascoltare la sua storia unica e fiera, prima che tutto questo mondo - novecentesco - svanisca dietro la curva del secolo. Poetico e disincantato, nelle parole rassegnate dei protagonisti, con piccoli affreschi che Zancan dipinge senza retorica, senza rabbia, con quella capacità di dire la realtà senza infingimenti. «Lo senti questo silenzio? È la fabbrica che sta morendo». L’ultimo operaio di Mirafiori sta per andare in pensione. Se ne va in dissolvenza, testimone di un passaggio storico. Mirafiori era la più grande fabbrica d’Europa e ora si sta spegnendo in un lungo addio. I protagonisti erano un'onda giovane, vigorosa, militante sono rimasti in pochi, vecchi e acciaccati. Si sentono sconfitti, fissano il vuoto del cielo plumbeo o il sole dell'arco alpino. Il quartiere che si spopola come e più della città che li aveva accolti. Tuttavia Torino non potrà avere un futuro senza aver deciso che cosa avverrà, quale utilizzo e destino della sua antica fabbrica a Mirafiori.
Niccolò Zancan, L’ultimo operaio, Canto finale della Grande Fabbrica, Einaudi 2026 pp. 130, 18 euro

