Il Museo Diocesano Carlo Maria Martini di Milano ha inaugurato il 19 maggio la sua stagione estiva con una mostra fotografica dedicata a Werner Bischof, uno dei più importanti fotoreporter del XX secolo, di cui ricorrono proprio quest’anno 110 anni dalla sua nascita. Attraverso oltre 200 fotografie vintage originali, affiancate da una serie di contact sheets (provini a contatto) e da un documentario, la monografica dal titolo “Wer ner Bischof. Point of View”, curata dal figlio del fotografo Marco Bischof, Andrè Holzherr e Tania Kuhn, ripercorre, seguendo in ordine cronologico le diverse esperienze fotografiche, l’intera carriera di Bischof, definito dalla critica a tutti gli effetti non un semplice fotografo, ma un vero e proprio artista della fotografia, nei cui scatti etica ed estetica riescono a trovare un perfetto equilibrio.
Attraverso 4 sezioni, dedicate rispettivamente agli anni della formazione, “Svizzera 1932-1944”, all’Europa devastata dalla Seconda Guerra Mondiale “Europa 1945-1950”, ai suoi reportage in India, Giappone, Corea, Hong Kong e Indocina “Asia 1951-1952” fino all’ultima fase della sua carriera fotografica con le nuove visioni del continente americano “Nord e Sud America 1953-54”, la mostra mette in evidenza gli aspetti principali della ricerca dell’artista, fondata su una profonda capacità empatica e umana, unita ad una immediatezza e competenza tecnica che gli hanno permesso nel corso della sua breve esistenza di diventare uno dei principali esponenti della fotografia del Novecento, scattando immagini che riscuotono ancora oggi grande interesse e forti emozioni. Ad accogliere il visitatore in mostra è stata collocata all’ingresso una gigantografia che ritrae Werner Bischof al lume di una lanterna abbassato sulla scrivania immerso nelle carte oggetto dei suoi studi, a indicare la profonda serietà e impegno con cui il fotografo si dedicava al suo lavoro prima di immergersi direttamente nella vita quotidiana
dei luoghi che doveva immortalare. Una serietà ed un profondo impegno che hanno contraddistinto l’intera sua esistenza, come sottolineano le sue stesse parole, oggi di grande attualità, poste al termine del percorso “Solo il lavoro fatto in profondità, con un impegno e un coinvolgimento totali, può davvero avere valore”. Ed egli ai suoi scatti riuscì a dare sempre un valore andando oltre l’aspetto estetico e documentaristico, spingendo il suo sguardo, profondamente umano e pietoso, verso coloro che in modi e luoghi diversi vivevano nel dolore e nella sofferenza, mai alla ricerca di uno scoop giornalistico, ma guidato dal desiderio di testimoniare la vita dell’umanità in modo dignitoso e reale. Immediatezza e forza espressiva, la cui continua tensione verso una lettura profonda della realtà si esprimeva attraverso la rigorosa cura formale, le composizioni equilibrate e le misurate gradazioni del bianco e nero con cui curava i suoi scatti, che gli valsero, fin all’epoca il raro riconoscimento per un fotogiornalista, di “artista”. Una qualità che sicuramente era insita in lui e che aveva coltivato durante gli anni di formazione con i suoi studi pittorici. Nato a Zurigo nel 1916, Bischof studia tra il 1932 e il 1936 presso la Scuola di Arti Applicate della città natale, animato dal desiderio di intraprendere la carriera di pittore, attività che il padre gli impedisce di svolgere, ma che lui riproverà a seguire nel 1939 quando affitterà a Parigi un studio senza tuttavia riuscire nell’obiettivo a causa della guerra. Alla fotografia si avvicina come dichiara nei suoi scritti “quasi per caso”, seguendo i corsi di Hans Finsler, esponente della Nuova Oggettività e il corso di grafica di Alfred Willmann, dai quali apprende un modo di guardare non tanto il soggetto della fotografia ma quanto la fotografia come tale.
Attraverso una seria ricerca estetica, consolidata in ben ben sei anni di esercizi nella composizione, evidenti nelle prime fotografie presenti in mostra, raffina il suo sguardo artistico, trasformandolo in un modo naturale e automatico di vedere le cose, che trasferirà nei suoi scatti, senza il bisogno di tempi lunghi di osservazione e di posa. Finiti gli studi nel 1936 apre un suo studio a Zurigo e lavora per la moda e la pubblicità fino al 1939 quando, dopo un breve periodo di permanenza a Parigi, a causa dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale, ritorna a Zurigo, e si arruola nell’esercito come maestro di sci, portando avanti parallelamente l’attività del suo studio. Si avvicina alla fotografia documentaristica alla fine della guerra, quando la rivista culturale “Du”, attraverso il suo direttore Arnold Kubler, che diventerà anche suo mentore, lo invita ad aprire la sua fotografia a nuovi soggetti, non più legati solo a paesaggi meravigliosi ma anche alle persone, cosa che per lui, di carattere timido, non risulta semplice, e che cerca di fare passando prima attraverso il mondo animale, come si vede in mostra dagli scatti eseguiti in questo periodo. Tutta la sua produzione documentaristica successiva, sarà caratterizzata da un continuo e progressivo avvicinamento all’uomo, attraverso la sua ricerca di volti e figure umane come si vede in mostra nella seconda sezione dedicata all’Eu ropa. Il 1946 è per Bischof un anno di svolta nella sua carriera fotografica. Egli decide infatti di lasciare Zurigo per “conoscere il vero volto del mondo”, partendo su incarico dell’organizzazione umanitaria “Dono Svizzero” per documentare la distruzione causata nei diversi paesi europei (Germania, Italia, Polonia, Olanda, Grecia ...) dalla Seconda Guerra Mondiale. Attraverso i contact sheets, esposti in mostra sotto le fotografie principali, si può nuotare come il suo interesse sia concentrato in modo persistente sui volti degli uomini, in particolare sui bambini, che lui ritiene essere le prime vittime della guerra, ma anche il futuro del mondo. Egli raccoglie, cataloga e sceglie in modo preciso e curato ogni scatto, in cui è evidente il suo punto di vista sempre pieno di pietas verso l’umanità. Anche tra le macerie, lasciate dalla guerra, Bischof cerca tracce della vita di tutti i giorni, che lentamente riprende il suo scorrere, mai alla ricerca di sensazionalismo ma dando piena dignità ai soggetti immortalati. La tragedia viene vista dagli occhi stessi di chi la vive e si adatta ad essa.
Mentre nel 1946 si trova in Italia, dove rimane affascinato dalla bel-lezza dei paesaggi, rappresentati in modo quasi neorealista, incontra quella che poi diverrà la sua futura moglie, Rosellina Mandel e dai cui avrà i due figli. La stessa, in seguito alla prematura morte del marito, si occuperà del suo archivio fotografico, dopo aver guidato la filiale di Zurigo della Magnum Photos.
Nel 1948, è proprio l’agenzia Magnum Photos, fondata l’anno precedente da Cartier-Bresson, Capa, Seymour e Rodger, a invitare il fotografo svizzero ad entrare a far parte del gruppo e, a soli trent’anni, diviene il primo membro dopo i fondatori, prendendo piena consapevolezza della propria professionalità. Etica ed estetica accompagnano in modo ancora più evidente gli scatti degli anni successivi, quando da fotografo indipendente non è più vincolato ad una singola testata ed inizia a compiere viaggi in luoghi cruciali per la storia contemporanea. Nel 1959 parte per l’Asia per realizzare un reportage sulla carestia del Bihar, si sposta quindi in Giappone, dove affascinato dai paesaggi e dalla cultura nipponica, molto vicino alla sua sensibilità e alla sua spiritualità, rimarrà quasi un anno, raggiunto anche dalla moglie Rosellina, e trascorrerà il periodo più sereno della sua esistenza, proseguendo poi il suo viaggio attraverso Hong Kong e l’Indo cina, dove cercherà di documentare le condizioni di vita di persone comuni, colte nei momenti più intimi e familiari, con una delicatezza ed un’empatia, che solo il suo sguardo desideroso di conoscere l’uomo poteva avere.
Stanco dei lavori su commissioni alla fine del 1952 torna a Zurigo, fa una mostra e si dedica a quella che si può definire la quarta fase della sua fotografia, quella artistica, arrivata dopo l’esperienza di fotografo di studio, di documentarista e di fotoreporter. Inizia così a dedicarsi ad un lavoro sempre su commissione legato alle autostrade: un’oc casione per lui di visitare tutta l’A merica e di riprendere fiducia nella fotografia. Iconici rimangono alcuni suoi scatti dall’alto di New York.
Incontra in questa circostanza anche il grande architetto Frank Lloyd Wright e inizia anche a scattare foto a colori, cercando di dare valore artistico a questo genere di fotografia, fino allora legato solo al mondo pubblicitario. Notevoli sono alcuni suoi scatti a colori che appaiono quasi dei quadri astratti a cui in mostra è dedicata una sezione a parte. Al Sud America è lasciata l’ul tima sala dell’esposizione, in particolare al Messico, momento in cui la moglie lo deve lasciare per far ritorno in Svizzera, in attesa del parto del loro secondo figlio.
Bischof proseguirà il suo viaggio da solo in Perù, dove avverrà l’epilogo della sua vita. Qui, invitato da un amico a visitare una miniera d’oro il cui accesso era permesso solo a pochi, inizierà un viaggio nel cuore delle Ande. Lungo la strada tuttavia verso la miniera i due amici non lasciano più traccia di sé e solo dopo alcuni giorni di ricerca la loro auto sarà ritrovata in un burrone.
La sua vita si interrompe così improvvisamente a 38 anni, lo stesso giorno in cui vedrà la luce il suo secondogenito. Di lui rimangono i numerosissimi scatti, a testimonianza del suo modo di guardare l’umanità, rappresentata anche nei momenti più tragici con dignità e rispetto, rifiutando ogni forma di sensazionalismo e ogni logica commerciale.
Werner Bischof. Point of View,
Il Museo Diocesano Carlo Maria Martini di Milano ha inaugurato il 19 maggio la sua stagione estiva con una mostra fotografica dedicata a Werner Bischof, uno dei più importanti fotoreporter del XX secolo, di cui ricorrono proprio quest’anno 110 anni dalla sua nascita. Attraverso oltre 200 fotografie vintage originali, affiancate da una serie di contact sheets (provini a contatto) e da un documentario, la monografica dal titolo “Wer ner Bischof. Point of View”, curata dal figlio del fotografo Marco Bischof, Andrè Holzherr e Tania Kuhn, ripercorre, seguendo in ordine cronologico le diverse esperienze fotografiche, l’intera carriera di Bischof, definito dalla critica a tutti gli effetti non un semplice fotografo, ma un vero e proprio artista della fotografia, nei cui scatti etica ed estetica riescono a trovare un perfetto equilibrio.
Attraverso 4 sezioni, dedicate rispettivamente agli anni della formazione, “Svizzera 1932-1944”, all’Europa devastata dalla Seconda Guerra Mondiale “Europa 1945-1950”, ai suoi reportage in India, Giappone, Corea, Hong Kong e Indocina “Asia 1951-1952” fino all’ultima fase della sua carriera fotografica con le nuove visioni del continente americano “Nord e Sud America 1953-54”, la mostra mette in evidenza gli aspetti principali della ricerca dell’artista, fondata su una profonda capacità empatica e umana, unita ad una immediatezza e competenza tecnica che gli hanno permesso nel corso della sua breve esistenza di diventare uno dei principali esponenti della fotografia del Novecento, scattando immagini che riscuotono ancora oggi grande interesse e forti emozioni. Ad accogliere il visitatore in mostra è stata collocata all’ingresso una gigantografia che ritrae Werner Bischof al lume di una lanterna abbassato sulla scrivania immerso nelle carte oggetto dei suoi studi, a indicare la profonda serietà e impegno con cui il fotografo si dedicava al suo lavoro prima di immergersi direttamente nella vita quotidiana
dei luoghi che doveva immortalare. Una serietà ed un profondo impegno che hanno contraddistinto l’intera sua esistenza, come sottolineano le sue stesse parole, oggi di grande attualità, poste al termine del percorso “Solo il lavoro fatto in profondità, con un impegno e un coinvolgimento totali, può davvero avere valore”. Ed egli ai suoi scatti riuscì a dare sempre un valore andando oltre l’aspetto estetico e documentaristico, spingendo il suo sguardo, profondamente umano e pietoso, verso coloro che in modi e luoghi diversi vivevano nel dolore e nella sofferenza, mai alla ricerca di uno scoop giornalistico, ma guidato dal desiderio di testimoniare la vita dell’umanità in modo dignitoso e reale. Immediatezza e forza espressiva, la cui continua tensione verso una lettura profonda della realtà si esprimeva attraverso la rigorosa cura formale, le composizioni equilibrate e le misurate gradazioni del bianco e nero con cui curava i suoi scatti, che gli valsero, fin all’epoca il raro riconoscimento per un fotogiornalista, di “artista”. Una qualità che sicuramente era insita in lui e che aveva coltivato durante gli anni di formazione con i suoi studi pittorici. Nato a Zurigo nel 1916, Bischof studia tra il 1932 e il 1936 presso la Scuola di Arti Applicate della città natale, animato dal desiderio di intraprendere la carriera di pittore, attività che il padre gli impedisce di svolgere, ma che lui riproverà a seguire nel 1939 quando affitterà a Parigi un studio senza tuttavia riuscire nell’obiettivo a causa della guerra. Alla fotografia si avvicina come dichiara nei suoi scritti “quasi per caso”, seguendo i corsi di Hans Finsler, esponente della Nuova Oggettività e il corso di grafica di Alfred Willmann, dai quali apprende un modo di guardare non tanto il soggetto della fotografia ma quanto la fotografia come tale.
Attraverso una seria ricerca estetica, consolidata in ben ben sei anni di esercizi nella composizione, evidenti nelle prime fotografie presenti in mostra, raffina il suo sguardo artistico, trasformandolo in un modo naturale e automatico di vedere le cose, che trasferirà nei suoi scatti, senza il bisogno di tempi lunghi di osservazione e di posa.
Finiti gli studi nel 1936 apre un suo
studio a Zurigo e lavora per la moda e la pubblicità fino al 1939 quando, dopo un breve periodo di permanenza a Parigi, a causa dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale, ritorna a Zurigo, e si arruola nell’esercito come maestro di sci, portando avanti parallelamente l’attività del suo studio. Si avvicina alla fotografia documentaristica alla fine della guerra, quando la rivista culturale “Du”, attraverso il suo direttore Arnold Kubler, che diventerà anche suo mentore, lo invita ad aprire la sua fotografia a nuovi soggetti, non più legati solo a paesaggi meravigliosi ma anche alle persone, cosa che per lui, di carattere timido, non risulta semplice, e che cerca di fare passando prima attraverso il mondo animale, come si vede in mostra dagli scatti eseguiti in questo periodo. Tutta la sua produzione documentaristica successiva, sarà caratterizzata da un continuo e progressivo avvicinamento all’uomo, attraverso la sua ricerca di volti e figure umane come si vede in mostra nella seconda sezione dedicata all’Eu ropa. Il 1946 è per Bischof un anno di svolta nella sua carriera fotografica. Egli decide infatti di lasciare Zurigo per “conoscere il vero volto del mondo”, partendo su incarico dell’organizzazione umanitaria “Dono Svizzero” per documentare la distruzione causata nei diversi paesi europei (Germania, Italia, Polonia, Olanda, Grecia ...) dalla Seconda Guerra Mondiale. Attraverso i contact sheets, esposti in mostra sotto le fotografie principali, si può nuotare come il suo interesse sia concentrato in modo persistente sui volti degli uomini, in particolare sui bambini, che lui ritiene essere le prime vittime della guerra, ma anche il futuro del mondo. Egli raccoglie, cataloga e sceglie in modo preciso e curato ogni scatto, in cui è evidente il suo punto di vista sempre pieno di pietas verso l’umanità. Anche tra le macerie, lasciate dalla guerra, Bischof cerca tracce della vita di tutti i giorni, che lentamente riprende il suo scorrere, mai alla ricerca di sensazionalismo ma dando piena dignità ai soggetti immortalati. La tragedia viene vista dagli occhi stessi di chi la vive e si adatta ad essa.
Mentre nel 1946 si trova in Italia, dove rimane affascinato dalla bel-lezza dei paesaggi, rappresentati in modo quasi neorealista, incontra quella che poi diverrà la sua futura moglie, Rosellina Mandel e dai cui avrà i due figli. La stessa, in seguito alla prematura morte del marito, si occuperà del suo archivio fotografico, dopo aver guidato la filiale di Zurigo della Magnum Photos.
Nel 1948, è proprio l’agenzia Magnum Photos, fondata l’anno precedente da Cartier-Bresson, Capa, Seymour e Rodger, a invitare il fotografo svizzero ad entrare a far parte del gruppo e, a soli trent’anni, diviene il primo membro dopo i fondatori, prendendo piena consapevolezza della propria professionalità.
Etica ed estetica accompagnano in modo ancora più evidente gli scatti degli anni successivi, quando da fotografo indipendente non è più vincolato ad
una singola testata ed inizia a compiere viaggi in luoghi cruciali per la storia contemporanea. Nel 1959 parte per l’Asia per realizzare un reportage sulla carestia del Bihar, si sposta quindi in Giappone, dove affascinato dai paesaggi e dalla cultura nipponica, molto vicino alla sua sensibilità e alla sua spiritualità, rimarrà quasi un anno, raggiunto anche dalla moglie Rosellina, e trascorrerà il periodo più sereno della sua esistenza, proseguendo poi il suo viaggio attraverso Hong Kong e l’Indo cina, dove cercherà di documentare le condizioni di vita di persone comuni, colte nei momenti più intimi e familiari, con una delicatezza ed un’empatia, che solo il suo sguardo desideroso di conoscere l’uomo poteva avere.
Stanco dei lavori su commissioni alla fine del 1952 torna a Zurigo, fa una mostra e si dedica a quella che si può definire la quarta fase della sua fotografia, quella artistica, arrivata dopo l’esperienza di fotografo di studio, di documentarista e di fotoreporter. Inizia così a dedicarsi ad un lavoro sempre su commissione legato alle autostrade: un’oc casione per lui di visitare tutta l’A merica e di riprendere fiducia nella fotografia. Iconici rimangono alcuni suoi scatti dall’alto di New York.
Incontra in questa circostanza anche il grande architetto Frank Lloyd Wright e inizia anche a scattare foto a colori, cercando di dare valore artistico a questo genere di fotografia, fino allora legato solo al mondo pubblicitario. Notevoli sono alcuni suoi scatti a colori che appaiono quasi dei quadri astratti a cui in mostra è dedicata una sezione a parte. Al Sud America è lasciata l’ul tima sala dell’esposizione, in particolare al Messico, momento in cui la moglie lo deve lasciare per far ritorno in Svizzera, in attesa del parto del loro secondo figlio.
Bischof proseguirà il suo viaggio da solo in Perù, dove avverrà l’epilogo della sua vita. Qui, invitato da un amico a visitare una miniera d’oro il cui accesso era permesso solo a pochi, inizierà un viaggio nel cuore delle Ande. Lungo la strada tuttavia verso la miniera i due amici non lasciano più traccia di sé e solo dopo alcuni giorni di ricerca la loro auto sarà ritrovata in un burrone.
La sua vita si interrompe così improvvisamente a 38 anni, lo stesso giorno in cui vedrà la luce il suo secondogenito. Di lui rimangono i numerosissimi scatti, a testimonianza del suo modo di guardare l’umanità, rappresentata anche nei momenti più tragici con dignità e rispetto, rifiutando ogni forma di sensazionalismo e ogni logica commerciale.
Werner Bischof. Point of View Museo Diocesano Carlo Maria Martini- Milano, 19 maggio-18 ottobre 2026,

