Martedì 11 agosto 2026, ore 11:48

Arte

I Pini di Ottorino Respighi

di MAURIZIO CAPUANO

 

Il 14 gennaio 1926, Arturo Toscanini diresse la New York Philharmonic Orchestra nella prima esecuzione americana di “Pini di Roma”, il poema sinfonico composto da Ottorino Respighi un paio di anni prima e pubblicato da Ricordi nel 1925: da quel momento in poi l’opera si diffuse in tutto il mondo ed entrò a pieno titolo nel repertorio internazionale. In patria le composizioni di Respighi avevano sì riscosso un notevole successo di pubblico, ma erano guardate con sospetto da parte dei critici che sarebbero rimasti diffidenti negli anni a venire, tacciandolo poi di connivenza col disciolto regime fascista nonostante non avesse mai preso la tessera di partito.

Il compositore era nato a Bologna nel 1879 e si era formato con Giuseppe Martucci e Luigi Torchi; era stata tuttavia la sua esperienza in Russia a indicargli la strada maestra: aveva infatti avuto modo di studiare con Nikolaj Rimskij-Korsakov, dal quale aveva imparato a gestire le forme sinfoniche di vasto respiro. Dopo un ulteriore perfezionamento a Berlino assieme a Max Bruch, si era stabilito a Roma nel 1913 ove era stato nominato docente e in seguito direttore del Conservatorio di Santa Cecilia, entrando a pieno titolo nel novero di quella generazione dell’Ottanta il cui scopo era restituire alla musica italiana basi colte e ricercate, in contrapposizione al carattere popolaresco del melodramma.

A Roma, nell’arco di dodici anni, vennero alla luce i tre poemi sinfonici che sarebbero poi stati conosciuti col nome di “Trilogia Romana”: “I Pini di Roma” è forse quello che possiede la maggior potenza evocativa e necessita di un organico imponente che comprende pure un organo, un pianoforte, sei flicorni fuori scena e persino un fonografo.

Ogni quadro reca in partitura una descrizione autografa del compositore; del primo, I pini di villa Borghese (Allegretto vivace. Vivace), leggiamo: «Giuocano i bimbi nella pineta di Villa Borghese: ballano a giro tondo, fingono marce soldatesche e battaglie, s’inebriano di strilli come rondini a sera e sciamano via». In effetti il brano esordisce con un’introduzione rapida e vitale, poi il corno inglese introduce un tema infantile tuttora molto noto (Quante belle figlie Madama Dorè), tosto ripreso da corni e fagotti; dopodiché il ritmo cambia in modo repentino e compare il secondo tema intonato da flauti e pianoforte, ma sostenuto dagli archi, prima della ricomparsa del tema principale che a sua volta introduce trombe e squilli di marce, che chiudono l’episodio in un trascinante crescendo.

«Improvvisamente la scena si tramuta ed ecco l’ombra dei pini che corona l’ingresso di una catacomba: sale dal profondo una salmodia accorata, si diffonde solenne come un inno e dilegua misteriosa», così a riguardo del secondo brano, I pini presso una catacomba (Lento). L’atmosfera è cambiata: il terreno sembra cedere sotto i nostri piedi e sprofonda sui toni oscuri dei contrabbassi e dei violoncelli, aggravati dall’organo. Da una grande profondità suona la voce degli archi, puntellata dai rintocchi di una campana; poi una tromba scandisce un inno mariano che ci rischiara un poco, prima che i clarinetti e i violoncelli intonino un canto gregoriano in un crescendo severo e solenne che ci riporterà infine al punto di partenza.

L’episodio successivo, I pini del Gianicolo (Lento), è descritto con le seguenti parole: «Trascorre nell’aria un fremito: nel plenilunio sereno si profilano i pini del Gianicolo. Un usignolo canta». Il colle è rischiarato dalla luce della Luna, sommessi arpeggi del piano evocano lo zampillare di una fontana mentre il clarinetto intona un tema sognante: tutta l’orchestra è desta, ma si muove in punta di piedi tratteggiando un’atmosfera sospesa ed evocativa. D’un tratto l’oboe intona un nuovo tema, tosto ripreso da un violoncello, indi squadernato in crescendo: ecco riproporsi il gesto acquatico che ci conduce poi verso la conclusione. È a questo punto che compare qualcosa di inaudito per l’epoca: ascoltiamo il verso di un usignolo, ma non si tratta di una tipica imitazione analogica, bensì di una registrazione su disco. All’epoca molti puristi storsero il naso, oggi in questo tocco oramai storicizzato vediamo solo una dolce chiusa.

Siamo così giunti all’ultimo brano, I pini della Via Appia (Tempo di marcia): «La campagna tragica è vigilata da pini solitari. Incessante, il ritmo di un passo innumerevole. Alla fantasia del poeta appare una visione di antiche glorie: squillano le buccine ed un esercito consolare irrompe, nel fulgore del nuovo sole, verso la via Sacra […]». Qui la vicenda umana, sinora solo evocata, balza al centro della scena: i timpani, il pianoforte, i contrabbassi e i violoncelli scandiscono un ritmo di marcia, mentre i corni evocano le fanfare di glorie ormai lontane e i clarinetti intonano il tema principale. Poi il corno inglese tratteggia una danza esotica che conduce a un crescendo inarrestabile che coinvolge presto l’intera orchestra fino al culmine trionfale: i legionari sono giunti in Campidoglio, scenda il sipario.

( 11 agosto 2026 )

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I Pini di Ottorino Respighi

Nell’arco di dodici anni, venne alla luce la “Trilogia Romana”

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