Mercoledì 25 febbraio 2026, ore 21:58

Libri

La casa degli specchi

di SERAFINA RUSSO

La questione della tecnologia dischiude una riflessione eminentemente antropologica in quanto mette in discussione la percezione stessa che l’uomo ha di sé, insieme con quella che ha del mondo. Da mezzi di potenziamento delle azioni umane, le macchine assurgono al ruolo di compagnia dell’uomo: ciò che accomuna uomo e macchina è – sempre più - la condivisione di un logos. Appurato che, oggi, la tecnologia si fa compagna dell’uomo, non si parla più di azioni sugli strumenti tecnologici, ma di interazione con essi. Ci affacciamo, quasi ineluttabilmente, in una nuova prospettiva in cui il mondo umano e il mondo tecnologico interagiscono e si confondono in un flusso ininterrotto di operazioni. Di questo argomento ne parliamo con Luca Valera filosofo, Professore associato di Filosofia e Direttore del dipartimento di Filosofia all’Università di Valladolid, autore di “Specchi- Filosofia e nuove tecnologie” (Rubbettino, 2025).

Prof. Valera, la prima domanda per inquadrare l’ar gomento. La questione della tecnologia va distinta dalla questione della tecnica (Heidegger)? Perché? È una sorta di suo superamento?

Sì. Nel libro distinguo nettamente tecnica e tecnologia: la tecnica è il saper fare orientato all’efficacia, mentre la tecnologia è un sistema di dispositivi organizzato da una logica propria (un logos), che integra sapere teorico, funziona in sistemi, acquisisce indipendenza, automatizzazione e perfino autoregolazione. Perciò la visione puramente strumentale della tecnologia (anche nella ricezione heideggeriana corrente) è insufficiente: oggi la tecnologia non è solo un mezzo, ma un ambiente che trascende l’azione umana immediata. Serve dunque un “cambio di paradigma”: dall’etica applicata delle tecnologie all’onto logia delle tecnologie.

Che ambiente è quello delle nuove tecnologie? Come plasma i nostri spazi culturali e le nostre relazioni?

Le nuove tecnologie sono l’ambiente: non esiste più il “naturale” da un lato e “gli strumenti” dall’altro. L’am biente tecnologico circonda, penetra e riconfigura i nostri spazi culturali; interagisce con noi con feedback continui, codeterminando tempi, luoghi, identità, relazioni e responsabilità. È un ambiente copartecipe delle nostre azioni, non uno sfondo neutro e inerte (come un quadro).

Perché usa la metafora dello specchio per spiegare la relazione tra gli uomini e le tecnologie? S’in staura una sorta di riconoscimento?

Lo specchio rende visibile come le tecnologie duplichino, rendano trasparente, modifichino e avvicinino: ci riflettono, rivelano i nostri limiti e le nostre potenzialità, ma possono anche deformarci e spingerci a una vita superficiale o alla trasparenza totale. Perciò invito ad “attraversare lo specchio”: andare oltre la superficie del riflesso per capire le dinamiche non visibili nelle tecnologie. In questo senso, nello specchio tecnologico si attiva una forma di riconoscimento (e di autoconoscenza), ma va criticamente guidato e discernito.

Quindi chi è l’uomo digitale? Un nostro affine o la trasparenza che manifesta è un falso ideale? 

L’“uomo digitale” è l’umano immerso nell’infosfera, la cui presenza, identità e relazioni sono mediate da dispositivi che registrano, espongono e orientano i comportamenti. La trasparenza promessa dal digitale è così ambivalente: abilita e al contempo appiattisce la profondità temporale e relazionale, rischiando di ridurre la persona ad un utente trasparente a logiche di sorveglianza/registrazione. È un nostro affine perché nasce dal nostro logos, ma la trasparenza come ideale può diventare un falso ideale se cancella l’in timità e le differenze.

Nel saggio, Lei parla di “inquietudine collettiva” per spiegare quel sentire comune all’ uomo contemporaneo che vive nell’epoca delle nuove tecnologie. Quanto c’è di indotto in questo sentimento che ci segna profondamente?

L’inquietudine è in parte strutturale alla scoperta tecnologica stessa (che oggi spalanca più che mai possibilità inedite) ma è anche indotta da dinamiche culturali: modelli di perfezione estrinseci, globalizzati e spesso irrealizzabili, ritmo accelerato, ritardo etico e persino ritardo biologico nell’adat tarci. Ne nasce una “casa degli specchi”, ossia scenari che si aprono più in fretta della nostra capacità di riflessione, generando disorientamento e ansia.

Siamo in grado di distinguere, in questo momento storico, ciò che nel novero delle possibilità offerte dal progresso tecnologico, è promessa di bene da ciò che è minaccia di male? Se sì, come?

Possiamo farlo solo dopo il “passo indietro” ontologico: dobbiamo innanzitutto comprendere che le tecnologie non sono mezzi neutri ma oggetti “carichi di valore” con operazioni proprie; poi dobbiamo valutare le relazioni, le interazioni e i contesti che queste generano. In sintesi, dobbiamo leggere l’ambiente tecnologico, poi considerare nuove forme di mediazione (la responsabilità ibrida), e infine costruire un ethos realista, capace di evitare allarmismi e semplicismi.

Le nuove tecnologie hanno promesso anche una nuova forma di politica, più democratica, capace di favorire la crescita di istanze promosse dal basso e di allargare il bacino della partecipazione. Pensiamo ai partiti politici sorti attraverso il web, come il Movimento 5 stelle che ha utilizzato la “Piatta forma Rousseau” come tributo all’idea di una democrazia della rete. È stata realmente superata l’opacità del partitismo? C’è stato un avvicinamento concreto tra cittadini e istituzioni?

La rete ha ampliato la partecipazione e promesso trasparenza; tuttavia, emergono nuove opacità, come la disintermediazione che sostituisce l’autorità, filter bubble ed echo chamber, nonché algoritmi e governance invisibili. La trasparenza, così intesa, rischia di restare superficiale e non garantisce di per sé fiducia, responsabilità e deliberazione informata: l’avvici namento c’è solo se oltre la visibilità si cura la qualità relazionale e i mediatori civici/istituzionali.

Si è sviluppata dal basso una coscienza politica autentica e democratica o l’assenza di una profondità (storica e spaziale) ha generato un isolamento ideologico dovuto soprattutto alle echo chamber?

Le piattaforme favoriscono le mobilitazioni rapide, ma la mancanza di profondità (storica/spaziale/argomentativa) e la pervasività di echo chamber e filter bubble spingono all’isolamento ideologico e alla polarizzazione. Per evitare la “casa degli specchi”, occorre così attraversare lo specchio (ed è un compito di tutta l’umanità): riattivare le mediazioni, i tempi lenti della riflessione, gli spazi di confronto eterogenei e la capacità critica – in questo la filosofia è imprescindibile.

Negli ultimi decenni abbiamo assistito a un rapido sviluppo tecnologico a cui non ha fatto seguito una complementare comprensione sul piano morale - intellettuale, con la conseguenza di un ritardo etico notevole. Secondo lei, da dove bisogna ripartire?

È necessario ripartire da un cambio di paradigma: prima l’ontologia (ossia: che cosa sono le nuove tecnologie e come agiscono come un ambiente), poi l’etica. Dovremmo anche ripartire dalla consapevolezza che non possiamo smettere di interagire (non ha senso scappare dagli ambienti in cui siamo immersi)… in questo senso, dobbiamo imparare ad abitare criticamente questi ambienti.

( 25 febbraio 2026 )

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La casa degli specchi

Intervista a Luca Valera, Professore associato di Filosofia e Direttore del dipartimento di Filosofia all’Università di Valladolid

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