Giovedì 7 maggio 2026, ore 13:28

Filosofia

Le vacanze di Cioran

di MAURO FABI

Qualche tempo fa, ricordando la figura di E. M. Cioran a cento anni dalla nascita, avevo dimenticato di dire che, sebbene tormentato e senza requie, egli si considerava perennemente in vacanza. Salvo il fatto che poi quando in vacanza ci andava veramente il pensiero del suicidio - mai veramente abbandonato, anzi, visto come pensiero salvifico, - si ripresentava con veemenza nelle lunghe notti d’insonnia: “Essendo tutto l’anno in vacanza, quando arrivano le vacanze vere e proprie mi rendo conto più che mai del vuoto in cui vivo: è il vuoto al quadrato, di cui si è coscienti in ogni momento, il vuoto ufficiale della mia esistenza”. Questo leggiamo nel Taccuino di Talamanca, composto nell’agosto del 1966 a Ibizia. Cioran ha sempre amato la Spagna, non a caso la mistica che più ha toccato le sue corde di uomo esasperato e profondissimo, è Teresa d’Avila, e la melanconia inane degli iberici gli ha sempre evocato l’essenza stessa del fallimento, del fallimento come unica luce possibile dell’esistenza. Ma qui a Talamanca, il sole, i bagnanti, gli uomini e le donne che passano le giornate per tornare a casa e vedersi abbronzati lo nauseano profondamente, innescano pensieri lugubri, il funesto demiurgo si rimette in moto, butta giù aforismi e pensieri sparsi sull’insonnia, sulla religione, sul linguaggio, sul clima e sull’opportuna per chi, come lui soffre da sempre di nervi, di cambiare latitudini e abitudini consolidate, sia pure solo per una semplice vacanza. Ma quello che di nuovo è evidente è la completa inettitudine dell’uomo Cioran alla vita normale, il suo sentirsi inadeguato ad ogni cosa, il suo essere preda della noia, il suo subitaneo essere stanco di tutto: “Non dovremmo cambiare clima, ma restare in quello che ci si confà, a rischio di annoiarci. A che serve il pittoresco se il prezzo è il sonno? (A che serve il pittoresco se si perde il sonno?)”. La sua capacità è quella di trasformare in inferno anche i luoghi che più dovrebbe amare, il suo desiderio è quello di scivolare lentamente nel baratro, nel vuoto che doveva avvertire come l’unica metafisica possibile, di diventare lui stesso quel vuoto, quell’assenza di realtà che solo il sonno riesce a riprodurre. Ma a quanto pare la nemesi ha origini imponderabili, e all’uomo che più di ogni altro desiderava dormire, proprio quello gli era negato.

( 17 aprile 2021 )

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