È il 1926. Monet ha ottantacinque anni. È stremato dalla malattia, quasi cieco, e minato da un cancro al polmone. Accanto a lui vegliano il figlio Michel e la devota Blanche Hoschedé Monet. Il freddo avvolge Giverny. La neve cade sul giardino. Ma il vecchio maestro riprende il pennello. Nasce così "Les roses", oggi al Musée Marmottan Monet. Non è un quadro crepuscolare. Non è un addio. È una dimostrazione silenziosa di vita. I rami fioriti si stagliano contro un cielo che ha nell’azzurro il gelido bianco della neve caduta, si espandono oltre i margini della tela, come se la natura rifiutasse ogni confine. I colori sembrano dissolversi, evaporare nella luce, ma sono forti, vivissimi. Non c’è più la precisione dell’occhio: c’è la visione. “Ciuffi di rose sotto un cielo blu”, scriverà Paul Valéry. E in quelle parole c’è tutto: la semplicità apparente e l’abisso che vi si apre dentro. Le rose come scaturite dal freddo dell’inverno, metafora dell’ultima, ghiacciata stagione dell’esistenza. Le rose sono la passione non ancora spenta nell’uomo e nell’arista, la resistenza al dolore. Monet, il pittore che aveva insegnato al mondo a guardare la luce, ora la dipinge quasi senza vederla. È un atto estremo. Un gesto di fedeltà alla vita.
Il 5 dicembre 1926 si spegne, a ottantasei anni. Il suo ultimo miracolo era stato trasformare la fragilità della vista in visione interiore. La rivoluzione iniziata con un’alba sul porto si chiude con un ramo di rose in un cielo freddo.

