Ermanno Cavazzoni (nato a Reggio Emilia nel 1947, vive a Bologna) è un narratore ariostesco. Capace di spingere la fantasia non solo oltre la realtà convenzionale e la malinconia dei ricordi, ma al di là di un’im magine terrestre, imprimendo alla scrittura un calco sognante e favolistico, sragionato. La sua visionarietà va a braccetto con quella del narratore per eccellenza della Pianura Padana, Gianni Celati (aggiungiamo Daniele Benati, Ugo Cornia e il fotografo Luigi Ghirri). Quodlibet, nella collana Compagnia Extra, ha dato alle stampe Storia di un’amicizia , che racconta proprio il sodalizio con Celati. Storie di svitati, di borderline, di personaggi marginali e caricaturali, che inventano attraverso le narrazioni orali. Vicende che si svilupdi pano “per sentito dire”: ingigantite, trasfigurate fino ad assumere un carattere parossistico.
Ricordiamo, di Cavazzoni, Il poema dei lunatici (1987), dal quale Federico Fellini trasse il film La voce della luna al quale Cavazzoni stesso partecipò in prima persona nello scrivere la sceneggiatura. Le camminate con Celati sono la fonte ispirativa di quest’ultimo libro e svelano un paesaggio di acque increspate, di campi, argini e anfratti lungo il Po. E i due sembrano pellegrini smarriti che vogliono stanare un mondo misterioso, imprevisto, nascosto da qualche parte. E gli incontri segnano il passo. Uno sfasciacarrozze pensa che dalla galassia arrivino segnali futuri: lavandini, televisori, aspirapolveri, elettrodomestici ad alta velocità che piombando a terra sono già vecchi avendo percorso distanze siderali e che sono confusi con le stelle cadenti. E’ solo un esempio, tra gli altri, della propagazione immaginifica delle gesta di soggetti strani che si affacciano nei bar, nei ristoranti, nelle vetrine dei negozi che espongono le ragazze per fare pubblicità ai materassi. Soggetti che attirano irresistibilmente Cavazzoni e Celati. Tra gli altri il Bombardiere, dedito ad un’attività sessuale frenetica e vittima delle riprovazioni della gente, nonostante facesse del bene sacrificandosi con donne rifiutate, malmaritate, obese, storpie. Il Bombardiere esisteva davvero e stava a Bologna, “perché il mondo ha più fantasia di noi umani”. Scrive Cavazzoni: “Uno crede d’essere dentro la comunicazione, nell’essere, nella pienezza dell’essere che tiene unito il mondo, e invece sprofonda nella solitudine, in questo gorgo infernale delle vociferazioni, che dev’essere il modo moderno di annullare la gente, renderla sola, e impotente, facendo di questo mondo di chiacchiere un girone infernale che mai non resta, spostato nell’aldiquà”. Celati è descritto come un insegnante che di campagna che si rivolgeva alle mucche che lo ascoltavano e non solo agli studenti, che soffriva l’università, dove ha insegnato, risiedendo per un lungo periodo a Brighton (tradusse Ulisse di James Joyce) e dove è venuto a mancare nel 2022 dopo una breve malattia. “Non ha mai aspirato a qualcosa che dipendesse dagli altri, come fare carriera, affermarsi, accanirsi, avere il cosiddetto successo, che è sempre una sottomissione al parere dei critici, di un pubblico volubile”. Cavazzoni e Celati sono stati e rimangono fuori dalle consorterie, dai circoli letterari, dagli ambienti editoriali più influenti. Due vagabondi come i protagonisti delle narrazioni che si inoltrano nelle strade nebbiose, nei paesaggi calati tra pioppeti, canali, che si fermano ad osservare dune, fossi, acquitrini parlando un linguaggio comprensibile solo tra simili.

