Venerdì 24 aprile 2026, ore 13:58

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Secondo Thomas Hobbes la violenza è talmente inscritta nella natura umana sotto forma di egoismo e aggressività che può essere contrastata solo da una violenza più grande, istituzionalizzata e libera da moralismi e remore pedagogiche. E’ questa la violenza organizzata e legittima dello Stato chiamata a opera repressivamente contro la malvagità innata dell’uomo. Un mostro contro l’altro mostro, il Leviatano contro Behemoth. Una storia della violenza non sarebbe dunque nient’altro che la storia delle nefandezze umane, dagli albori ai giorni nostri, sia quelle compiute da singoli e gruppi in modo estemporaneo sotto la pressione dei bisogni vitali, sia quelle compiute, sotto il nome di guerra e di espansione, dagli Stati.

Perché gli uomini si sono massacrati a vicenda? Perché anche, nei tempi e nei luoghi, che colleghiamo alla nascita della civiltà (come la Grecia e Roma), si sono consumati orrori? Perché il male ha agito così indisturbato tanto nella sua strisciante banalità quanto nella sua clamorosa straordinarietà? Con i suoi bassi e i suoi alti, con le sue fasi di remissione e con i suoi picchi ignobili? Se si accettasse l’interpretazione di Hobbes, la risposta sarebbe già qui, sotto i nostri occhi. Troppo comodo e deresponsabilizzante, però, prendersela con i vizi originari della natura umana, con la fatalità di condotte irrimediabilmente condannate a ferire, brutalizzare, uccidere, con il destino cinico e baro che ci ha concepiti, alla faccia del libero arbitrio, esattamente e inequivocabilmente così: uomini lupi per altri uomini e con la guerra di tutti contro tutti ben incardinata nel dna. Ma, osserva Ruibal, “sebbene la brutalità estrema risulti comune, è nello stesso tempo anche eccezionale: comune, perché compare in una grande varietà di culture e di periodi storici; eccezionale, perché non costituisce la norma … Di fatto, nessuna delle due narrazioni dominanti sulla violenza è vera: non è una costante immutabile dell’essere umano, ne è stata progressivamente domata dal processo di civilizzazione.” Una storia della violenza è dunque necessaria non solo come storia dei paesi, delle epoche, dei regni in cui si sono consumate efferatezze nonchè dei popoli, dei gruppi e degli individui che, in maniera più o meno organizzata, le hanno perpetrate attivamente o rese possibili passivamente, ma anche per analizzare una propensione, una tendenza, un modo di vivere dell’uomo nella storia che, lungi dal risultare inevitabile, può essere contenuto e limitato.

E’ questo, mi sembra, lo scopo dell’archeologia eticamente militante di Ruibal, che con “Terra bruciata” ha vinto il premio nazionale di Spagna per la saggistica nel 2024: capire la violenza per detronizzarla, andarla a scovare scavando nei siti per poi procedere a uno scavo ulteriore, dai siti alle anime, dall’esterno all’interno, dalla necessità alla responsabilità. Si tratta di un’archeologia che, proprio mentre la guerra è ritornata drammaticamente di attualità, vuole dichiarare “guerra alla morte, e non si accontenta di analizzare e studiare, ma intende anche testimoniare e destare le coscienze contro la presunta normalità della violenza. Al di là delle grandi interpretazioni sociologiche, l’archeologia – scrive Ruibal - offre una visione intima e quotidiana della violenza: l’esperienza dei soldati e dei civili nella loro vita di ogni giorno. Che cosa hanno mangiato, dove hanno dormito, di che cosa si sono ammalati, in che cosa credevano, com’è stata la loro infanzia, in che modo sono morti. Gran parte di ciò che abbiamo visto sono attività ordinarie in contesti tutt’altro che ordinari: ed è per questo che oggetti banali come una ciotola o un amuleto acquistano, come per magia, un potere insolito. L’intimità che l’archeologia rivela è anche quella della violenza più sordida: la descrizione di una fossa comune serve da antidoto contro qualsiasi romantizzazione della guerra, contro quelle storie epiche dall’odore di naftalina ritornate di moda”.

Stefano Cazzato

( 24 aprile 2026 )

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