Mercoledì 22 aprile 2026, ore 13:03

Mostre

Un viaggio storico biografico

di MARIA LUCIA SARACENI

Tele di grandi dimensioni nelle quali radicalizza l’austera, francescana gamma delle terre e sperimenta nuovi materiali: gesso, sabbia e cemento impastati probabilmente con il vinavil. È il 23 maggio del 1959 quando Mario Schifano inaugura la sua prima mostra personale all’Appia Antica. Comincia da qui la prima grande retrospettiva che il Palazzo delle Esposizioni di Roma dedica fino al 12 luglio all’artista Mario Schifano, scomparso nel 1998 all’età di 62 anni.

La rassegna propone un viaggio storico biografico che percorre gli anni di carriera di Schifano attraverso una ricerca condotta nelle collezioni pubbliche e private d’ Italia e internazionali, partendo proprio dalle fonti, dagli scritti dei critici e degli storici dell’arte che hanno documentato il suo lavoro. Nell’autunno di 67 anni fa, nella sua prima casa-studio romana, un vano sul terrazzo condominiale di Piazza Scanderbeg 47, l’arti sta realizza la serie “Cementi”, quadri materici nei quali gli elementi centrali sono costituiti da una sovrapposizione di ferro e cemento, come in “Cemento ferro 6”, che risale al 1960, e dove la lastra di metallo, di fatto, è un quadro nel quadro. A quello stesso anno risalgono i primi quadri monocromi: dipinti su tele aggettanti ottenute centinando il telaio, talvolta due telai accostati; il colore è uno smalto, il ripolin, steso sulla carta da pacchi o di giornale incollata sulla tela che, al momento di aderire, forma pieghe o grinze.

Una pittura attraverso cui Mario Schifano ritrae il paesaggio urbano. Ed è così che nel pieno degli anni del boom economico compaiono i dipinti in cui egli ingloba elementi derivati dalle pubblicità che a quel tempo stanno colorando il nuovo volto delle città: il marchio della Coca Cola o quello della benzina americana Cities Service Company. In questo periodo l’artista sperimenta un metodo di lavoro che adotterà a lungo: proietta la foto del marchio sulla tela e ne ricalca i contorni a matita, quindi dipinge. Poi comincia ad esporre all’estero, negli Stati Uniti, soprattutto, dove i suoi dipinti vengono affiancati alle opere dei grandi artisti della pop-art. Qui, a metà degli anni ’60, i nuovi soggetti di Mario Schifano diventano, in particolare, paesaggi, incidenti stradali, ma anche altre immagini prese dalla pubblicità dell’epoca. La pittura di Schifano “è un grande reportage”, secondo la definizione di Maurizio Calvesi. Insieme a Schifano è venuta alla ribalta una nuova generazione di artisti romani che hanno rappresentato la “Giovane Scuola di Roma”, tutti accomunati da uno sguardo oggettivo e antinaturalistico, filtrato attraverso il più freddo e impassibile degli strumenti ottici: l’o biettivo fotografico. Artisti protagonisti di una stagione felice e mitizzata, quella di una Roma gremita e meta di intellettuali anche stranieri. La Capitale degli incontri, dell’arte, delle amicizie, della musica e della letteratura: di questo universo culturale Schifano era parte integrante, ma la sua arte fu conosciuta e amata soprattutto negli Stati Uniti.

Un attento giornalista come Furio Colombo scrisse che “Mario Schifano a New York negli anni ’60 è stato un’esplosione di vitalità e giovinezza non soltanto per le sue qualità pittoriche ma anche per quelle umane, instancabile, velocissimo, capace di aderire e di restare sé stesso in una società del tutto nuova ma che sapeva trattare con estrema familiarità come se fosse soltanto un cambiamento di quartiere invece che un cambiamento di continente”. Caratteristiche che Schifano dimostrerà nei decenni successivi, fino alla morte avvenuta nel 1998, quando si dedicò, per dirla con Alberto Arbasino, anche ad immagini più stimolanti, come il cinema e la fotografia. Schifano fu tra i primi, infatti, ad avvertire la crisi dell’immagine dipinta e a cercare nel cinema la possibilità di esprimere l’uomo nel modo più spoglio e naturale possibile. Anche se il cuore dell’impegno artistico rimase comunque l’arte dipinta: risale agli ultimi anni della sua vita la mostra “Udienza”, dove la fonte delle immagini è la televisione e nelle iconiche dichiarazioni sovraimpresse alle immagini si legge: “Predicatori e opinionisti sono stati l’audience a cui avete dato udienza, ma quello che ho visto l’ho fatto, e quello che faccio si consuma. Adesso sono io, nei miei quadri a darvi udienza e voi, per la prima volta udienti, sarete la mia audience”. Ha scritto il critico cinematografico Enrico Ghezzi, che con Mario Schifano ha collaborato a lungo: “Da trent’anni Schifano muove le sue immagini, con una strategia filosofica di lunga durata, ha dato alla pittura la forza di giocare con l’inconsi stenza dell’attimo e ha tolto al cinema l’illusione di base, quella di poter fotografare il tempo”.

E a questi tre decenni di produzione è dedicata la mostra al Palazzo delle Esposizioni che restituisce la biografia artistica di Schifano, attraverso le sue principali invenzioni visive: dalle opere interessate alla sperimentazione con i materiali fino ai monocromi, dalle nuove iconografie mediate dal linguaggio fotografico e dai temi della storia dell’arte ai paesaggi TV e all’immagine in movimento, dai lavori frutto della commistione di fotografia e pittura ai quadri più recenti di esplicito impegno sociale.

( 22 aprile 2026 )

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La prima grande retrospettiva che il Palazzo delle Esposizioni di Roma dedica a Mario Schifano, scomparso nel 1998 all’età di 62 anni

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