Una pittura che diventa spazio, che entra nello spazio e che esce e supera il supporto bidimensionale della tela, ma che, nella conquista della sua tridimensionalità, rimane pittura, non installazione, essendo, sia dal punto di vista tecnico come concettuale, pittura” così Paolo Bolpagni, storico dell’arte, definisce la pittura di Felice Varini, una delle figure più significative della ricerca artistica contemporanea, il cui lavoro da decenni si distingue per una riflessione rigorosa e coerente sul rapporto tra pittura, spazio e percezione. A lui, artista ticinese e oggi per adozione francese, il Museo d’Arte di Mendrisio dedica, dal 10 maggio all’11 ottobre 2026, la prima grande mostra monografica mai realizzata in Svizzera e in ambito territoriale italiano. Un progetto espositivo, allestito negli spazi del Complesso di San Giovanni, oggi sede del Museo elvetico, in cui le diverse stratificazioni dell’ambiente diventano occasione per l’artista di riproporre la sua intera produzione, dagli esordi alle opere più recenti, attraverso ben 14 opere, prodotte in quasi 50 anni di carriera, offrendo al visitatore un percorso immersivo di grande suggestione. L’opera, occupa e trasforma integralmente gli spazi del Complesso di San Giovanni, che non rimane un semplice contenitore espositivo, ma che diviene parte attiva della stessa. In un contesto come quello del Museo, che ha vissuto nel corso dei secoli molteplici trasformazioni architettoniche e di uso, l’inter vento di Varini riesce così a rendere omaggio alle diverse stratificazioni, a volte assecondando le linee preesistenti, altre proponendone nuove letture, capaci di annullare completamente gli stessi spazi architettonici. A partire dal chiostro rinascimentale, fulcro originale del complesso, dove trova collocazione l’opera 360° rouge n°2 (una linea rossa posta a 162 cm., che corre lungo tutto il perimetro del chiostro, in una percezione circolare a 360°), fino alle sale del primo piano, passando attraverso il corridoio d’ingresso del museo, dove è collocata l’opera Cinq cercles concentriques (5 cerchi neri disposti lungo l’intera lunghezza del corridoio), cerchi che si trasformano mentre ci si sposta, dissolvendosi nel passaggio, viene proposto al visitatore un dialogo percettivo con l’ambiente. Nel grande salone posto al primo piano, l’unico ad avere un solo ingresso, Varini enfatizza l’effetto a cul de sac, con due opere che in alcuni punti si fondono, trasformandosi in un’esperienza reversibile: una per l’andata “Tre elissi due gialle e una nera” e una per il ritorno “Nero giallo blu e rosso per l’elisse e il cerchio”. Ogni intervento di Varini sugli spazi è sempre preceduto da un’analisi approfondita del luogo che lo accoglie, architettura, storia, funzione e materiali, elementi che guidi dano l’artista nelle scelte formali e cromatiche nonché nell’indivi duare tra le sue opere quella più adatta all’ambiente destinato ad accoglierla. In questa scelta, fondamentale è il rapporto luce-spazio, come è evidente nella prima sala in cui il visitatore è spinto ad entrare, la più luminosa del complesso, dove tra il bianco candore delle pareti emerge l’opera “Ellisse blu” (rilettura di un progetto del 1996) in dialogo con la luce che inonda l’ambiente, proiettando ombre che mutano continuamente nel corso della giornata. La forma stessa dell’opera, che richiama l’orbita tracciata da un corpo celeste, invita il visitatore ad attraversarla coinvolgendolo fisicamente per poi ricondurlo all’uscita verso un lungo corridoio (su cui si aprono le singole sale), dominato da un’abba gliante color arancione generato da una fitta rete di triangoli accostati alla base e orientati con il vertice verso lo spettatore, creando un effetto visivo straniante. La natura monografica e retrospettiva della mostra ha reso necessario inserire un luogo di approfondimento del modus operandi di Felice Varini. Nella sala documentaristica, posta a metà del percorso, oltre ad una serie di cataloghi e opuscoli, pubblicazioni, schizzi preparatori, un documentario, realizzato da Francesca Bernasconi e Andrea Pellerani, arricchito da interviste fatte all’artista e allo storico dell’arte Paolo Bolpagni, aiuta a scoprire la genesi stessa della mostra, guidando il visitatore tra aneddoti e ricordi, senza mai svelare dettagli tecnici e operativi del metodo artistico di Varini. Un metodo che è rimasto sostanzialmente invariato dalla fine degli anni Settanta, e che prevede la proiezione di linee, che compongono le opere, sulle architetture, mediante un dispositivo ottico. Il tracciato viene poi riportato, dipinto (o costruito con l’ausilio di strisce plastiche adesive) con colori primari o dalla palette ridotta, su pareti, pavimenti, soffitti e altri elementi dello spazio.
L’opera si attiva poi attraverso lo sguardo dell’ osservatore dando vita ad una molteplicità di punti di vista. La ricerca di Varini non si limita agli interventi pittorici nello spazio, ma si estende anche ad opere plastiche e tridimensionali, come si evince dalle due sculture in mostra “Elisse da tavolo nera, Elisse da tavola banca” e “Quattro cerchi nel quadrato”, che appaiono a un primo guardo come superfici piane simili a disegni geometrici sospesi nello spazio, per poi rivelare la loro vera struttura tridimensionale. L’ul tima tappa del percorso segna un punto di rottura e innovazione nella creazione di Varini rispetto al suo linguaggio artistico consolidato. L’opera “Dischi volanti, un intervento site specific”, concepito appositamente per le sale finali della mostra, presenta una sintesi inedita tra forma plastica e proiezione spaziale. Diciannove elementi circolari definiscono altrettanti punti di osservazione, invitando il visitatore a muoversi nello spazio. In quest’opera Vanini riesce a rendere visibili l’in visibile: il movimento dell’aria, dell’acqua e della luce . Una sintesi perfetta per un “pittore dello spazio”, come più volte Varini è stato definito.

