La poesia europea, di tanto in tanto, recupera dei connotati che non sono mai stati superati e che puntualmente si riaffacciano come fossero una destinazione inesauribile, un’ener gia rinnovata. Se la natura è una musa da sempre, anche la botanica è entrata spesso nel “battito terrestre” della lirica moderna, dotata di una vita propria, scovata oltre la registrazione di un’immagine d’impatto. In fondo la scienza stessa, tramite Albert Einstein, sosteneva che “ogni cosa che puoi immaginare la natura l’ha già creata”, definendo uno stato prioritario, ancestrale. Norman MacCaig (1910-1996) è un poeta scozzese nativo di Edimburgo e tra i maggiori del Novecento (peraltro noto al grande pubblico). È stato insegnante di scuola elementare e successivamente docente di corsi di scrittura creativa in un Paese anglicizzato. Si autodefiniva un calvinista zen, allergico ad ogni tipo di educazione. Bompiani ha appena dato alle stampe Uno dei tanti giorni (2026), raccolta che contiene una preziosa introduzione di Seamus Heaney, l’irlandese Premio Nobel nel 1995. Definito un classico contemporaneo, quella di MacCaig è una poesia di venature che si avvicendano, in cui la descrittività, come puntualizza Marco Fazzini nella bella premessa, compone un ritaglio figurativo.
Versi che dimostrano ampiamente la liricità fotografica (appunto naturalistica) impressa dallo sguardo minuzioso, compatto, pieno di luci alternate ad ombre, di parziali verità nell’arco di uno dei tanti giorni dall’alba al tramonto. “Sparse per il prato, pagliuzze come lampi accomodanti / Penzolano a zigzag sulle siepi. Verde come vetro / Splende l’acqua nell’abbeveratoio. / Nove anatre passano in due file dirette, barcollanti”. Pietre, alberi, fiori, erbe, canne, baie, stalle, animali domestici e selvatici si affacciano dai cortili, mentre la campitura del poeta si estende nella campagna sconfinata dove tutto sembra segretamente celato e al tempo stesso familiare: nelle vette, nelle colline, nelle rupi, nei fossi, tra corsi d’ac qua e strade sterrate, avvitate.
“Per i fiori è tempo di chiedersi: / Le api sbandano tra il fieno, e cantano / E si godono quel percorso ubriaco / Tra angoli invisibili dell’a ria”. Si nota bene il dettaglio, la precisa indicazione di dati che fanno di questa poesia un incanto immortale nella storia dell’uomo osservatore, nell’osmosi con la creazione e negli “spazi incommensurabili”, in cui un cespuglio di spine può meritare una lode. “Un gabbiano mi
fissa / Con un occhio da casseretto, si sporge in avanti / E fa spallucce in aria / I morti riposano dopo il viaggio da un deserto all’altro”. MacCaig dice di ammassare emozioni perché l’occhio vede, ma non si limita a refertare in modo ripetitivo. La natura amatissima, come dicevamo, ha un ritmo, un suono, una forza cinetica: MacCAig procede in un’im mersione continua quasi a toccare con mani i cicli biologici delle cose.
Quando l’autore esce dalla misura che gli è più consona, in un secondo movimento poetico, si fa trasmettitore di sentimenti umani tra i sofferenti, come nella poesia Orario di visita, tra le migliori: “Infermiere deambulano lievi, veloci, / qua e su e giù e là, / con quelle vite strette che trasportano / miracolosamente un carico / di tanto dolore, di tante / morti, con occhi / ancora attenti dopo / tanti addii”. Dentro stanze mute l’ospedale annuncia la morte e fissa distanze incolmabili tra il bene che sfuma e il dolore che avanza. Il senso di costrizione è contrapposto alla libertà e non concede consolazioni, né aspettative. Mac-Caig osserva ancora una volta, ascolta, riflette guardando il cielo, le nuvole, l’oscurità della notte “sedendo di spalle al futuro” con il tempo che si dilegua dentro al passato, per stessa ammissione. Non mancano considerazioni amare, spiacevoli nell’ambiguità degli accadimenti: “Visto che so che il mondo è avvelenato / da un egoismo brutale e ipocrita, / devo forse tacere / l’inu tilità delle ninfee, i nidi delle passere / dentro a siepi?”. Ecco che le parole di Heaney riportate nella bandella calzano a pennello: “Ho sempre amato il misto di rigorosità e vulnerabilità che contraddistingue l’o -pera di Norman MacCaig. Ci educa continuamente alle meravigliose possibilità della poesia lirica”. Fino all’ultimo il poeta respinge la fine e accusa il volto della morte di distruggere le meraviglie della vita. Ma il suo “costume di gioie” respira ancora, quasi che i ricordi rimangano nel volo dei gabbiani, nella luce che tracima, nelle altitudini dei monti. Un viaggio reale più che allegorico, un pellegrinaggio nella terra del mondo che mantiene un’aura di mistero, “uno sguardo che sussurra” e “un naso che aspira”.

