L’urbs, civitas, polis. L’urbanistica è intrinsecamente politica, poiché dare un ordine alla città è il primo passo per governarla. Le politiche dell’abitare non sono solo legate all’avere una casa ma anche alla definizione dello spazio pubblico, al senso della vita urbana, alla cornice relazionale che unisce una comunità. L’intervista che segue è a Elena Granata, Professoressa di Urbanistica presso il Politecnico di Milano e vicepresidente delle Scuola di Economia Civile, autrice del saggio “La città è di tutti – ciò che ha valore non ha prezzo” (Giulio Einaudi editore, 2026).
Prof. Granata, c’è una relazione di diretta proporzionalità tra la crisi dello spazio pubblico e “il declino dell’uomo pubblico”, di cui parla il sociologo Richard Sennet nell’omonimo libro?
Sì, c’è una relazione diretta. Non saprei dire se viene prima l’una o l’altra, possiamo dire che sono coincidenti. La crisi nella dimensione pubblica e collettiva ha impatti sul modo in cui pensiamo e (non) viviamo lo spazio urbano pubblico.
Oltre le sedi dei partiti politici, quali erano i luoghi della democrazia o terzi luoghi? Che fine hanno fatto?
Per come l’abbiamo conosciuta, la democrazia si è sempre organizzata attraverso spazi non necessariamente dedicati alla politica, pensiamo alle piazze, ma anche ai circoli sociali, ai caffè, ai bar. Luoghi a bassa soglia, cioè economici in cui le persone potevano incontrarsi e sono stati la spina dorsale della nostra socialità. Pensiamo ai café, dal Settecento alla fine del Novecento. I circoli Arci, Acli e le parrocchie. Questi luoghi sono stati un presidio di vita pubblica che piano piano abbiamo chiuso, privatizzato. Sono diventati molto cari, e da luoghi che erano per tutti sono diventati luoghi che tendono a escludere le persone. In certi bar i prezzi sono così alti da rendere la consumazione un atto esclusivo.
In che modo la trasformazione dello spazio ha mutato i nostri comportamenti, le nostre abitudini e le forme di socialità (escluse quelle che s’inseriscono in un circuito commerciale) a cui eravamo abituati?
Queste trasformazioni sono sotto gli occhi di tutti anche se pochi si soffermano a riflettere sulle loro implicazioni. Prendiamo, ad esempio le panchine, che stanno scomparendo da molti contesti urbani. Vengono tolte per evitare che le persone stiano nello spazio pubblico a favore di spazi a pagamento, oppure se ci sono, sono collocate male, molto esposte al sole o senza una buona esposizione. Talvolta sono progettate per essere inospitali, come nel caso dell’architettura difensiva o ostile, pensata per disincentivare alcune presenze. Il bracciolo che spezza in due una panchina oppure la panchina senza schienale. L’obiettivo non dichiarato è di evitare la presenza di senza fissa dimora o di gruppi di ragazzi, ma poi risultano scomode anche per la coppia di anziani, per persona a scarsa capacità motoria. Rendere “scomodo” lo spazio, diventa qualcosa che incide sui nostri comportamenti e quindi sulla qualità delle nostre relazioni, che si impoveriscono.
Ma lo spazio urbano è stato ridefinito anche dalle piattaforme del digitale, che hanno favorito il consumo di massa, sfuggendo al controllo politico amministrativo…
Non solo sfuggono al controllo politico amministrativo ma indirizzano le nostre scelte. Pensiamo a certe abitudini di consumo, da Amazon alle app di cibo a domicilio. Le piattaforme hanno un obiettivo non dichiarato: farci consumare in solitaria, senza relazioni con gli altri. Più si è soli più i consumi sono alti. Quando preferiamo vedere un film su Netflix rispetto all’andare al cinema, diventiamo consumatori soli. Il cinema è un luogo che dà lavoro, favorisce l’incontro con gli altri. I nostri stili di vita e il modo in cui viviamo gli spazi pubblici e aperti sono trasformati dalle nostre abitudini.
Anche lo smartworking ha ridisegnato il profilo del lavoro urbano, la riduzione degli spostamenti, ad esempio, ha favorito la mobilità all’interno della città, con un impatto benefico per l’ambiente. Ma la disgregazione della comunità lavorativa e la perdita di cultura organizzativa (individuazione passiva e isolamento) hanno prodotto una trasformazione in senso liberista del lavoro. Che ne pensa?
Questo sta accadendo in tutti i campi della vita, non solo nel lavoro. Il lavoro si è atomizzato, in alcuni settori si può lavorare senza avere scambi con gli altri (pensiamo ai nuovi operai del digitale). Per certi tipi di lavoro lo smartworking è stato un miglioramento, ha alleggerito l’impatto ambientale, la mobilità e favorito il tempo libero. D’altro canto, ci aliena a genera nuove diseguaglianze, perché non tutti dispongono di case adeguate al lavoro, generando nuove forme di malessere.
Qual è oggi per Lei il significato della progettazione. Nuove costruzioni e grandi opere o conservazione e riqualificazione dell’esistente?
Non costruire più nulla, prenderci cura dell’infinito patrimonio edilizio che abbiamo costruito negli anni passati, che ha prodotto spesso costruzioni inutili o non utilizzate. Questa valorizzazione dell’esistente deve avvenire in modo intelligente. Tra le cose più importanti che dobbiamo fare c’è il dare un senso a quello che abbiamo già costruito (una vera e propria attività da placemaker). C’è anche un altro aspetto fondamentale che a me sta molto a cuore: restituire la natura alle città. Quali sono i temi urgenti? Il progetto dell’acqua, i parchi, i giardini, le piscine, la notte, il buio. Tutte dimensioni che ci sembrano immateriali perché non sono produttive ed escono dal circuito della città capitalistica che deve solo produrre, ma sono le dimensioni più importati da progettare. Un fiume balneabile in una città è una grande opera, senza essere una grande architettura!
Lei sa bene che l’espressione “La città è di tutti” ha una pretesa di universalismo non più aderente alla realtà, e la città è una mappa di esclusioni più che il luogo della condivisione. Ma allora chi sono questi tutti?
Vorrei fugare un equivoco, la città è di tutti non è la città dove tutti fanno quello che vogliono. È una città che riconosce che ciascuno di noi ha bisogni: diritto alla salute, bisogno di bellezza, il diritto alla sicurezza nello spazio urbano, il diritto al gioco per il bambini. Ci sono diritti universali urbani che legano le persone tra di loro. Si tratta di creare una città che parta da quei bisogni, che come esseri umani condividiamo. La metafora più bella è quella di una grande spiaggia pubblica dove i bambini giocano, gli anziani riposano, i giovani fanno il bagno; convivono tutti nello stesso spazio appagando i loro desideri.
Tutte le grandi sfide che ci attendono come la crisi del welfare state, dalla sanità alla scuola o temi come la transizione energetica stanno avvenendo in assenza di una dimensione collettiva. Le città, intese anche come amministrazioni municipali, possono diventare promotrici di una democrazia urbana più partecipativa?
Si, recuperando una dimensione collettiva. Orizzontale. Di presa in carico dei nostri problemi collettivi. Lo stiamo vedendo da tempo nelle città spagnole che protestano contro il turismo di massa, lo stiamo vedendo in Albania contro il progetto di resort di lusso che si appropriano di pezzi della costa. In Germania ci sono tantissime manifestazioni per il clima e per la qualità urbana. È in atto una rivendicazione positiva, un desiderio di riappropriarsi della qualità di vita nelle città. Si traduce nella richiesta di scuola e ospedali di qualità e spazio pubblico sicuro. Dobbiamo tornare a pensare che le città non siano soltanto il luogo del profitto ma sono – in primis – il luogo della vita. Della vita insieme, in relazione, in dialogo con gli altri. Servirebbe uno scatto di volontà, che in Italia si vedere ancora poco, ma è ciò che realmente ci può salvare come comunità democratica.
Serafina Russo
(in copertina Foto di Lawrence Krowdeed su Unsplash)

