Giovedì 23 aprile 2026, ore 5:06

Dibattito

Fallimento del calcio o declino nazionale?

La recente mancata qualificazione della nazionale di calcio alla fase finale dei mondiali ha suscitato profonda delusione, alimentando accese discussioni. Amplificate dal fatto che l’insuccesso maturato nella partita contro la Bosnia ha sancito la terza mancata qualificazione consecutiva nell’ultimo decennio. Una serie negativa davvero eclatante. Le critiche, questa volta, non si sono concentrate sull’aspetto sportivo, cosa già inedita per un Paese abituato a trasformarsi in un popolo di commissari tecnici all’indomani delle partite più importanti della nazionale. Hanno riguardato, invece, per lo più la gestione della Federazione.

Accusata di non adoperarsi abbastanza di fronte alla deriva intrapresa dal nostro campionato di serie A, che della nazionale rappresenta il principale serbatoio. Nello specifico, si sono evidenziate le involuzioni che il nostro massimo campionato di calcio professionistico ha manifestato negli ultimi lustri. Che riguardano non soltanto il livello tecnico espresso, palesemente più basso rispetto a quello dei principali campionati europei. Ma anche il fatto che i calciatori italiani rappresentano ormai soltanto un quarto degli effettivi delle squadre, con casi in cui tale percentuale si riduce ulteriormente. D’altra parte, negli ultimi anni si è evidenziato un contenimento del ruolo propulsivo dei vivai nel lanciare calciatori di livello, in grado di valorizzare non soltanto la società di riferimento ma la stessa nazionale. Indubbiamente, a questa tendenza ha contribuito anche il disimpegno dal calcio di famiglie imprenditoriali storiche: dai Sensi ai Moratti, dai Berlusconi ai Mantovani e ai Garrone. L’arrivo di proprietà estere nella maggior parte delle principali società di serie A, invece, ha ridotto ancor di più le strategie di medio periodo delle stesse società. Orientate ormai a valorizzare gli investimenti compiuti sui calciatori nel minor tempo possibile. D’al tra parte, su questi investidi menti hanno assunto un ruolo sempre più decisivo i procuratori: diventati i veri arbitri del successo di molti calciatori. Soprattutto nelle categorie giovanili, in cui il passaggio o meno di livello può condizionare per sempre la carriera di un atleta. Di tutto questo, naturalmente, la nostra nazionale di calcio non può non avere risentito. Insieme al fatto che l’esi genza di acquisire i maggiori introiti dai diritti televisivi si traduce nel fatto che la Lega di serie A tenga troppo alto il numero delle squadre partecipanti al massimo campionato. Con il risultato di generare un eccesso di partite e di turni da disputare, che sottrae spazio proprio al lavoro della nazionale.

Di fronte a queste tendenze, dunque, i vertici della FIGC negli anni sarebbero stati troppo accondiscendenti: finendo per assecondare un processo di progressivo impoverimento della nazionale di quella disciplina che rimane, nonostante i tanti cambiamenti della nostra società, lo sport italiano di riferimento. Con un portato che va ben oltre gli aspetti meramente sportivi. Abbracciando, oltre a quelli economici, anche quelli educativi, sociali e culturali.

Oggi, tuttavia, acquisite le dimissioni del presidente federale e del team tecnico che guidava la squadra principale, occorre domandarsi se le sorti della nazionale di calcio possano dipendere soltanto dalle figure che la guidano ai vari livelli; oppure, se risentano inevitabilmente anche del contesto socioeconomico in cui si trova l’I talia. Se quest’ultimo ha imboccato, nell’ultimo quarto di secolo, un lento ma progressivo declino, per quali motivi la nazionale di calcio dovrebbe rimanere estranea a questo processo? D’altra parte, quello italiano prima che economico è un declino demografico. Che negli ultimi dieci anni si è tradotto in una flessione della popolazione residente pari a 1,8 milioni di abitanti: che a sua volta ha inciso sulla nascita di nuove imprese, diminuite nell’ultimo ventennio di seicentomila unità. Il fenomeno, poi, si è unito anche all’emigrazione all’estero di tanti giovani in cerca di opportunità migliori, che dal 2011 al 2025 ha riguardato 630 mila connazionali. Tutti fenomeni, questi ultimi, che non possono non incidere anche sulla generazione di nuovi talenti calcistici.

Sul fronte socioeconomico, invece, senza voler analizzare i problemi del sistema educativo o quelli emersi nell’ambito industriale, basta citare i dati della produttività del lavoro e del livello dei salari per inquadrare il nostro arretramento, anche nei confronti delle principali economie europee. Nell’ultimo ventennio la produttività del lavoro è rimasta praticamente ferma: avanzata, tra il 2003 e il 2023, solo del 2,5%, a fronte di una crescita registrata, nello stesso periodo, pari al 16% in Germania e del 18% in Spagna. Se la produttività del lavoro ristagna, le retribuzioni reali non avanzano.

Anzi, negli ultimi trent’anni i salari reali, segnando uno storico record negativo, sono addirittura scesi del 3,5%, mentre in Germania e Francia aumentavano del 30%. In questo scenario il Paese è inevitabilmente arretrato. C’è un dato che più di tutti lo attesta. All’in gresso dell’Italia nell’euro, il reddito pro capite italiano era superiore del 15% rispetto al reddito medio dell’eurozona: oggi, invece, rispetto al valore medio del reddito dei Paesi dell’Unione monetaria, misura il 20% in meno.

Considerato che il tenore del calcio italiano ha sempre rispecchiato le virtù e i vizi del Paese, di fronte allo scenario socioeconomico descritto, è inevitabile che anche la nostra nazionale ne subisca gli influssi negativi. Ciò a significare che non basta cambiare le teste nelle varie caselle interessate per rilanciarne i destini. Di questo è bene essere consapevoli.

A prescindere dal valore manageriale e tecnico delle prossime figure che assumeranno le responsabilità di guida a livello federale, i risultati della nostra nazionale sempre rifletteranno anche le condizioni socioeconomiche del Paese. Dunque, occorre partire dalla consapevolezza che l’impe gno a migliorare queste ultime, partendo proprio da maggiori investimenti nella formazione scolastica e sportiva dei più giovani, è il primo passo per ritrovare maggiore continuità di risultati anche per la rappresentativa nazionale di calcio. Affinché anche la generazione alpha abbia la possibilità, tra quattro anni, di vedere la fase finale del mondiale con l’Italia di nuovo protagonista.

Saverio Scarpellino

(Docente di Economia Politica Università Pontificia Salesiana)

( 22 aprile 2026 )

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