Sabato 4 luglio 2026, ore 20:17

Dibattito

Lefebvriani, dopo lo scisma arriva la scomunica

Molti avranno pensato a Marx e a uno dei suoi saggi più celebri, “Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte”, in cui il filosofo ed economista tedesco sostenne che “La storia si ripete sempre due volte: la prima volta come tragedia, la seconda come farsa”. Per la terza, si potrebbe dire che a volte ritornano. Anche dopo 38 anni. Con tanto di scomunica per i lefebvriani (tutti, vescovi, preti e laici) arrivata dalla Santa Sede. 
Uno scisma che ha messo di nuovo in subbuglio il mondo cattolico contemporaneo. E che vede ancora protagonisti gli ultra-tradizionalisti lefebvriani (il loro nome deriva dal fatto che a fondare la Fraternità Sacerdotale San Pio X, sull’esempio delle Società delle Missioni Estere, fu l’arcivescovo francese Marcel Lefebvre, a Friburgo, l’1 novembre 1970). Cosa è accaduto? Mercoledì scorso, nel prato di Écône, borgo svizzero nel Canton Vallese (luogo simbolo del movimento), i lefebvriani hanno consacrato quattro nuovi vescovi: lo svizzero Pascal Schreiber, l’americano Michael Goldade e i francesi Michel Poinsinet de Sivry e Marc Hanappier, senza il necessario mandato del Pontefice. Una lunga celebrazione, sulla quale si è abbattuto anche un violento temporale che, stando ai numeri forniti dagli organizzatori, non ha scoraggiato i presenti, oltre 16.600 persone tra fedeli, religiosi e sacerdoti giunti da ogni parte del pianeta. 
L’evento – nel giorno in cui la Chiesa cattolica ha celebrato la festa del Preziosissimo Sangue di Gesù istituita da Papa Pio IX nel 1849 – è stato trasmesso in diretta streaming dal canale Youtube della Fraternità con traduzione in sei lingue. E proprio come avvenne il 9 giugno 1988, quando Giovanni Paolo II scrisse a Lefebvre in un estremo tentativo di fermare anche all’epoca la nomina di quattro nuovi vescovi per non venire meno al principio del diritto canonico secondo cui l’ordinazione episcopale può avvenire soltanto con il mandato pontificio, giovedì scorso è arrivata la scomunica latae sententiae da Roma sia per i consacranti, Alfonso de Galarreta e il co-consacrante Bernard Fellay, che per i nuovi ordinati. La dirigenza della Fraternità ha motivato la decisione appellandosi a uno “stato di necessità”, affermando che la sopravvivenza stessa della struttura e la corretta formazione teologica e sacramentale dei propri sacerdoti fossero a rischio senza nuove guide episcopali. 
Nelle scorse settimane il movimento, che conta oggi nel mondo circa 700mila fedeli, 733 sacerdoti (erano 202 nel 1988) e 264 seminaristi, ha ribadito la propria professione di fede respingendo le riforme teologiche nate dal Concilio Vaticano II – in particolare la libertà religiosa, l’ecumenismo e la riforma liturgica della messa – giudicate come una deviazione dalla retta dottrina cattolica. Mentre prima dell’evento si sono susseguiti intensi e severi appelli da parte della Santa Sede per fermare le ordinazioni. Il prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede, il cardinale Víctor Manuel Fernández, aveva già formalizzato il rischio teologico, definendo il piano delle consacrazioni come “un aperto atto scismatico e un’offesa grave alla comunione ecclesiale”. 
Fino all’ultimo Papa Leone XIV aveva cercato di evitare il peggio con una via di conciliazione epistolare, inviando una lettera dai toni profondamente accorati in cui esortava i vertici tradizionalisti a recedere dal loro intento per il bene delle anime e per non lacerare l’unità della Chiesa. “Evitate lo scisma”, aveva chiesto Prevost nella lettera-appello, “dialoghiamo”. I lefebvriani hanno tirato dritto, chiedendo anche di essere benedetti. “Veniamo accusati di non rispettare il Papa. Non è vero. Siamo pronti a pagare qualunque prezzo, anche essere considerati ribelli, ma noi lo facciamo per il bene della Chiesa, per servirla come una madre tradita. Eventuali pene o censure per noi non hanno valore”, ha detto don Davide Pagliarani, superiore generale della Fraternità, nell’omelia prima della consacrazione dei vescovi. 
E adesso si apre una fase di forte incertezza canonica per la comunità lefebvriana. Nonostante nel 2009 Benedetto XVI, allo scopo di ritrovare l’unità, avesse revocato le precedenti scomuniche nel tentativo di ricucire lo strappo, il progressivo irrigidimento dottrinale degli ultimi anni ha complicato i successivi sforzi di regolarizzazione dopo lo scontro avvenuto con Francesco che aveva imposto limiti alla celebrazione della messa con il rito Vetus Ordo, antico e in latino. 
In questo modo, la separazione formale toglie alla Fraternità, “Ribelli in nome di Dio” nel solco di una tradizione che tra l’altro non accetta divorzi e persone Lgbt, qualsiasi residuo riconoscimento di legittimità all’interno dell’ordinamento cattolico romano, trasformando una lunga disputa dottrinale in una frattura istituzionale permanente. Un atto che porta indietro l’orologio del tempo a quando Lefebvre, scomparso nel 1991, nel 1988 commentò la scomunica da parte di Wojtyla esprimendo contrarietà sulle novità del Concilio Vaticano II e dicendo di non accettare “l’atteggiamento di Roma nei miei confronti perché non posso contribuire alla distruzione della Chiesa”. 
Del resto, si tratta di una storia ultramillenaria fatta spesso di divisioni tra cristiani, tutti figli della fede nata a Betlemme con Gesù e poi impersonata nel mondo con San Pietro, il primo Papa, a Roma. Divergenze profonde che hanno causato scismi e dato vita a nuove confessioni cristiane, oltre a quella cattolica: gli ortodossi, i protestanti, gli anglicani, per citare solo alcune delle “fratture” più importanti nella storia della Chiesa. Per questo si parla di “scisma”, parola che deriva dal greco antico “schisma” e vuol dire appunto separazione. Per dispute di fede. La prima di grande importanza risale al 1054: lo “Scisma d’Oriente”, epilogo di tensioni secolari che portarono alla divisione definitiva tra Roma e Costantinopoli, tra la Chiesa latina e quella greca. Roma rivendicava il primato universale del Papa, Costantinopoli invece proponeva una Chiesa collegiale guidata dai patriarchi. Cinque secoli dopo, nel 1517, sarà il monaco agostiniano tedesco Martin Lutero a separarsi da Roma e a dare vita alla “Riforma protestante”: un vero e proprio scisma, un allontanamento dal Vaticano e dal Papa. Neanche vent’anni dopo, nel 1534, arrivò lo scisma anglicano, la separazione della Chiesa d’Inghilterra da quella di Roma, causata da re Enrico VIII. Il sovrano ruppe con il Pontefice per poter sposare Anna Bolena dopo avere divorziato dalla prima moglie, dando in questo modo inizio a una nuova religione. 
Lo schema è quasi sempre lo stesso: “La spaccatura avviene quando qualcuno professa la fede in modo distorto e si oppone ai legittimi pastori, a partire dal Papa che è il Vicario di Cristo”, spiega monsignor Bruno Forte, arcivescovo di Chieti-Vasto e tra i teologi italiani più autorevoli. “Si sceglie di andare per conto proprio, con affermazioni dottrinali e teologiche false secondo la fede della Chiesa, e con l’esplicita disobbedienza a chi ha il compito di esserne il Capo”. Ovvero il Papa. 
Eppure, qualcosa si muove. Basti pensare alla storica preghiera tra Papa Leone e Carlo d’Inghilterra a ottobre dello scorso anno, dopo 500 anni di separazione. “La speranza di ricucire ci deve essere sempre e lo dimostra da sessanta anni il dialogo ecumenico. Ma non si può fare – spiega ancora monsignor Forte – a prezzo della verità. In nome del dialogo non puoi fare il comodo tuo”. 
Fino alla divisione di questi giorni, dagli esiti imprevedibili e che assume un significato profondo. 
Fabio Ranucci 
 

( 3 luglio 2026 )

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