Anche l’ultima manovra elettorale del governo Meloni non si discosta dal solco tracciato dalle precedenti. Il principio ispiratore rimane la prudenza nella gestione dei conti pubblici, finalizzata a confermare i miglioramenti reputazionali raggiunti sotto questo profilo negli ultimi anni dall’Italia al cospetto dei mercati internazionali e delle agenzie di rating, per effetto di una gestione più equilibrata delle finanze pubbliche. D’altron de, l’acuirsi delle criticità provenienti dal fronte internazionale, scaturite principalmente dalla guerra scatenata da Trump nei confronti dell’Iran, che ha rialimentato la fiammata inflazionistica in conseguenza della chiusura dello stretto di Hormuz, rendono l’attenzione alla tenuta dei conti pubblici ancor più stringente: considerato l’innalzamento dei tassi d’interesse che l’infla zione si è trascinato, alimentato anche dalla crescente instabilità finanziaria che l’incremento dei debiti pubblici delle principali economie mondiali porta con sé. Inoltre, la mancata uscita dalla procedura di infrazione europea per deficit eccessivo nella scorsa primavera rendeva il perimetro della manovra abbastanza obbligato, almeno nei macro-saldi da rispettare. D’altra parte, come era ampiamente prevedibile, è risultata confermata, almeno in alcuni punti, la dimensione elettoralistica della legge di bilancio. Ne è emersa una moltiplicazione di misure frammentate, molte delle quali, per un valore di 6 mld sul totale dei 26 dell’intera manovra, varranno soltanto per il 2027.
In prima approssimazione, i due gruppi sociali maggiormente favoriti dalle misure previste sembrerebbero il ceto medio e i giovani. L’e stensione a 55 mila euro dell’aliquota Irpef del 33% per i lavoratori dipendenti e i pensionati (che in totale si stima cubi circa tre miliardi) completa, seppur parzialmente, quel processo di moderata riduzione del carico fiscale sul lavoro dipendente: avviato inizialmente a favore dei redditi più bassi e poi proseguito anche nella legge di bilancio prevista per l’anno in corso. Il risultato sarà quello di restituire in parte, alle categorie di percettori di reddito interessate, le risorse sottratte dal drenaggio fiscale degli ultimi anni, che in totale nell’ul timo quinquennio sono ammontate a più di 25 miliardi. A favore dei giovani, invece, sono previste risorse pari a 600 milioni, vale a dire poco più del 2% del valore complessivo di tutta la manovra. Derivano dagli effetti provenienti da quattro misure: la tassazione all’1% sugli aumenti (fino a un importo massimo di 2.500 euro) accordati ai lavoratori dipendenti del settore privato sotto i trent’anni di età, con un reddito fino a 28mila euro; la non imponibilità fino a 2mila euro dei fringe benefit e delle somme rimborsate ai lavoratori per pagare le bollette, l’affitto e il mutuo a favore dei lavoratori under 31; gli sgravi contributivi di 500 euro al mese per due anni per tutti coloro che assumono stabilmente giovani sotto i 35 anni di età; la maxi deduzione Ires pari al 140% del costo del lavoro per chi assume giovani sotto i 36 anni.
Eppure, molte questioni rimangono aperte. Sul fronte della sanità, per esempio, sono state previste risorse aggiuntive per 2,4 miliardi, a fronte di richieste da parte del ministro competente e dei governatori delle regioni che ammontavano a quasi il triplo di quell’importo. Il fondo sanitario nazionale crescerà a 146,3 miliardi, ma in rapporto al Pil il peso delle risorse stanziate subirà una lieve flessione, passando, tra gli ultimi in Europa, dal 6,14% al 6,11%. Così come l’estensione della flat tax al 15% ai redditi da partita iva fino a 100 mila euro (che costa 300 milioni) amplifica il trattamento asimmetrico nei confronti di differenti categorie di reddito (da lavoro autonomo e da lavoro dipendente), in violazione del principio di equità. Di conseguenza, ci allontaniamo ulteriormente dall’o biettivo che il sistema fiscale dovrebbe prefiggersi: non la frammentazione corporativa del prelievo sulla base della tipologia di reddito, ma la semplificazione per tutti dell’Irpef. Da attuare allargando la base imponibile e riducendo in modo generalizzato le aliquote per tutti i lavoratori, sia dipendenti, sia autonomi. Tuttavia, la misura elettoralistica più evidente sembra quella che stanzia 850 milioni annui, per tre anni, al fine di istituire un fondo che possa consentire di andare in pensione a 64 anni. Nonostante gli aspetti concreti del provvedimento siano rimandati al varo di uno specifico decreto, che dovrà chiarire da dove vengano attinte le risorse e quali tipologie di lavoratori potranno aderire alla misura, il materiale a favore della propaganda della Lega (e soprattutto del suo leader) pare assicurato. Contro la detestata legge Fornero, che per ora, nonostante le tante parole, quella forza politica non è mai riuscita a far superare.
Tuttavia, anche il fronte delle coperture previste per finanziare le varie misure ha suscitato non poche perplessità. I tagli più eclatanti sembrano quelli indicati per la scuola, consistenti nell’eli minazione di 7mila posti: 5mila tra i docenti e 2mila tra il personale amministrativo. Ma spicca anche il taglio dell’adeguamento delle pensioni all’inflazione, da cui si stimano risparmi per 2,6 miliardi in tre anni. Ai pensionati beneficiari dell’estensione a 55 mila euro dell’aliquota Irpef del 33%, dunque, con una mano si concederanno risorse ma con l’altra, e più pesantemente, se ne sottrarranno delle altre. Poi c’è il tema del prelievo di 5,8 miliardi da attingere nei confronti del settore bancario. In un’economia di mercato l’incertezza fiscale nei confronti di un determinato settore non favorisce mai l’at trattività degli investimenti; così come rimane sul tavolo la questione della riduzione delle risorse che, per effetto di quel prelievo, potrebbero subire le Fondazioni bancarie, che sono impegnate a finanziarie iniziative nel terzo settore e nel welfare di prossimità. Saranno costrette a contrarre il loro impegno in quegli ambiti? Certamente la misura si inquadra nella decisione di consentire una parziale restituzione al fisco degli enormi profitti che, complice il basso livello di concorrenza che caratterizza quel settore, i grandi operatori bancari hanno conseguito negli ultimi anni.
Infine, degna di nota è la misura con cui si prevedono risorse aggiuntive pari a circa 31 milioni di euro per il 2027 attraverso la possibilità di far acquistare ai cittadini targhe personalizzate per i propri veicoli. Il messaggio è chiaro: se la fantasia non sta più al potere, è certo però che può ancora servire, alla vigilia del voto, per recuperare un po' di risorse.
Saverio Scarpellino
(Docente di Economia Politica Università Pontificia Salesiana)

