Martedì 17 marzo 2026, ore 20:43

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Via Po Economia

L’economia non cresce, l’ascensore sociale è bloccato, il mercato del lavoro penalizza i giovani e le donne e, soprattutto, la grave emergenza demografica sta creando forti squilibri generazionali, destinati ad impattare pesantemente sul futuro e sulla sostenibilità del sistema-Italia. Il direttore generale del Censis Massimiliano Valerii, invitato a parlare ai delegati della Fai Cisl Lombardia, non nasconde le sue preoccupazioni, in un momento in cui anche la fiducia verso le istituzioni è in deciso calo.

Direttore, da alcuni anni stiamo assistendo ad una inversione di scenario rispetto al passato. Cos’è successo?

Dal dopoguerra il modello di sviluppo è stato caratterizzato da un’intensa crescita economica, coniugata ad una grande parabola di inclusione sociale. C’era un patto sociale non scritto secondo il quale i figli sarebbero stati meglio dei genitori. Generazione dopo generazione, grazie a potenti processi di mobilità sociale, ciascuno andava incontro a un ampliamento della prosperità economica e a un miglioramento del proprio posizionamento. In sintesi: i figli degli operai e dei contadini si sono ritrovati insieme a quelli della borghesia a formare un grande ceto medio, con una stratificazione verso l’alto del tenore di vita, un innalzamento progressivo dei livelli di istruzione e un accesso di massa ai consumi. A rendere possibile tutto questo hanno contribuito un generoso sistema pubblico di welfare e il ruolo fondamentale dei corpi intermedi, in particolare del sindacato, capaci di raccogliere le istanze dei gruppi sociali e trasferirle nelle sedi di decisione, mediando fra interessi e identità differenti.

Quando è andato in crisi questo modello?

Il 2008 è l’anno spartiacque. Da allora abbiamo avuto sei anni di recessione e sei di crescita del Pil prossima allo zero. Dal dopoguerra avevamo conosciuto soltanto due deboli recessioni, nel 1975 e nel 1993. Nel frattempo è iniziata una profonda trasformazione dell’ordine globale che ci obbliga a ripensare il nostro modo di stare nel mondo, prendendo atto dello spostamento del baricentro dall’Atlantico al Pacifico e della revisione del paradigma culturale, politico ed economico della globalizzazione che ha dominato gli ultimi trent’anni.

Che cosa ha rappresentato il 2008 anche a livello mondiale?

E’ l’anno simbolo della grande crisi economico-finanziaria internazionale, innescata dallo scoppio della bolla dei mutui subprime negli Stati Uniti e dal fallimento di Lehman Brothers, che ha poi contagiato tutto l’Occidente. È stato un brusco risveglio: i processi della globalizzazione erano già in atto, ma da quel momento sono diventati evidenti. È quello l’anno in cui l’aggregato dei paesi emergenti supera le economie avanzate occidentali nella produzione di ricchezza. Oggi circa il 60% del Pil mondiale è determinato da questi paesi. A parità di potere d’acquisto la Cina ha ormai superato gli Stati Uniti, l’India ha superato la Germania e l’Indonesia produce più Pil dell’Italia. Questo ci dice che un ciclo storico-sociale si è definitivamente chiuso e non tornerà. Questo ribaltamento dei rapporti di forza ha generato spaesamento nelle società occidentali e ha alimentato una domanda politica sempre più orientata alla protezione, dopo aver smarrito la fiducia nel progresso.

Tornando all’Italia, qual è oggi la questione più urgente da affrontare?

Senza dubbio quella demografica. L’intenso processo di denatalità, unito al forte invecchiamento della popolazione, sta producendo squilibri destinati ad aggravarsi nel tempo. Ogni anno battiamo nuovi record negativi in termini di numero di nascite: siamo sotto le 400 mila, grosso modo la metà dei figli che venivano al mondo durante la Prima e la Seconda Guerra Mondiale. La popolazione è in diminuzione dal 2014 e la Banca d’Italia stima che entro il 2040 avremo cinque milioni di persone in meno in età lavorativa, con una possibile perdita di circa undici punti percentuali di Pil. A questo si aggiunge il fatto che l’Italia registra il più basso tasso di occupazione giovanile e femminile in Europa, due storici punti deboli del nostro mercato del lavoro.

E cosa ne consegue?

Tutto questo determina degli effetti negativi importanti sia sulla capacità produttiva del paese, sia sulla sostenibilità del nostro ingente debito pubblico - da record con oltre 3 mila miliardi di euro -, e poi sulla capacità di finanziare la spesa sociale, quindi quella per assistenza, sanità, previdenza. Secondo le previsioni questi processi sono destinati ineluttabilmente ad accentuarsi nei prossimi anni e con questo quadro dobbiamo fare i conti.

I punti deboli del mercato del lavoro potrebbero diventare anche un’opportunità?

Paradossalmente sì. Giovani e donne rappresentano bacini di capitale umano che potrebbero diventare dei punti di forza, capaci di sfatare quella previsione di perdita della capacità produttiva. Bisognerebbe però aumentare il loro tasso di occupazione e partecipazione al mercato del lavoro e non è ciò che sta accadendo. Negli ultimi tre anni abbiamo raggiunto un numero record di occupati, oltre 24 milioni, ma la nuova occupazione ha riguardato persone sopra i trent’anni, spesso over cinquanta. Tra gli under 35, invece, sono diminuiti gli occupati e cresciuti gli inattivi, quelli che un lavoro non ce l’hanno e neanche lo cercano. Va disinnescata questa trappola, ovvero il disincanto che le nuove generazioni hanno maturato verso il lavoro come strumento per garantirsi una prosperità economica e un miglioramento delle condizioni sociali.

È cambiato il rapporto dei giovani con il lavoro?

Sì, hanno introiettato un’idea di svalorizzazione del lavoro che trova peraltro conferma nei dati oggettivi. Dal 2008 a oggi il valore reale delle retribuzioni medie lorde annue in Italia è diminuito di oltre il 9%. Se il lavoro non è più uno strumento per migliorare la propria condizione economica e sociale, perde inevitabilmente centralità nella gerarchia delle priorità. Cresce quindi l’attenzione alla qualità della vita e al bilanciamento tra tempi di lavoro e vita personale. Sicuramente il lavoro non è più quella forte leva identitaria che era tipica delle generazioni precedenti. Ma c’è un altro aspetto che va considerato. Meno nascite significa meno eredi, il che si traduce in eredità più cospicue. Psicologicamente ritenersi destinatari di qui in avanti di un atto di successione, di un trasferimento di una quota di ricchezza patrimoniale, probabilmente può anche fare sviluppare un atteggiamento da “rentier”, il che naturalmente va contro l'idea di sacrificarsi, magari per un lavoro che non corrisponde alle proprie aspettative.

Abbiamo anche un problema di sfiducia verso le istituzioni.

I dati parlano chiaro. Alle elezioni europee del 2024 si è astenuto il 51,7% degli aventi diritto, mentre nel 1979, alle prime votazioni per il Parlamento europeo, gli astenuti furono solo il 14,3%. In molte elezioni amministrative recenti si sono raggiunti livelli di astensionismo intorno al 60%. Questo segnala un crollo della partecipazione civica in ogni sua forma, un lento spegnimento emotivo, una forte riduzione del coinvolgimento personale perché si è incrinato il rapporto tra élite e cittadini. Le istituzioni non sono più percepite come in grado di offrire risposte efficaci alle aspettative. Non è un problema solo italiano, ma in Italia ha raggiunto punte elevate.

Che ruolo può giocare in questa partita il sindacato?

Il sindacato, che è stato uno dei protagonisti del modello di sviluppo del dopoguerra, deve recuperare la forza di soggetto sociale che ha storicamente avuto. Deve ritrovare l’energia per risvegliare quello che potremmo definire un “Paese di sonnambuli”, apparentemente vigile ma incapace di vedere i processi economici e sociali già oggi prevedibili nei loro effetti futuri, a cominciare da quelli che il dato demografico provocherà sul sistema di welfare e sulla sostenibilità del debito pubblico.

Mauro Cereda

 

 

( 17 marzo 2026 )

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