C’è Alessandra, impiegata in Germania, dove si è sposata con uno spagnolo e ha messo al mondo due figli. C’è Andrea, sviluppatore informatico, che a Malmö ha formato una famiglia italo-svedese. C’è Manuela, che dopo un periodo da mamma a distanza, ha raggiunto il marito che lavora in Australia e si è reinventata giornalista. Le loro sono solo alcune delle storie raccolte da Eleonora Voltolina nel libro “Crescere expat”, edito da Tav e realizzato con il sostegno di Fondazione Migrantes, l’organismo della Conferenza episcopale italiana che ogni anno pubblica il “Rapporto Italiani nel Mondo” a cura di Delfina Licata. Voltolina, che è direttrice editoriale di “Journalism for social change”, ha effettuato una ricerca su oltre 1.250 connazionali che vivono all’estero (l’80% in Europa, il restante 20% soprattutto in Nord America e Oceania) e hanno almeno un figlio.
Cominciamo dai numeri.
Gli italiani all’estero sono quasi 6,5 milioni e le famiglie iscritte all’Aire (Anagrafe degli italiani residenti all’estero) 3 milioni 856 mila. Esistono due grandi categorie: gli italo-discendenti, cioè persone con cittadinanza italiana, che però non hanno mai vissuto in Italia e la cosiddetta “nuova emigrazione”, composta da chi è nato, cresciuto e spesso ha studiato o lavorato in Italia prima di trasferirsi. La ricerca si concentra su questi ultimi, su chi ha scelto consapevolmente di partire.
Perché si parte?
La possibilità di trovare un lavoro o un lavoro migliore è la risposta più frequente. Molti raccontano di essersi trasferiti perché non vedevano un futuro in Italia, a causa degli stipendi bassi, dei contratti precari, delle scarse prospettive di crescita professionale, del mercato del lavoro arretrato. Sono poi emerse anche altre motivazioni, come la curiosità, il desiderio di fare un’esperienza internazionale o di seguire il proprio o la propria partner, ma il tema dell’occupazione resta centrale.
Le mamme italiane, con il primo figlio che arriva a quasi 32 anni, sono fra le più “anziane” in Europa e dalla ricerca emerge che “metter su” famiglia all’estero è più facile. Come mai?
Circa tre quarti dei genitori intervistati hanno espresso questa opinione. Le ragioni sono molteplici: all’estero vi sono maggiori sostegni economici per le famiglie, più sgravi fiscali, più spazi per i bambini, sistemi più universali e inclusivi, servizi più accessibili e meno costosi, anche per la cosiddetta classe media. Prendiamo la scuola: in molti paesi non si pagano i libri e il materiale didattico... altro che i 1.200 euro a figlio che pesano sulle famiglie italiane. Per non dire delle collette per comprare la carta igienica…
Parlando di servizi vengono in mente gli asili nido, che in Italia sono pochi e in certe zone quasi inesistenti.
Non è solo quello. All’estero oltre agli asili nido, a micro-strutture come gli asili condominiali o al servizio chiamato “mamme di giorno”, esistono altre misure. Penso ad esempio ai congedi di paternità, che sono più lunghi e diffusi e contribuiscono ad una divisione più equilibrata del ruolo di cura dei figli. In certi paesi nordici i congedi arrivano anche a uno o due anni, così i genitori possono decidere se mandarli al nido o crescerli a casa. In Italia, invece, non ci sono i posti nei nidi ma neanche i congedi lunghi. Il risultato è che uno dei genitori è costretto a ridurre l’orario di lavoro o dimettersi. Nella stragrande maggioranza dei casi, la mamma.
Un capitolo è dedicato ai nonni.
E non a caso è intitolato “I nonni so’ piezz’ ‘e core”. Questo è uno degli aspetti più delicati. La lontananza fra i nonni e i nipoti rappresenta una difficoltà emotiva importante. Per fortuna le tecnologie digitali permettono di mantenere un contatto più frequente rispetto al passato, tanto che ci sono nonni che fanno videochiamate tutti i giorni. Le distanze si sono un po' accorciate, ma il problema resta ed è sentito.
Gli italiani all’estero fanno comunità?
Sì certo, sia in presenza che virtualmente. Esistono tante associazioni e parrocchie che si danno da fare, ma anche molti gruppi social. Ci sono luoghi di ritrovo, spesso con ristorante annesso. Io vivo in Svizzera e anche nella mia piccola città c’è quella che viene chiamata “Libera Colonia Italiana”. Tuttavia oggi l’emigrazione è più individuale: si sceglie dove andare mentre prima si tendeva a trasferirsi in luoghi dove c’erano dei “compaesani”, delle comunità di connazionali già consolidate.
Come sono i rapporti con le istituzioni italiane?
Dalle interviste emerge un po' di insoddisfazione. Molti lamentano inefficienze e burocrazia nei servizi consolari, oltre alla difficoltà di accesso. C’è una richiesta diffusa di modernizzazione e digitalizzazione. Ci sono margini di miglioramento.
Molte coppie sono miste. Quali sono i pro e i contro?
Il vantaggio principale è che se un elemento della coppia è originario del luogo, l’integrazione sociale è più facile. Inoltre, se il partner straniero conosce l’italiano, i figli tendono a sviluppare una maggiore competenza linguistica. Diversamente c’è il rischio che l’italiano si perda un po'. In genere però i figli crescono bilingue o plurilingue.
Gli espatriati sono soddisfatti della propria scelta?
Sì, la maggioranza si dichiara soddisfatta o abbastanza soddisfatta. Solo una minoranza considera seriamente l’eventualità di tornare in Italia. In questi casi pesano la nostalgia, la distanza dalla famiglia d’origine, le difficoltà di integrazione. L’espatrio non è un’esperienza priva di costi emotivi. C’è il desiderio di mantenere il cordone ombelicale con l’Italia.
E cosa chiedono all’Italia per rientrare?
Politiche più forti per la famiglia, migliori servizi per l’infanzia, una cultura meno penalizzante per i genitori, maggiore equità per il lavoro.
Il lavoro, un tema che ritorna.
Esatto. Un dato che mi ha molto colpito è che quasi il 50% degli intervistati ha dichiarato che in Italia ha subito penalizzazioni sul lavoro per il solo fatto di avere dei figli. All’estero siamo al 10%.
In conclusione, che immagine emerge dell’Italia?
Quella di un paese con grandi potenzialità, ma con un sistema di welfare e un mercato del lavoro ancora poco favorevoli alle famiglie, soprattutto in confronto agli altri contesti europei.
Mauro Cereda

