Mercoledì 20 maggio 2026, ore 6:44

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Via Po Economia

Dimissioni di massa, neet, precarietà: i fenomeni che agitano il mercato del lavoro contemporaneo non sembrano mode passeggere, ma segnali di una trasformazione profonda nel rapporto tra le nuove generazioni e l’occupazione. A raccontare questo cambiamento, con rigore scientifico e sguardo lungo, è Sonia Bertolini, professoressa ordinaria in Sociologia economica e del lavoro all’Università di Torino che ha dato alle stampe il libro “Quitter, Neet e senso del lavoro in Italia”, pubblicato da Utet Università (16 euro). Il saggio affronta il tema da diverse prospettive (storica, sociologica ed empirica) e analizza il rapporto tra le nuove generazioni e il mercato del lavoro, arrivando alla conclusione che non è il lavoro in sé a essere rifiutato dai giovani, ma un certo modo di lavorare, un modello che non regge più il confronto con le aspettative culturali, identitarie e materiali di chi è entrato nel mercato del lavoro dopo il 2008.

Quasi il 60% dei giovani adulti intervistati conferma infatti la centralità del lavoro nello scandire il passaggio alla vita adulta. Quello che cambia non è la centralità del lavoro, ma la gerarchia dei valori che lo circondano. Qualità, conciliazione con la vita privata e riconoscimento sono i nuovi parametri con cui una generazione valuta un’offerta di lavoro.

“Quello a cui stiamo assistendo più che un rifiuto del lavoro – scrive la professoressa Sonia Bertolini nel suo saggio –, forse è un rifiuto del lavoro che non genera soddisfazione, che non produce benessere, che non è coerente con le proprie aspettative, che non concede tempo per sé stessi, per la conciliazione con la famiglia e per i propri interessi”.

Prima erano i neet - giovani che non lavorano, non studiano, non si formano -, categoria in cui l’Italia ha detenuto il triste primato europeo fino al 2024, il volto più noto del disagio occupazionale giovanile. Oggi è chi il lavoro ce l’ha, e lo molla. Il fenomeno ha numeri precisi. Nel 2022 le dimissioni volontarie sono aumentate del 31,73% rispetto all’anno precedente, superando il milione di casi, e quelle da lavoro a tempo indeterminato sono in crescita rispetto al 2021 del 22%. Nel 2023 in Italia sono state registrate 12,2 milioni di cessazioni di contratti, coinvolgendo quasi 7 milioni di lavoratori. Le dimissioni volontarie rappresentano il 18,5% del totale: la seconda causa più comune di fine rapporto, dopo la scadenza del contratto. Bisogna anche ricordare che il lavoro negli ultimi cinque anni ha subito un processo di impoverimento, sia dal punto di vista dei contenuti sia della sua retribuzione. La comparsa di nuove occupazioni nel settore terziario meno qualificato, come i rider e le commesse nei grandi magazzini, l’esternalizzazione di molte attività, la dequalificazione di diverse professioni, come in editoria, hanno profondamente modificato i percorsi di inserimento dei giovani nel mondo del lavoro.

Eppure, sarebbe sbagliato leggere questi dati come un rifiuto del lavoro in sé. Quello a cui stiamo assistendo è piuttosto un cambiamento del suo senso. I giovani non abbandonano il lavoro perché non gli interessa. Lasciano un lavoro che non genera soddisfazione, che non rispetta le loro aspettative, che non concede tempo per sé. Più che un rifiuto, si tratta di un cambio valoriale: lento e profondo.

“In Italia, – sottolinea Bertolini – le nuove generazioni faticano a raggiungere l’autonomia economica, a costruirsi i loro percorsi di lavoro e progettare il futuro. Allo stesso tempo essi cercano anche lavoro che sia di qualità, cioè dignitoso e coerente con il proprio percorso di studi. Quando queste condizioni non si realizzano abbiamo il fenomeno dei quitter (chi lascia il lavoro volontariamente) che per i giovani può però pericolosamente scivolare in quello dei neet”.

Il problema quindi non è l’indifferenza verso il lavoro, ma l’incapacità del mercato - e delle istituzioni - di offrire lavoro dignitoso, coerente con il percorso di studi, capace di sostenere l’autonomia economica e progettuale delle nuove generazioni. Quando queste due condizioni non si realizzano, i giovani si fermano. O vanno via.

“Sempre di più i giovani, che negli ultimi tempi sono tornati a essere protagonisti della scena pubblica e a partecipare alla vita politica e sociale, riempiendo piazze, votando all’ultimo referendum costituzionale e impegnandosi su temi importanti come la pace e l’ambiente, – spiega la segretaria regionale della Cisl, Cristina Maccari, con delega al Mercato del lavoro, intervenuta alla presentazione del volume della professoressa Bertolini all’Università di Torino – vogliono tempo che possa tradursi in welfare e servizi e scelgono, quando possono, le aziende che offrono loro maggiore qualità della vita e più possibilità di conciliare vita lavorativa e sfera privata”.

In conclusione, non basta più contare numero di occupati e disoccupati. Bisogna ascoltare, confrontare generazioni, leggere i dati dentro la storia. È quello che il libro della sociologa Bertolini prova a fare ovvero restituire complessità a un dibattito che troppo spesso si ferma alla superficie.

Rocco Zagaria

 

 

 

 

 

( 19 maggio 2026 )

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