"Occorre partire da un’idea semplice ma tutt’altro che scontata e cioè che il lavoratore non è una risorsa, ma una persona. Le risorse vengono utilizzate in vista di un fine, le persone sono fini in sé stesse. Questo significa progettare le organizzazioni non soltanto per estrarre prestazioni, ma per coltivare autonomia, responsabilità, fiducia e capacità di contribuire. Servono gerarchie meno rigide, maggiore partecipazione, valutazioni che non riducano tutto a indicatori quantitativi e una distribuzione più equa del potere organizzativo. Servono dirigenti capaci di ascoltare e riconoscere, non soltanto di controllare e valutare. Istituzioni che tutelino la dignità del lavoro e non si limitino a favorire l’incontro tra domanda e offerta. Lavoratori messi nella condizione di comprendere e, almeno in parte, condividere le finalità delle organizzazioni. Ma serve anche ripensare la vocazione al lavoro. La vocazione non è semplicisticamente una voce interiore che ci assegna un mestiere predestinato, né il privilegio di pochi che possono permettersi di trasformare una passione in professione. La vocazione è una chiamata che necessita la nostra risposta. Qualcuno o qualcosa ci chiama perché ha bisogno delle nostre capacità. Il lavoro acquista senso quando riusciamo a collegare ciò che sappiamo fare con una necessità del mondo. La vocazione diventa allora il punto d’incontro tra capacità personali e bisogni del mondo. Un’organizzazione umana è quella che sa riconoscere, rendere possibile e custodire questo incontro."
Vittorio Pelligra

