Martedì 5 maggio 2026, ore 4:17

Letteratura

100 anni di Fruttero

di ENZO VERRENGIA

Il 19 settembre saranno100 anni dalla nascita di Carlo Fruttero, che se n’è andato il 15 gennaio 2012. Con Franco Lucentini, formava uno storico marchio della cultura nazionale. Non semplicemente autori, ma osservatori ed esploratori del costume, innovatori e sperimentatori. Peraltro collegati impropriamente a due generi: la fantascienza ed il giallo. Dei quali, in realtà, erano più frequentatori smaliziati che praticanti. Insieme, Carlo Fruttero e Franco Lucentini curarono per la Mondadori la notoria collana da edicola specializzata in fantascienza, “Urania”. Fondata nel 1952 come mensile da Giorgio Monicelli, che la curò fino al 1961, passò proprio a Carlo Fruttero, cui nel 1964 si affiancò Franco Lucentini. Ed ecco il binomio.

I due collaboravano fin dal 1952. Su di loro ricade una responsabilità molto rivangata. Quella di avere affermato che la fantascienza italiana non era credibile perché non ci si immaginava un disco volante sul cielo di Lucca. Parole che furono a lungo rifiutate dai tanti appassionati. Ed invece rispecchiavano una verità fondamentale. Il provincialismo italiano finiva per soverchiare l’immaginario e soffocarlo.

Stesso discorso per il giallo. Nel 1972, Fruttero e Lucentini pubblicano “La donna della domenica”, un romanzo che ribalta la concezione di enigma poliziesco. Innanzi tutto per la credibilità dei personaggi, a cominciare dal commissario Santamaria, precursore di Montalbano ed affrancato da ogni modello angloamericano o francese.

Sanguigno ed umano al punto di sembrare estratto dalla cronaca e non dall’invenzione letteraria. Poi, la galleria dei personaggi. L’architetto Garrone, ucciso dopo poche pagine nelle quali è riuscito a farsi odiare da tutti, specie da chi legge, e la coppia snob di Anna Carla Dosio, sospettatissima, e del suo amico gay Massimo Campi. Sullo sfondo di una Torino irripetibilmente vera.

Soprattutto quando la si ritrova in “A che punto è la notte”, del 1979, dove all’indagine di costume si unisce lo scavo nel retroterra industriale di Fiatlandia.

Adesso che Fruttero non c’è più, dopo che l’altra metà di se stesso lo aveva preceduto sulla via del chissà dove, verrebbe da interrogarsi su quale sia il suo contributo specifico al marchio in questione. Si potrebbe partire dalla differenza geografica. Carlo Fruttero torinese lo era di nascita e non per trapianto, come il romano Franco Lucentini. Questo determinava una sua adesione genetica alla raffinata piemontesità dalla quale deriva gran parte dell’intera ragion d’essere nazionale. Un elemento non troppo valutato. La torinesità di Fruttero si avverte nei libri che ha scritto da solo, dopo la morte di Lucentini. “Donne informate sui fatti”, del 2006, e “Ti vedo un po’ pallida”, dell’anno successivo, sono garbate escursioni nel misterioso, dove non conta la soluzione, bensì il gioco a rimpiattino fra i protagonisti. A riprova di un’ammissione che Fruttero stesso fece da vivo. Era Lucentini a premere l’acce leratore sullo sviluppo della vicenda, mentre l’amico lavorava d’intarsio.

Si legge in “I ferri del mestiere”, compendio del loro sodalizio sotto il profilo della tecnica: «Ansioso cronico e perciò bisognoso di pianificazioni assolute, Lucentini pretendeva di “metter giù” un pre-romanzo pre-definitivo in una rapida ma efficace pre-scrittura. Io gli rispondevo con la frase napoleonica “on s’en gage et puis on voit”. L’idea di seguire e anzi tracopiare una traccia dettagliatissima mi annoiava, volevo lungo la strada un minimo di sorprese ». Questo atteggiamento narrativo possibilista, versatile, indomito, derivava dalla consuetudine di Fruttero con i grandi autori che aveva tradotto. Fra gli altri, Beckett, Salinger, Wilder, West. Tutti caratterizzati dall’impre vedibilità della scrittura, l’apporto dell’artigianato. Pratica che Fruttero fece propria anche nelle antologie da lui curate, fossero horror, gialle o di fantascienza. A quest’ultima categoria appartiene un titolo che fa da caposaldo, “Le meraviglie del possibile”, di cui si occupò insieme a Sergio Solmi. Un volume dove ancora oggi si trovano dei racconti fondamentali, come “Sentinella”, di Frederic Brown, nel quale si capovolge il punto di vista ed è un umano ad apparire orrendo per un alieno che deve combatterlo durante una guerra infinita. Scrive Fruttero nella nota all’edizione tascabile de “Le meraviglie del possibile”: «Le cose cambiano, si dice, corrono in fretta come non mai. Ma si ha pure l’im pressione che appunto negli ultimi tre decenni si sia venuta avvitando nel cervello dei terrestri una sorta di ossessione sistematoria sempre più incalzante…» Fruttero si riferiva alla crescente consuetudine di ragionare perfino sulla Storia come se si trattasse di una scienza fatta di categorie. Creata dalla necessità di “fabbricarsi un passato”, che è tipico delle società nuove. Mentre l’Europa aveva ed ha bisogno dell’esatto contrario, di indagare retrospettivamente su se stessa ed assodare sulla effettiva veridicità dell’accaduto.

Provocazione non irrilevante da parte di un Fruttero che si è occupato a lungo del futuro, o meglio del futuribile.

Mentre la crisi incalza l’editoria italiana, prende sempre più corpo la figura parodistica dell’autore rock e, peggio, raccomandato. Carlo Fruttero rappresenta invece la voce da camera, sobria, soffusa, eppure ben scandita. Poche e fondamentali verità le sue, per contrastare ciò che in un libro celebre, lui e Lucentini definirono “la prevalenza del cretino”.

( 4 maggio 2026 )

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