Sin dall’età di 6 anni ho amato copiare la forma delle cose, e dai 50 pubblico spesso disegni, ma fino a quel che ho raffigurato a 70 non c’è nulla degno di considerazione. A 73 anni ho un po’ intuito l’essenza della struttura di animali e uccelli, insetti e pesci, della vita di erbe e piante, e a 86 progredirò oltre; a 90 ne avrò approfondito ancor più il senso recondito e a 100 anni avrò forse veramente raggiunto le dimensioni del divino e del meraviglioso. Quando ne avrò 110, anche solo un punto o una linea saranno dotati di vita propria.” Con questa citazione si può sintetizzare la poetica tesa alla perfezione e intrisa di una continua ricerca di Hokusai Katsushika, il padre dell’Onda, capolavoro divenuto nel tempo icona dell’arte giapponese, e non solo. A quest’opera considerata universalmente simbolo del mondo acquatico, perfetta sintesi dei canoni artistici orientali come occidentali, dal 21 marzo al 27 settembre, a Lecco presso il Palazzo delle Paure, è dedicata una mostra dal titolo “Hokusai. Il segreto dell’Onda che attraversa l’Europa”. Curata da Paolo Linetti, direttore del Museo d’Arte Orientale Collezione Mazzocchi di Coccaglio (BS) con un affondo sul “Giappo nismo” curato da Simona Bartolena, la mostra vuole essere un’occasione, non solo per fare conoscere le opere di Hokusai, ma per narrare Hokusai stesso, incontrando la persona, per arrivare a capire la sua ossessione per l’acqua, considerando che lo stesso per tutta la vita continua a disegnare e stilizzare le onde in maniera ossessiva e progressiva. Un percorso verso la creazione di onde graffianti comprensibile solo se si analizza il contesto sociale in cui egli vive e opera. La mostra si pone inoltre anche l’obiettivo di dimostrare gli schemi architettonici con cui Hokusai fece le sue opere, schemi provenienti dalle regole del Rinascimento italiano, che egli apprese attraverso un altro pittore giapponese, Shiba Kokan, nonché attraverso i manuali di Dürer. Proprio a questo rapporto con l’arte occidentale si deve il successo che la sua onda ha avuto in Occidente fin dall’Ottocento, lui ancora vivo. Le sue opere infatti vengono commissionate e importate in Europa, in funzione del fatto che egli parla il nostro linguaggio, soddisfacendo i campi estetici e geodimetrici che fanno parte della cultura estetica occidentale.
Attraverso 75 opere, tra cui 45 originali di Hokusai, documenti, quaderni manga e oggetti diversi, organizzati in 4 sezioni, i curatori guidano il visitatore ad entrare nel mondo umano e professionale dell’artista a partire dalla prima sala in cui viene affrontato il contesto storico e ideologico che ha influenzato Hokusai, in particolare con un affondo sulla corrente Ukiyo (mondo fluttuante): Una filosofia che durerà per ben 3 secoli, tipica della borghesia giapponese. Una cultura della consolazione, che promuove il piacere effimero, diffusasi in Giappone a partire dal periodo Edo (1603-1868), quando Tokyo (Edo) era diventata la capitale del mondo nipponico e centro di una progressiva trasformazione architettonica, sociale ed economica grazie alla pax Tokugawa, garantita dalla dittatura militare guidata da Tokugawa. In questo periodo a Edo, come conseguenza della proliferazione disordinata di bordelli, nacque il quartiere di Yoshiwara, dove tra regole precise e un’atmosfera lussuosa, si affermò una cultura raffinata: case da tè, negozi di pregio, botteghe artistiche e di conseguenza teatro e forme di poesia e pittura, conosciute con il nome di Ukiyo-e. Qui gli abitanti praticavano la prostituzione, con un idioma che mescolava linguaggio aristocratico e gergo popolare, influenzando il giapponese moderno. Tra cortigiane (di grado diversi) e geisha (ossia artista, che praticava balli e canti e conversazioni per intrattenere il pubblico senza commercializzazione di sé), tra teatri e atelier artistici e poetici si aggirava durante la sua giovinezza Hokusai. Nato nel 1760 a Tokyo, terzogenito della famiglia Kawamura (di cui non porterà mai il cognome perché non riconosciuto) probabilmente figlio di una concubina, quando ebbe 4 anni fu adottato dalla famiglia Nakajima, impegnata nell’artigianato degli specchi. Il suo primo contatto con il mondo dell’arte lo ebbe a 14 anni, quando iniziò a fare l’inci sore per le matrici in legno delle xilografie. La sua formazione culturale avviene tra due scuole artistiche: la scuola di Katsukawa e la Scuola di Kano. A 18 anni, apprende le basi dell’arte, sotto la guida del maestro Shusho Katsukawa che gli dà il nome d’arte Shurno e inizia a disegnare libri illustrati. Sotto la guida di Shiba Kokan apprende le tecniche di pittura occidentali, che la cultura giapponese rifiutava e proibiva, conoscendo anche l’uso del compasso e del microscopio. Grazie al suo maestro entrò a contatto con l’arte di Dürer e con la prospettiva rinascimentale, dando origine a studi geometrici, linee e diagonali alla base dei suoi schemi pittorici. Alla morte del maestro egli si dedica alla studio della scuola tradizionale giapponese e a quella di influenza olandese e frequenta fino a 35 anni la scuola Katsukawa, lasciandola alla morte di Shunso. Spinto dal desiderio di esplorare nuovi orizzonti artistici passa per un breve periodo alla scuola di Kano, nota per la sua tradizione di dipinti su pergamena e arazzi, che influenza il suo stile, rendendolo più sofisticate le sue opere. Libero tuttavia da ogni legame duraturo con il mondo scolastico giapponese, lavorando come speziale e prestatore di libri, riesce a superare un periodo di grande povertà e ritorna al mondo della pittura. Il mondo della natura diviene oggetto della sua sperimentazione, luogo di ispirazione per la sua ricerca dell’es senza e nella filosofia dell’Ukiyo trova terreno fertile la sua passione nel rappresentare figure, animali e paesaggi, celebrando la bellezza in funzione della sua transitorietà e breve durata. I suoi quaderni manga (raccolta di immagini di piante, insetti e eroi e soggetti del folklore giapponese, fatta per diletto e senza un filo narrativo), che dopo la prima pubblicazione avvenuta nel 1814 furono ripetutamente pubblicati con le loro oltre 4000 xilografie, verranno usati come manuali per modelli di disegno. Definito un artista nomade, grazie al suo spirito esplorativo diviene un maestro senza tempo.
Durante la sua esistenza cambia continuamente nome d’arte, ogni qualvolta ritiene di fare un progresso artistico e cambia anche casa ben 92 volte, ma questo probabilmente per sfuggire ai creditori di un nipote, da lui definito “sciagurato”. Chiamato alla corte dello Shogan ad una gara di pittura supera brillantemente la gara dipingendo una serie di tratti blu, sui quali farà camminare una gallinella con le zampe dipinte di colore rosso. A partire dal 1812 inizia a pubblicare una serie di libri dedicati al disegno ed in particolare ai segni geometrici, alla ricerca accanita dell’essenza, in cui è presente lo studio dell’iscri zione in forme geometriche. Questo metodo sta alla base anche della struttura finale dell’onda, risultato di una lunga elaborazione metodica. Se la prima sala della mostra lecchese serve per contestualizzare storicamente e ideologicamente l’esperienza artistica di Hokusai in un Giappone ottocentesco, risultato di un’evo luzione iniziata nel Seicento con l’inizio dell’era Edo, la seconda sala della mostra è dedicata alle opere giovanili di Hokusai portandoci nella sua giovinezza e nei suoi studi, lui che era stato cacciato dalla sua scuola perché studiava l’arte Occidentale. La terza sala presenta invece in modo approfondito lo schema occidentale a cui Hokusai si ispira e la declinazione dell’acqua: neve, laghi, cascate, fiumi per poi introdurci nello studio delle grandi onde. Studio che lo porta ossessivamente a capire e decifrare tutto quello che lo circonda, non a caso prossimo alla vecchiaia scriverà un libretto in cui dice “io voglio mettere i bambini nella condizione di descrivere la lievità del ruscello la gravità delle onde del mare, e l’im peto delle cascate” mostrando il suo desiderio di essere didattico, condividendo le sue esperienze.
L’ultima sala della mostra curata da Simona Bartolena è dedicata infine ad un dialogo tra Hokusai e l’artista contemporaneo Armando Fettolini, evocativa del tema trattato nelle opere di Hokusai, con un’introduzione attraverso un video didattico della durata di 11 minuti sul “Giapponi smo”. Il fenomeno, che si diffonde nell’Ottocento in Europa e che influenza l’arte Occidentale ed in particolare l’Impressioni smo: Monet collezionava stampe giapponesi; Manet guardava agli esempi giapponesi per le sue numerose grafiche d’artista; ci sono costanti richiami al Giappone nella ricerca di Van Gogh, di Toulouse Lautrec, di tutti i più grandi artisti francesi, e non solo, della seconda metà dell’Otto cento. Non si tratta tanto di citazioni di artisti che amavano ritrarre giovani donne in Kimono, ma è qualcosa di molto più profondo in quanto dall’arte giapponese essi apprendono il senso della bidimensionalità, una prospettiva diversa e la sintesi della forma. L’Occidente deve tantissimo all’arte giapponese.
Armando Fettolini, le cui opere sono già impregnate di senso del Giappone, non solo a livello estetico ma anche per il suo approccio con la natura, ha dipinto appositamente per la mostra, in omaggio a Hokusai, 3 opere su carta in cui le sue cime del Monte Cervino si sono state trasformate nelle cime del Monte Fuji, insistendo sull’ef fetto dell’onda, già presente nella sua produzione pittorica. Ogni sala è introdotta da citazioni, come fossero titoli di libro, riprese dai testi dello stesso Hokusai, da cui emerge il suo forte senso dell’ironia, così come interessanti sono alcuni oggetti presenti nelle bacheche, dai Manga di Hokusai, agli utensili ottocenteschi usati nella stessa editoria che ha visto nascere le incisioni di Hokusai.
Una mostra dunque di interesse non solo estetico, per via dei capolavori esposti, ma anche di grande valore didattico.

