L’idealismo, la filosofia tedesca dopo Kant e prima della grande decostruzione avviata da Nietzsche. La filosofia nata nel cuore della Prussia per rilanciare la soggettività troppo striminzita e ancorata al finito dell’illuminismo, e per riportare al centro del dibattito non l’individuo, ma l’Io, la Ragione, la Coscienza, il Soggetto infinito che dispiega la sua potente azione nella storia umana e nelle sue configurazioni mondane fino ad annullare in una tensione vitale e dialettica ideale e reale.
Possiamo assistere in presa diretta a questo atto di nascita e alle sue iniziali tappe di assestamento attraverso il carteggio Schelling-Hegel (“L’idealismo tedesco”, Aragno, 2025) che non è, come sottolinea nell’introduzione Giuseppe Raciti, soltanto il documento di un’amicizia, ma la prova di un’alleanza più solida e più severa di un’amicizia, finalizzata a un fine filosofico cameratesco: eliminare i residui di un kantismo, interpretato alla lettera e trascurato nello spirito, e porre le premesse, attraverso mani operose e menti lucide, per l’avvento del “regno di Dio” nel mondo, che è poi il regno della vera ragione e della vera libertà. E’ la rivoluzione culturale che vuole riassegnare al divino il posto che merita, quel divino momentaneamente esiliato nella sfera intima, inconoscibile, noumenica. Ma di quale divino si tratta, cosa si deve intendere per Dio? E’ Schelling, professore a Jena dal 1798, a porre la questione in modo radicale, che prelude alla svolta idealistica. “Per noi – dice Schelling – i concetti ortodossi di dio non hanno più consistenza … non c’è alcun dio personale e il nostro supremo sforzo è la distruzione della nostra personalità, la transizione nella sfera assoluta dell’essere”. Dio è l’assoluto, l’unità di spirito e natura, il tutto dentro cui agiscono sfere diverse, e l’uomo è solo una di queste sfere, quasi un attributo, un modo di essere della divinità. Non è un caso che Schelling confessi di essere attratto in questa fase della sua vita da Spinoza, anzi di essere diventato spinoziano.
Da parte sua Hegel chiede a Scehlling come mai si sia arrivati tardi “a fissare così in alto la dignità dell’uomo” e la risposta che entrambi si danno è la presenza, soprattutto nel mondo accademico, di “omiciattoli”, “schiavi e pedanti”, “filosofi patentati”, “pretacci e scrivani” che fanno breccia nella massa “disposta a seguire la corrente del tempo”. Sono loro, queste figure minori e filistee, a dettare lo Zeitgeist.
Un passaggio centrale del carteggio, che segna il vertice della nuova stagione ma anche il prodromo dei dissapori futuri, è il riferimento a due testi fondamentali dell’idealismo. Siamo nel 1807: in una prima lettera, Hegel comunica a Schelling di aver trovato, tornando a casa a Jena, la sua “Esposizione del vero rapporto della filosofia della natura con la dottrina perfezionata di Fichte”, titolo lunghissimo che suggerisce l’intenzione di Schelling di regolare una volta per tutte i conti con Fichte, rimasto impantanato in una forma di soggettivismo kantiano incapace di rendere ragione del non-io; in una seconda lettera Hegel annuncia a Schelling di aver finalmente portato a termine “La fenomenologia dello Spirito”. Benché la filosofia “sia ancora tremendamente incomprensibile”, benchè lo spirito del tempo sia ancora molto lontano da un modo nuovo di sentire e di pensare, i due filosofi si sono portati avanti con il programma di un rinnovamento filosofico radicale, capace di articolare in termini diversi il rapporto tra finito e infinito, tra particolare e universale, tra reale e ideale, tra natura e spirito. Ma è un rinnovamento sofferto come si evince dalla dichiarazione hegeliana sulla tormentata genesi delle "Fenomenologia". “Il mio scritto è giunto finalmente in porto … Sono curioso di conoscere la tua opinione sull’idea di questa prima parte … Il lavorio sui dettagli, me ne rendo conto, ha nociuto alla visione d’insieme: ma quest’ultima, per sua stessa natura, presenta una tale stratificazione di andirivieni che se anche volessi precisarla meglio, dovrei sostarvi chissà per quanto tempo prima di farmene un concetto più chiaro e maturo. Che anche le singole parti invocassero, per venirne a capo, una diffusa rielaborazione, non ho bisogno di dirtelo, lo vedrai tu stesso fin troppo bene. Per la vistosa sproporzione delle ultime parti, la tua indulgenza consideri che le ho terminate nella mezzanotte che ha preceduto la battaglia di Jena”. Quindi il lavoro non è finito, il concetto è ancora all’opera, perché la filosofia stessa è un cammino e in cammino, come lo Spirito non è qui e ora, ma nel processo della sua manifestazione e della sua apertura, attraverso le intemperie, gli ostacoli, le resistenze del tempo e della storia. L’incondizionato si fa strada “tra e grazie” al condizionato, convertendolo nella dinamica complessiva della trasformazione e del riscatto. “Esso – scrive Hegel – guadagna la sua verità solo a patto di ritrovare sé nell’assoluta devastazione. Esso è questa potenza, ma non alla maniera del positivo che non si dà cura del negativo … anzi lo spirito è questa forza sol perché sa guardare in faccia il negativo e soffermarsi presso di lui. Questo soffermarsi è la magica forza che volge il negativo nell’essere”.
Come ha giustamente visto Ernst Bloch accostando Schelling e Hegel, si tratta di una potenza che è, più che altro, un potenziale di cambiamento. “L’essenza, la materia di qualificazione suprema - scrive Bloch - non è ancora apparsa, di conseguenza il sentirne la mancanza in ogni manifestazione finora riuscita ne rappresenta l’assolutezza non ancora manifestata”. Come la “Fenomenologia” non è giunta a maturità e chiarezza, così anche il regno di Dio, che è il suo oggetto, è in moto, ma non ancora realizzato, se non altro dal punto di vista angusto e particolare da cui l’uomo guarda le vicende del mondo.
Anche Schelling aveva detto in una lettera del 4 febbraio 1795 che l’accesso all’assoluto “non sarebbe possibile, neppure nell’eternità”. E che quella che è possibile è solo un “approssimazione”, non un arrivo definitivo. Ma bisognava partire, e questo è il tono risoluto e combattivo che caratterizza lo scambio epistolare. “Qua la mano, vecchio mio! Giammai si diventi estranei! Anzi, potremmo reinventarci daccapo: a tutto vantaggio di un nuovo inizio”. Se poi, sul piano filosofico, l’inizio contenga già la fine, incubata e latente nelle sue premesse, o costituisca solo la messa in moto di un processo continuo, libero e indeterminato, questa non è più una storia che appartiene alla fase della nascita, ma a quella degli sviluppi dell’idealismo. Come agli sviluppi appartiene la rottura che si consumò tra i due quando, proprio a partire dalla fenomenologia, il carteggio praticamente si interruppe: “la notte in cui tutte le vacche sono nere” era di fatto la formula con cui Hegel ingaggiava la sua polemica contro l’identità indifferenziata di spirito e natura sostenuta da Schelling. I due militanti, pur condividendo una battaglia comune, la conducevano ormai su piani diversi.
Stefano Cazzato

