Se l’anima della Storia sia lineare o circolare è una delle questioni più affascinanti che interessa gli studiosi. Certo è che una lettura critica del passato, aiuta a comprende i meccanismi dell’oggi, evolutivi o involutivi che siano. L’inter vista che segue a Sergio Luzzatto, professore di Storia moderna europea alla University of Connecticut, e autore del “Il primo Fascista. Storia e leggenda di un precursore” (Einaudi, 2026), racconto sulla vita di Antoine de Vallombrosa (1858–1896), meglio noto come il Marchese di Morès, un personaggio tutto da scoprire che ci conduce in ben quattro continenti, Europa, America,Asia, Africa.
Grazie al racconto della vita del marchese di Morès, riscontriamo che la trasformazione dell’antisemitismo da controversia religiosa e culturale a programma politico avvenne, per la prima volta, nella Francia della seconda metà dell’Otto cento. Che differenza c’è tra il primo antisemitismo e quello del Novecento?
Più che di “primo antisemitismo” parlerei di una svolta decisiva. L’ostilità verso gli ebrei aveva radici molto più antiche: religiose, culturali, sociali. Ma nella Francia degli anni Ottanta e Novanta dell’Ottocento essa diventa un programma politico di massa, una risposta semplice a una società inquieta. L’ebreo non è più soltanto l’ “altro” religioso, o il vicino mal tollerato: diventa il nemico interno, il responsabile presunto di finanza, stampa, Repubblica, modernità, esercito. Morès conta perché traduce questa ossessione in azione: organizza uomini, individua bersagli, porta la violenza nella strada. Il Novecento aggiungerà guerra totale, Stato burocratico, razzismo biologico e tecnica dello sterminio. Morès non appartiene ancora a quel mondo, ma contribuisce a renderlo pensabile, non a caso i collaborazionisti francesi lo rivendicheranno come antenato nazionale dell’antisemitismo di Stato.
Mentre l’antisemitismo contemporaneo che caratteristiche ha?
L’antisemitismo contemporaneo ha una caratteristica paradossale: viene dopo Auschwitz. Dunque, spesso deve travestirsi; ma proprio per questo può anche giocare sulla provocazione, sull’allusione, sul ritorno ostentato di parole e immagini che si credevano rese impossibili. Non è sempre una dottrina compatta: è un repertorio mobile di fantasie complottiste, dove tornano la finanza, i media, Israele usato come schermo, l’idea di un potere nascosto che manovra gli uomini. Circola a destra, ma anche a sinistra; può assumere linguaggi nazionalisti, religiosi, anticapitalisti, antiamericani. La novità più evidente è la velocità: ciò che nell’Ottocento passava attraverso giornali, pamphlet e comizi oggi passa attraverso reti sociali capaci di trasformare ogni sospetto in prova e ogni menzogna in identità condivisa.
Antisemitismo e populismo sono concetti diversi, sebbene accomunati dalla stessa fastidiosa retorica incendiaria. Secondo Lei, possiamo dire che l’antise mitismo è stata la prima forma di populismo?
Direi che antisemitismo e populismo non coincidono. Il populismo oppone un popolo puro a élite giudicate corrotte; l’antisemiti smo costruisce un nemico assoluto, presentato come estraneo alla nazione anche quando ne fa parte da secoli. Però l’antisemitismo politico ha fornito al populismo una grammatica potentissima: ha dato un nome, un volto, un corpo alla complessità. Il capitalismo è difficile da capire; “il banchiere ebreo” sembra più facile. Le trasformazioni sociali sono lente e contraddittorie; il complotto è immediato, narrativo, emotivamente soddisfacente. In questo senso, Morès appartiene a un laboratorio populista: parla in nome del popolo contro le élite, ma il popolo che immagina è già purificato. La sua politica funziona per semplificazione radicale: non spiega il conflitto sociale, lo concentra su un capro espiatorio.
Le avventure del picaresco marchese di Morès si sono spinte anche oltreoceano. Il primo Occidente, quello in cui Morès ha vissuto, ha subito una metamorfosi importante dal 1940 in poi, con l’estensione verso Est nello spazio geopolitico occidentale finché questo è giunto a scontrarsi con l’Ar mata Rossa. Qual è stato l’e sito di questo cambiamento?
Morès aiuta a vedere che l’Occidente di fine Ottocento non era soltanto europeo. Era già un mondo atlantico e coloniale: le Badlands del Dakota, l’Indocina, il Nord Africa, Parigi. In ciascuno di questi spazi Morès cerca una frontiera, cioè un luogo in cui la forza possa presentarsi come diritto naturale. Dall’America riporta l’idea che l’ordine possa essere ristabilito anche da uomini privati, armati, decisi a farsi giustizia. Il nazismo avrebbe poi tradotto questa fantasia di frontiera in un progetto continentale mostruoso: l’Est europeo come spazio coloniale, la guerra razziale come fondazione di un nuovo ordine, l’elimina zione del nemico come condizione della grandezza nazionale. Lo scontro con l’Armata Rossa sconfisse militarmente quel progetto e impose dopo il 1945 un Occidente antifascista e atlantico, non sempre disposto a riconoscere le proprie eredità imperiali.
I motivi che compongono il mosaico delle pulsioni reazionarie sono più o meno ricorrenti. Quali sono?
Storicamente, tali pulsioni sono state del tutto scardinate? I motivi ricorrenti sono riconoscibili: nostalgia di una grandezza perduta; risentimento di chi trasforma una sconfitta privata in rancore pubblico; idea che la democrazia parlamentare sia una commedia impotente; culto dell’azione, della virilità, della violenza come linguaggio di verità. E poi c’è il complotto: la convinzione che la storia non sia fatta da processi complessi, ma da nemici nascosti che rubano al popolo la sua sovranità. Queste pulsioni non sono mai state scardinate una volta per tutte. Possono essere contenute da istituzioni forti, culture democratiche, memoria storica, condizioni sociali meno disperanti. Ma non scompaiono: cambiano lessico, bersagli, costumi. Morès interessa ancora non perché tutto ritorni identico, ma perché certi meccanismi di semplificazione e odio restano disponibili.
Da sempre la retorica della destra fascista ruota intorno a temi identitari, che anche oggi sono riproposti con contenuti semplicistici e con un’evidente stanchezza cognitiva. La nazionalizzazione delle masse (nei termini teorizzati da George Mosse) attraverso l’estetiz zazione della politica - di cui il primo fascista è stato precursore – è ancora un richiamo per le destre?
Sì, ma l’estetizzazione della politica oggi non passa sempre attraverso le forme classiche studiate da Mosse: uniformi, liturgie di massa, coreografie monumentali. Non che quelle forme siano scomparse del tutto, ma comunque si sono alleggerite, frammentate, digitalizzate. Oggi l’estetica politica può essere un cappellino, uno slogan, un’immagine virale, la messa in scena televisiva del leader. Morès lo aveva intuito in forma ottocentesca: cappello da cowboy, silhouette riconoscibile, macellai come guardia pretoriana, la strada come teatro. La destra radicale vive di identità semplificate perché la semplicità è performativa: non deve dimostrare, deve far riconoscere. La sua forza sta nel trasformare formule povere in appartenenza, e appartenenza in disponibilità all’a zione.
Nello scenario attuale, quale leader politico somiglia più degli altri al “primo fascista”? Per quale ragione?
Se bisogna fare un nome, direi Donald Trump, con le cautele del caso. Trump non è Morès, e l’America di oggi non è la Francia dell’affaire Dreyfus. Non suggerisco un’identità di dottrina, né una genealogia diretta. Ma alcune analogie sono impressionanti: culto della personalità, fallimento trasformato in persecuzione, menzogna come marca identitaria, nostalgia di grandezza, disprezzo per le regole quando impediscono la vittoria. Anche Morès era un uomo di spettacolo politico: capiva la stampa, il valore della posa, la necessità di essere riconoscibile prima ancora che credibile. Nel suo caso il nemico centrale era l’ebreo; nel trumpismo il bersaglio cambia più spesso: migranti, élite, “deep state”, stampa, avversari interni. Ma il meccanismo è simile: offrire a una società inquieta un racconto di tradimento e rivincita. La differenza più inquietante è che Morès fallì sempre, o quasi sempre. Mentre a Trump è capitato (e ancora capita) anche di vincere.

