Martedì 12 maggio 2026, ore 17:42

Mostre

Segantini a Parigi

di STELLA FANELLI

Per la prima volta a Parigi, il Musée Marmottan Monet dedica una retrospettiva a Giovanni Segantini, restituendo al pubblico francese la complessità di un artista che, pur profondamente radicato nel suo universo di pace dei paesaggi alpini, seppe oltrepassare i confini italiani per imporsi come una delle voci più originali della pittura europea di fine Ottocento. Non si tratta di una semplice riscoperta, ma di un ‘ritorno’ carico di risonanze: Segantini fu infatti presente sulla scena parigina negli anni significativi della sua formazione, partecipò alle grandi esposizioni internazionali, decidendo così la legittimazione artistica, e trovò proprio in Francia uno dei primi riconoscimenti alla forza innovativa del suo linguaggio e soprattutto della sua visione. In un contesto dominato dalle tensioni tra naturalismo, simbolismo e nuove ricerche sulla luce, la sua pittura si impose per una qualità insieme luminosa e meditativa, capace di coniugare rigore tecnico e tensione spirituale. Il dialogo, diretto o indiretto, con le esperienze artistiche a lui contemporanee, dalla lezione del realismo lombardo alle suggestioni simboliste d’Oltralpe, contribuì a definire una poetica autonoma, in cui la scomposizione della luce non è mai puro dato scientifico, ma diventa strumento per accedere a una dimensione più profonda, quasi metafisica, dell’esistenza. La sua ricerca e la sua opera prendono dunque forma e vita in un orizzonte europeo. Nato ad Arco nel 1858 e cresciuto tra difficoltà e sradicamenti, Segantini elabora una visione che trova nelle montagne dell’Engadina non un semplice scenario, ma uno spazio lirico assoluto, quasi originario, in cui natura e interiorità si riflettono e si compenetrano. La sua adesione al Divisionismo si traduce in una ‘scrittura’ pittorica personalissima: la luce, scomposta e vibrante, non è mai puro dato ottico, ma materia viva, capace di costruire immagini sospese tra osservazione e simbolo, di trasfigurare il reale e consegnarlo all’introspezione, al silenzio. Da qui nasce un universo iconografico coerente e riconoscibile: le figure della maternità, i pastori, gli animali, i paesaggi alpini si caricano di un’anima che trascende il dato reale, trasformandosi in allegorie della vita, della morte, del ciclo naturale, evocano, alludono, trasformano la natura in luogo di rivelazione, dove vita, morte e spiritualità si intrecciano nell’innocenza del tutto. In questa capacità di coniugare verità del visibile e profondità simbolica risiede l’inattesa modernità di Segantini, ed è forse proprio questa nuova maniera, già colta e apprezzata nella Parigi di fine secolo, che oggi la mostra Giovanni Segantini: je veux voir mes montagnes curata da Gabriella Belli e Diana Segantini sotto l’alto patronato delle ambasciate di Italia e Svizzera, restituisce, riconnettendo l’artista al contesto europeo in cui la sua ‘voce’ seppe, fin da subito, farsi ascoltare e commuovere riprendendo nel titolo le ultime parole che secondo il biografo Raffaele Calzini il pittore avrebbe pronunciato prima della morte.

È proprio questa visione — insieme luminosa e interiore — che la monografica parigina esibisce con particolare evidenza, attraverso una selezione di opere che attraversano l’in tero arco della produzione dell’italiano. Il percorso espositivo, concepito come un itinerario nella sua ricerca, dal 29 aprile al 16 agosto 2026, mette in dialogo i grandi temi della sua pittura attraverso una selezione di più di sessanta opere tra dipinti, disegni e pastelli che giungono in prestito da collezioni private, dalla Galleria d’Arte Moderna di Milano, la Kunsthaus di Zurigo e Musei di Paesi Bassi, Belgio, Germania e Regno Unito. Accanto ai paesaggi dell’Engadina — ampi, silenziosi, attraversati da una luce che sembra dissolvere i contorni, emergono figure di donna, spesso colte nella loro dimensione più intima, dolce e universale. Opere come Le due madri o L’an gelo della vita testimoniano con particolare intensità questa capacità di unire osservazione e simbolo, restituendo immagini in cui la realtà si apre a un sentimento più profondo, iconico Mezzogiorno sulle Alpi.

L’esposizione non si limita a presentare una sequenza di capolavori, ma invita a entrare nello sguardo segantiniano. Accanto ai nuclei più noti, il percorso riunisce opere decisive come Ave Maria a trasbordo, in cui il gesto quotidiano si carica di una sospensione quasi sacrale, Il ritorno al paese natio, attraversato da un sentimento di appartenenza e distanza insieme, e Le cattive madri, vertice della sua stagione simbolista, dove la natura si fa spazio di espiazione e di inquietudine. Non manca il confronto con i grandi cicli tardi, in cui la tensione spirituale si intensifica e la luce diventa sempre più rarefatta, fino a sfiorare una dimensione visionaria. Più che una semplice retrospettiva, quella allestita al Musée Marmottan Monet si configura come una prestigiosa rilettura critica: riportare oggi Giovanni Segantini a Parigi significa rimetterlo al centro di un dialogo europeo, sottraendolo a una lettura esclusivamente nazionale e restituendone invece un protagonismo internazionale. In un momento in cui lo sguardo contemporaneo torna a interrogare il rapporto tra uomo e natura, tra interiorità e paesaggio, la sua pittura riacquista una sorprendente attualità, parlando una lingua che, pur nata nell’Ottocento, continua ad esercitare autorevolezza nel presente. Segantini aveva progettato di presentare le proprie opere all’Esposizione Universale di Parigi del 1900, ma la morte, sopraggiunta prematuramente a soli 41 anni nel 1899, gli impedì di realizzare quel desiderio. Oggi, a distanza di oltre un secolo, è come se il destino avesse raccolto quel sogno e gli avesse dato finalmente compimento: Parigi accoglie la sua pittura, restituendola a quello spazio europeo a cui aveva sempre aspirato.

( 12 maggio 2026 )

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