L'unicità della parola poetica
Intervista a Milo De Angelis
di Serafina Russo
L’inizio non è l’allusione a uno spazio originario, non è qualcosa che viene prima. In Milo De Angelis l’inizio è qualcosa contrassegnato dalla percezione del ritorno, una somiglianza da attraversare. I temi ricorrenti nella sua poetica “le ossessioni” come l’amore, l’esaltazione per la vita per quanto costernata di tragedia, la giovinezza, il rapporto con la morte e tanto altro, sono narrati con uno stile originale, pieno di sospensioni e immagini suggestive. “Poesie dell’inizio” (Lo Specchio- Mondadori, 2025) è una silloge di poesie scritte tra il 1967 e il 1973, scritte dal poeta in giovanissima età, che ringraziamo per l’intervista che segue.
Milo, nel libro “Poesie dell’inizio” è presente l’influenza di Pavese. Cosa vi lega?
Ci lega la passione per la serietà. Pavese prende sul serio ogni scelta e ogni libro, gli dà un peso enorme. E dà l’impressione che ogni sua scelta, di vita e di letteratura, avvenga nel giorno del giudizio, avvenga come di fronte a un tribunale: da essa dipende la vita intera. Pavese attribuisce un valore immenso a ogni pagina. Questa serietà pavesiana mi ha sempre colpito fin dall’inizio, fin da quando, ragazzo, ho incominciato a interrogarlo.,
Chi sono i suoi poeti preferiti? In cosa pensa di averli superati?
I miei autori preferiti sono Leopardi, Baudelaire, Rimbaud, Paul Celan, Gottfried Benn. E naturalmente non ho mai pensato di superarli!
Fino agli anni’70, in autori come Pasolini, Camus, Fortini c’era ancora il sogno di cambiare il mondo. È sopravvissuta, in poesia, questa spinta rivoluzionaria?
Se c’è qualcosa che non cambierà il mondo, è proprio la poesia cosiddetta “civile”, la poesia che pretende di cambiarlo e diventa il manifesto di questa pretesa. La forza rivoluzionaria della poesia – che esiste ed è sempre esistita – è vincolata alla sua tradizione. Strano destino, quello di un poeta: esprimere la libertà assoluta attraverso il rigore, esprimere l’estasi e il delirio attraverso gli obblighi di una metrica e di un’origine, esprimere insomma l’anarchia attraverso le tavole della legge.
Per lei la poesia è una rinuncia alla polis o un modo per costruirla?
Ambedue le cose: costruzione storica ed esperienza assoluta, foglio del calendario e superamento del tempo, contingenza e archetipo.
Oggi, come e fra chi circola oggi la poesia nel mondo editoriale? Qual è invece il canone poetico per i nostri tempi: verso in rima o libero?
La poesia va dove capita, come una vagabonda, va dappertutto, tranne che nel mondo editoriale.
Perché esiste un bisogno di scrittura poetica per chi scrive e per chi legge?
Il bisogno è sempre lo stesso: strappare qualche sillaba al buio e consegnarla a uno sguardo. Le parole vengono da lì, da quel luogo rinchiuso, da quella camera oscura in cui sono confinate e chiedono di trovare una forma, di non restare ammutolite per sempre. Ma la via d’uscita è una sola. Uno solo è il modo in cui la parola può compiersi. La parola deve imboccare quella via, una via obbligata: non c’è altro modo per la parola se non quello che verrà inciso sulla pagina. E il lettore deve sentirlo: è l’unico modo. E forse questo è il dovere di ogni poeta: inchiodare la parola alla sua unicità, spogliarla di ogni divagazione, riconsegnarla alla sua missione, quella di parlare solo una volta.
Esiste ancora la critica letteraria?
Certo che esiste ed è più viva che mai, se penso a critici come Luigi Tassoni, Roberto Galaverni, Stefano Verdino, Alessandro Baldacci, Guido Mazzoni, Gilda Policastro, per fare solo alcuni nomi.
Da Hölderlin in poi, la poesia si carica di pensiero, quasi a voler fondersi con la filosofia. Qual è stato l’esito?
Il pensiero deve esserci sempre in poesia, ma non quello dimostrativo, bensì un pensiero immerso nel sangue e nella violenza del proprio cammino, un pensiero che scorre sotterraneo nei versi e non diventa mai erudizione, un’intelligenza che sente l’urto musicale della lingua: “svenare le idee” dicevamo ai tempi di “Niebo”.

