Prof. Campi, le democrazie sono in trasformazione, a sua volta, come sta cambiando la politica?
La trasformazione in corso mi sembra radicale e investe ogni possibile aspetto: dalla dimensione cognitiva, individuale e collettiva, alla sfera politico-istituzionale, per non parlare di quel che sta accadendo sulla scena internazionale e che a sua volta sta contribuendo a modificare radicalmente gli equilibri politici tradizionali. Siamo in una fase che definisco, sulla scia di Daniel Halévy, di “accelerazione della storia”. Sta cambiando un intero paesaggio mentale e fisico. A partire dall’idea virtuosa ed edificante che avevamo, ad esempio, della democrazia politica, vista come una sorta di punto d’arrivo ineluttabile della storia. Nessuno poteva immaginare che le democrazie, dopo aver sconfitto i totalitarismi novecenteschi, potessero subire una sfida crescente da parte di regimi autoritari che tendono oggi a legittimarsi in virtù della loro (nei fatti supposta e tutta da dimostrare) maggiore efficienza organizzativa e decisionale. E nemmeno si poteva prevedere la trasformazione che alcune democrazie stanno subendo verso forme sempre più accentrate e illiberali, sino a creare forme istituzionali ibride prima sconosciute.
Cos’è il populismo e come si manifesta la sua propaganda?
Può combinarsi con ideologie e visioni politiche molto diverse tra loro: dall’autoritarismo di destra al movimentismo della sinistra radicale, dal centrismo post-ideologico al ribellismo antipartitico. Lo definirei una forma mentis, portatrice di un linguaggio e di uno stile specifici e facilmente riconoscibili. Si basa su una visione manichea, moralistica e radicalmente conflittuale della politica: il popolo (composto da cittadini buoni e virtuosi) contro le élites (una minoranza di cattivi e corrotti). Visione alla quale aggiungerei la tendenza a leggere i fenomeni politico-sociali in una chiave complottista. Va considerato come una reazione, entro certi limiti persino legittima, alla difficoltà delle democrazie contemporanee a mantenere le aspettative di benessere diffuso che hanno creato e le promesse di giustizia sociale, eguaglianza e trasparenza sulle quali hanno costruito gran parte del loro consenso. Per questo non ritengo il populismo solo un fenomeno regressivo o, come si dice abitualmente, una forma di critica o rifiuto della democrazia, ovvero un’esplosione di irrazionalismo politico. Al contrario, il populismo, in alcune sue espressioni, è ultrademocratico e iper-politico, oltre ad avere una base o giustificazione razionale. È, diciamo così, la democrazia presa sul serio, per quanto declinata in una versione radicale e semplificata. Il populismo è un attore che si è ormai incistato nel corpo politico dei diversi Paesi. È una famiglia politica transnazionale destinata a durare.
La mediazione sociopolitica tipica del partito politico, rappresentativo di una fetta di elettorato, è stata sostituita dal potere mediatico. La comunicazione prevale sul contenuto, alla rappresentanza subentra la rappresentazione. La politica-spettacolo, che si manifesta nei luoghi dell’intrattenimento televisivo e sulle reti social ma anche nelle aule istituzionali, è motore di fiammate populiste?
Ormai questa dimensione spettacolarizzata e sentimentale della politica non riguarda più il solo populismo, ma tutte le forze e tutti i partiti. Non c’è leader che rinunci a mettersi in mostra mescolando la propria vita privata con la propria attività pubblica, con l’obiettivo di accrescere non il proprio consenso, ma la propria popolarità. Ciò dipende anche dalle trasformazioni di natura culturale e persino estetica che hanno investito le società contemporanee. Pensiamo solo alla cura del corpo come ossessione sociale e all’esibizionismo (al limite del narcisismo) come nuova frontiera dell’individualismo di massa. Nessuno sfugge più alla tentazione di mettersi in mostra, in ogni istante della propria vita. Al tempo stesso, la comunicazione si riduce ormai alla sua forma esteriore: diretta, compulsiva, spettacolarizzata, drammatizzante. I contenuti, in effetti, valgono sempre meno, su questi ultimi prevale la capacità di farsi sentire a costo di alzare la voce e prevaricare il proprio interlocutore, di essere sempre presenti, di mostrarsi sempre brillanti e in forma, di avere la battuta sempre pronta, di utilizzare parole semplici e dirette al limite della volgarità. È questo l’ecosistema comunicativo nel quale viviamo, potenziato e ingigantito dall’uso ormai massivo dei social media. Uscirne o modificarne il modo di funzionamento non è semplice. Quello che potrebbe accadere è una sorta di secessione silenziosa da parte di chi, non riconoscendosi più in queste modalità di dibattito pubblico, decide di dare vita a gruppi o minoranze dissidenti che scelgono di operare fuori, per così dire, dai riflettori. Una sorta di clandestinità culturale politica, una vera e propria di strategia di sopravvivenza, adottata con l’obiettivo di sottrarsi al degrado crescente e di esprimere il proprio dissenso. La tecnologia lo permette.
A presidio di una democrazia non solo formale, andrebbe ripensato il ruolo del partito o l’averlo, ormai da tempo, relegato a macchina elettorale al servizio di un leader è un processo irreversibile?
Sono in molti a rimpiangere il modello del partito ideologico di massa, che oltre a integrare i cittadini nelle istituzioni, a mediare tra società civile e sfera del governo, aveva anche una grande capacità di controllo sociale. Ma quel tipo di partito – ideologico, strutturato organizzativamente, con forti presidi territoriali, che agiva anche come scuola di formazione – è finito per sempre. I partiti sono ormai tutti macchine elettorali ideologicamente flessibili, visto anche il modo con cui gli elettori tendono sempre più a spostarsi, con velocità sorprendente, sul piano delle intenzioni di voto da una consultazione all’altra. Ma il vero problema dei partiti odierni non è il loro collasso organizzativo o il fatto di non funzionare più come mediatori sociali e cinghie di trasmissione degli interessi settoriali presenti nella società. Quanto il fatto di non avere più alcuna cultura o ideologia di riferimento, che era ciò che consentiva loro di tenere insieme pezzi del corpo sociale spesso molto diversi tra loro, facendo sintesi delle diverse sensibilità e visioni. Da qui la loro incapacità a coagulare stabilmente il consenso. L’unico fattore aggregante è rimasto ormai il leader. Finché quest’ultimo funziona, arrivano i voti. Appena smette di esercitare la sua attrattiva sugli elettori, il consenso nelle urne crolla. Da qui le leadership brevi e sostanzialmente effimere che hanno caratterizzato, ad esempio, la scena politica italiana degli ultimi anni: Renzi, Salvini, Draghi, Grillo, forse ora Meloni, Grandi successi e subitanei cali di popolarità, il che ovviamente non fa che contribuire all’instabilità complessiva del sistema.
Il nuovo Presidente dell’Argentina Milei si autodefinisce anarcocapitalista. In campagna elettorale, ha portato avanti battaglie tipicamente liberali come la lotta all’inflazione. Secondo lei, anche le correnti liberali di destra hanno subito un imbarbarimento (l’uso della motosega!), soprattutto nei toni della comunicazione, per stare dietro alla presa elettorale del populismo?
La comunicazione di tutti i partiti obbedisce ormai a codici teatrali e a un linguaggio iper-semplificato al limite della brutalità. I liberali non fanno certo eccezione, a meno di volersi accontentare di una presenza elettorale di pura testimonianza. Milei ne è appunto un buon esempio: ultraliberista, libertario, ma istrione di prima grandezza, volgare rozzo e brutale, quando si tratta di stare sulla scena pubblica o di andare a caccia di voti.
Il mondo della destra è molto variegato (dai conservatori ai neoliberisti). Le recenti elezioni in Ungheria hanno segnato una frattura tra queste anime con diverse matrici intellettuali. Quali sono le differenze più rilevanti? Crede che questo fenomeno si ripeterà altrove?
Ci sono sempre state molte destre, alcune compatibili tra loro, altre talmente distanti sul piano dei valori da non poter convergere nemmeno sul terreno più prosaico della politica. Ed è bene che sia così. Non si può sempre tenere tutto insieme: dalla destra liberale e conservatrice a quella radicale e xenofoba. Se si vogliono accettare responsabilità di governo, occorre porre dei paletti valoriali e ideologici ben precisi, cosa che in Europa succede abitualmente, meno in Italia. Scegliere con chi stare (ed eventualmente a quali condizioni) sarà il problema della destra italiana in vista delle prossime elezioni, ora che si è materializzato un partito come quello del generale Vannacci. Si tenterà di tenerlo, per convenienza, entro il perimetro dell’attuale centrodestra, allargandone ancora di più i confini attuali, ma col serio rischio di perdere strada facendo la sua componente centrista e liberale, o, viste le sue posizioni estreme e provocatorie in materia di immigrazione e politica estera, si sceglierà di non averlo alleato, semmai rivale e concorrente?
Come valuta, in generale, l’operato del Presidente USA?
Realisticamente parlando, Trump non è il male che uccide la buona politica democratica, ma la risposta grezza, volgare, aggressiva alle derive ideologiche del progressismo contemporaneo, che negli Stati Uniti, dove quest’ultimo ha sempre avuto il suo storico laboratorio culturale, aveva finito per raggiungere vette di fanatismo, intransigenza e intolleranza sconosciute in altre democrazie. Trump è, volendo esagerare, il mostro politico-ideologico prodotto dalla cultura woke, dal Me Too applicato alla sfera delle relazioni affettive, dalla cancel culture anti-occidentale, dalle censure della storia imposte dal post-colonialismo, dal radicalismo anti-bianco esercitato nel nome dei diritti delle minoranze che si considerano oppresse e in cerca di riscatto dopo secoli di umiliazioni. Di suo Trump ha messo una visione della politica che conosce solo il linguaggio della forza, della ricchezza e degli affari da condurre in porto senza riserve morali. Il risultato è quello che abbiamo sotto gli occhi: la più grande democrazia del mondo, un tempo faro di libertà, ormai sull’orlo della guerra civile, in rotta con i suoi storici alleati europei e non più interessata a esercitare la sua storica leadership morale sul mondo.
Sul tema della guerra, la voce più alta viene da Papa Leone XIV. Attualmente, come le sembrano i rapporti tra destra conservatrice nel mondo e Chiesa cattolica?
Gli attacchi di Trump hanno sicuramente prodotto una ferita tra i credenti di parte cattolica. I partiti conservatori e in generale di destra europei non hanno minimamente condiviso le parole aggressive e, per certi versi, persino minacciose utilizzate dalla Casa Bianca nei confronti del Vaticano. Quest’ultimo – in modo inedito – è arrivato persino a denunciare i tentativi di spionaggio all’interno delle sue mure condotti dai servizi segreti delle diverse potenze: in particolare, va da sé, dagli Stati Uniti. La mia impressione è che l’influenza sull’amministrazione Trump dei movimenti evangelici – storicamente anti-papisti e anti-romani – sia più forte di quel che si pensi. C’è evidentemente uno scontro aperto nella destra religiosa americana tra la componente cristiano-protestante e quella cattolica. La prima teme che quest’ultima possa diventare troppo forte ora che a Roma c’è un papa americano. Da qui gli attacchi contro quest’ultimo, sollecitati con il pretesto che non sia abbastanza patriottico, dal momento che non sostiene apertamente, ma come potrebbe? la politica estera e militare di Trump. Avvezzo al potere della forza e del denaro temo che Trump stia sottovalutando a suo danno il soft power vaticano e la forza di persuasione e indirizzo che le parole del papa, di questo papa in particolare, possono avere in questa delicatissima fase della storia mondiale.
Serafina Russo

