Scrive Tullio De Mauro nella prefazione a “Storia della canzone italiana”, di Gianni Borgna: «I materiali verbali messi in opera dalle canzoni tornano ad alimentare il grande patrimonio collettivo della lingua cui gli autori sempre più e sempre più felicemente hanno saputo attingere». Cos’è questo se non un attestato di contributo alla letteratura tout court da parte dei parolieri? Lo conferma più avanti nel volume Gianni Borgna, quando afferma: «Che cosa si può dire dei messaggi delle canzoni? Che sono tanti, differenziati, complessi e si nascondono là dove meno te li aspetti…» Esattamente come succede nelle opere narrative. Il repertorio folclorico, antropologico e culturale del Paese confluisce quindi nei testi delle canzonette e le incasella tra gli scaffali della poesia e della prosa italiane. Non occorre arrivare ai cantautori, con le sue figure emblematiche, e ai cimenti con la musica leggera, alle sortite orchestrali di scrittori, giornalisti e studiosi, valga per tutti Umberto Eco. Qui si parla di Pace-Panzeri-Pilat, Minellono e, naturalmente Mogol. Eppure, per lungo tempo, una parte della critica italiana ha guardato alla canzone con sospetto, come se la sua diffusione popolare ne pregiudicasse il valore artistico. È un pregiudizio antico, che affonda le radici nella separazione artificiosa tra cultura alta e cultura di massa. Ma la storia letteraria insegna il contrario: la poesia nasce cantata, la lirica medievale è accompagnata dalla musica, e perfino la tradizione orale che precede la letteratura scritta vive di ritmo, memoria e melodia.

