Si regge tutto sulla nuova normalità che Teheran si sente legittimata a stabilire. Lo Stretto di Hormuz, infatti, a sentire la diplomazia iraniana “non tornerà alle condizioni prebelliche”. L’Iran, in un modo o nell’altro, vuole rientrare del “disturbo” arrecatogli da USA e Israele, e chiede garanzie. Il capo negoziatore Mohammad Bagher Ghalibaf, fa sapere la Reuters, conferma l’obbligo, per chi transiterà da Hormuz, di pagare un pedaggio, senza che la Repubblica islamica agisca contro il diritto internazionale o le norme di navigazione marittima. Si parlerà soprattutto di questo a Lucerna, dopo la firma (digitale) al memorandum, che entra “in vigore con effetto immediato”, come annunciato dal primo ministro pakistano Shehbaz Sharif. I prossimi 60 giorni (scadenza “non rigida”, precisa Trump, poiché potrebbe volerci “più tempo”) serviranno, probabilmente, a cercare non solo un accordo sul nucleare iraniano, poiché il vero compromesso potrebbe essere sulla valenza “postbellica” di Hormuz, entrato stabilmente nella lista delle deterrenze da brandire, in caso qualcosa dovesse andare storto. I 60 giorni che si sono date le parti, rilevano gli osservatori, sembrano un periodo troppo breve, per definire con precisione le modalità di monitoraggio del programma nucleare iraniano, considerato che per raggiungere l'accordo (JCPOA) del 2015, ci ne vollero 600. Il fondo da 300 miliardi di dollari da erogare all’Iran per la ricostruzione, finanziato in gran parte dagli Stati arabi del Golfo, si apre alla necessità di assicurarsi che neanche 1 dollaro vada a finanziare i programmi missilistici balistici di Teheran. Che, intanto, ha ripristinato circa l’89 per cento degli impianti petrolchimici, che erano stati disattivati durante la guerra. Alle agenzie di stampa iraniane, Mohammad Shariatmadari, amministratore delegato della Persian Gulf Petrochemical Industries Company, ha affermato che gli impianti danneggiati sono tornati alla produzione grazie a quelli che ha definito “rapidi sforzi di ricostruzione”, con alcune unità che operano al di sopra della capacità nominale, mentre altre devono ancora raggiungere la piena produzione. Ad aprile l'Iran ha introdotto un divieto di esportazione di prodotti petrolchimici per garantire l'approvvigionamento interno, dopo che la produzione del settore era stata interrotta dagli attacchi israeliani contro le aziende di servizi pubblici che forniscono materie prime agli impianti petrolchimici. Trump giustifica l’accordo spiegando che un prolungamento del conflitto avrebbe potuto causare una catastrofe economica. Israele mastica amaro e prova a salvare l’onore sul fronte libanese. “Stiamo conducendo negoziati tenaci” con gli USA per mantenere le truppe nel Libano meridionale, ha dichiarato a Reuters un alto funzionario israeliano considerato vicino a Benjamin Netanyahu. Tel Aviv, ha aggiunto, non ha alcuna intenzione di cedere sulle proprie posizioni. La tensione con Washington sembra palese. Secondo il Wall Street Journal, Trump ha avuto un acceso confronto privato con il primo ministro israeliano su Iran, Libano e una possibile nuova azione militare. Il WSJ sostiene che il tycoon considera Netanyahu “ingestibile”, poiché “vuole far saltare in aria tutti”.
Pierpaolo Arzilla

